Claudio Di Giammarco ci conduce tra Caracas, Cuneo e Abruzzo, raccontando con autenticità le radici e la necessità di ripartire. La sua autobiografia “Caracas – Cuneo One Way” esplora il rapporto tra memoria, nostalgia e la forza di creare nuovi inizi.

Buongiorno Claudio, grazie di essere qui. Come hai gestito il contrasto tra nostalgia per Caracas e la voglia di costruire una nuova vita in Italia?
La nostalgia c’era eccome: tornare in Venezuela dopo anni mi ha rimesso addosso odori, volti, caos… e quel “ribollire” interno che ti prende quando rivedi la tua terra.
Ma nello stesso tempo ho capito una cosa durissima: Venezuela ti entra sotto la pelle, però non è la stessa cosa visitarla o viverci, perché lì la paura te la porti anche mentre vai a comprare il pane.
E infatti, per la prima volta, mi sono trovato felice di tornare in Italia, felice di andarmene.
Oggi lo dico senza romanticismi: emigrare è anche spezzare legami e sentirti straniero perfino “a casa tua”. E imparare a ricostruire l’idea di casa altrove.
Quale elemento della tua infanzia o adolescenza ha maggiormente influito sulla tua capacità di affrontare il cambiamento?
La radice è mia nonna: mi ha insegnato l’amore, ma soprattutto il coraggio di una “guerriera”. Quella forza mi è rimasta dentro come base per reggere tutto il resto.
E poi l’adolescenza mi ha allenato all’adattamento: viaggi con gli amici, improvvisazione, risate, situazioni fuori controllo… cose che, col senno di poi, ti insegnano a stare in piedi quando cambia tutto.
Scrivere il libro ti ha aiutato a chiudere alcuni capitoli della tua vita o ha aperto nuove riflessioni?
Tutte e due. Scriverlo mi ha fatto chiudere un cerchio, perché è diventato una “confessione”: la mia verità messa nero su bianco.
E sì, a un certo punto ho anche festeggiato la fine delle notti insonni passate a scrivere queste pagine: era un peso che doveva uscire.
Però ha aperto riflessioni nuove e più grandi: su cosa vuol dire appartenenza, su come torni e non ti senti più a casa, e su cosa sia davvero “casa” per un emigrante.
Ci sono episodi del trasferimento che oggi racconti con ironia o leggerezza, pur nella loro drammaticità?
Uno è Capodanno a Margarita, con quel personaggio assurdo—“M”—tra cappelli improbabili e frasi sconnesse: fa ridere, ma dentro c’era già un seme del mio futuro in Italia, senza che io lo sapessi.
E poi la vita “nuova” in Italia, alle fiere: quando ti si presenta una come un ufficiale giudiziario e ti dice “Mi devi pagare”, e tu capisci che qualcuno si è scordato di pagare la piazza… oggi la racconto ridendo, ma in quel momento mi è crollato il mondo addosso.
Se dovessi scegliere un simbolo per rappresentare il tuo viaggio personale, quale sarebbe e perché?
Il simbolo per me è il Ponte del Mare a Pescara: ci arrivo quasi “a caso”, lo guardo e mi scatta dentro qualcosa. A metà ponte dico “Io devo vivere qui” e quella promessa cambia la direzione del mio destino.
È un ponte davvero, ma anche mentale: tra il prima e il dopo, tra la paura e la scelta, tra quello che ero e quello che stavo diventando.