“ Senza radici non si vola” è un viaggio nella memoria che attraversa identità, infanzia, migrazioni e ferite ereditarie.

Cosa l’ ha sorpresa di più nel processo di riscrittura della sua storia?
Quello che mi ha sorpresa di più è stato scoprire quanto la mia storia non fosse solo mia. Scrivendo ho capito che molte ferite non nascono con noi, ma arrivano da lontano, attraversano generazioni e cercano solo di essere viste. Mettere tutto su carta mi ha permesso di dare un senso al dolore e di riconoscere che dietro ogni ferita c’è un bisogno d’amore, di appartenenza. È stato in quel momento che la memoria ha smesso di essere peso ed è diventata consapevolezza.
Nel libro emerge con forza il tema delle scelte femminili dentro contesti difficili. Quanto la storia di Awetash può dialogare oggi con le giovani donne che cercano la libertà e autodeterminazione?
La storia di Awetash dialoga con le giovani donne di oggi perché insegna che l’autodeterminazione nasce anche dalla fedeltà a se stesse. Nella vita raccontata nel libro, le due donne protagoniste mostrano quanto sia fondamentale riconoscere il proprio valore anche quando non si è ancora in grado di nominarlo, ma lo si sa ascoltare.
È proprio quell’ascolto interiore, silenzioso ma ostinato, che permette di restare in piedi dentro contesti difficili e di compiere scelte che, nel tempo, diventano libertà. La loro forza non nasce dall’assenza di paura, ma dalla capacità di non tradire ciò che sentono vero dentro di sé.
La sua infanzia in Etiopia è raccontata con immagini vive, quasi cinematografiche. Come ha lavorato per restituire quella dimensione sensoriale?
Ho lavorato soprattutto attraverso la memoria del corpo. Alcune immagini dell’infanzia non vivono nella mente, ma nei sensi: negli odori, nei colori, nei suoni, nella pelle. Non ho cercato di ricostruire i fatti in modo razionale, ma di lasciar emergere ciò che il corpo ricordava ancora. Scrivendo, mi sono affidata a quelle sensazioni primarie, perché sono loro a rendere autentico il racconto e a permettere al lettore non solo di leggere la mia infanzia, ma di entrarci dentro.
Il libro parla di legami e ferite transgenerazionali. Quali parti della sua storia ha trovato più difficile da guardare e quali invece si sono rivelate liberatorie?
La parte più difficile da guardare è stata riconoscere quanto dolore non appartenesse solo a me, ma fosse stato ereditato, trasmesso nel silenzio e nella mancanza di parole. Accettare che alcune ferite non avevano un colpevole diretto è stato doloroso, perché significava rinunciare al bisogno di dare un nome a tutto.
Allo stesso tempo, proprio questa consapevolezza si è rivelata liberatoria: capire che non ero sbagliata, ma inserita in una storia più grande. Dare un senso a ciò che mi attraversava ha trasformato il peso in responsabilità, permettendomi di interrompere certe catene e di scegliere, finalmente, una direzione diversa.
Nei capitoli più introspettivi invita il lettore a riflettere sulle proprie radici. Quale cambiamento spera che questo libro possa provocare in chi lo legge?
Spero che questo libro aiuti chi lo legge a fermarsi e ad ascoltarsi. A guardare le proprie radici non per giudicarle, ma per comprenderle. Vorrei che facesse nascere domande nuove, più autentiche, capaci di portare luce dove spesso c’è solo silenzio. Se anche una sola persona, leggendo, riuscisse a smettere di sentirsi sbagliata e iniziasse a riconoscere il proprio valore, allora questo libro avrebbe già compiuto il suo compito.
Ora che questo progetto è compiuto, quali sono i suoi obiettivi artistici e personali per il futuro?
Oggi sento questo libro come la chiusura di un ciclo e, allo stesso tempo, come un nuovo inizio. Il mio obiettivo personale è continuare a conoscermi, nutrire la mia curiosità e crescere attraverso lo studio e l’esperienza. Dal punto di vista artistico, desidero continuare a dare voce a storie che parlano di identità, radici e trasformazione, senza forzature ma con verità. Il futuro per me non è una corsa verso qualcosa da dimostrare, ma un cammino sempre più consapevole verso ciò che sento autentico.