Nel suo ultimo saggio, Stefano Durante racconta una generazione spesso fraintesa, tra memoria storica, rivoluzione culturale e sogni collettivi. Un dialogo necessario per riscoprire ideali, errori e conquiste che hanno plasmato il presente. Con rigore e ironia, l’autore ci invita a un ascolto finalmente libero da pregiudizi.

Stefano, è un piacere averti qui. Se dovessi descrivere i Boomers con tre parole, quali sceglieresti?
Direi rivoluzionari, innovatori, sognatori.
“Sognatori” in particolare ha per me un doppio significato: da un lato la capacità autentica di immaginare un mondo diverso, più libero, più giusto; dall’altro l’illusione, forse ingenua, di poterlo cambiare una volta per tutte.
È una contraddizione che i Boomer si portano dietro ancora oggi. Come ha detto Corrado Guzzanti in una battuta geniale: «Volevamo cambiare il mondo, ma avevamo dimenticato lo scontrino».
In quella frase c’è tutto: l’entusiasmo, l’errore, e una consapevolezza arrivata troppo tardi.
Perché, secondo te, la musica ha rappresentato la spina dorsale identitaria di questa generazione?
Perché la musica era molto più di un intrattenimento: era un linguaggio.
Attraverso la musica passavano messaggi politici, sociali, identitari, spesso in modo più diretto ed efficace di qualsiasi manifesto o discorso pubblico. La musica dei Boomer non è mai stata solo evasione: anche quando sembrava leggera, ballabile o persino edonistica – penso alla disco – conteneva significati sociali profondi, legati al corpo, alla libertà sessuale, all’inclusione, alla rottura delle norme.
La musica è una forma di comunicazione trasversale: non chiede mediazioni, non ha bisogno di spiegazioni, arriva subito, emotivamente, e per questo crea appartenenza. È anche il motivo per cui gran parte della musica moderna nasce proprio in quegli anni.
I Boomer non sono stati “solo rock”: hanno generato o reso possibili linguaggi come l’hip hop, il punk, l’elettronica, la new age. Mondi diversi, spesso opposti, ma uniti dall’idea che la musica potesse essere uno strumento di cambiamento, non solo una colonna sonora.
Quanto hanno inciso i cambiamenti economici e tecnologici nel creare il “mito Boomer”?
Più che creare un “mito Boomer”, i cambiamenti economici e tecnologici hanno contribuito a costruire una narrazione semplificata a posteriori.
Negli anni ’60 e ’70 non c’era l’agiatezza che spesso oggi immaginiamo: la classe operaia era numerosa, centrale, politicamente e socialmente forte, e l’insicurezza economica era ancora una condizione diffusa. Proprio quella precarietà ha alimentato inquietudine, conflitto, desiderio di cambiamento. Quando c’è meno da perdere, si è anche più disposti a rischiare.
A partire dalla fine degli anni ’80, con una maggiore tranquillità economica e l’espansione di una vasta classe borghese, molte istanze di trasformazione si sono progressivamente attenuate. Cresce la ricerca della stabilità, della leggerezza, del “posto sicuro”, e il cambiamento smette di essere una priorità collettiva.
La tecnologia ha avuto un ruolo importante, ma la vera svolta è stata la diffusione del web e dei social network: strumenti che promettevano comunità più ampie e che invece hanno spesso prodotto frammentazione, individualismo e isolamento. Non meno comunicazione, ma meno conflitto condiviso. E senza conflitto, difficilmente nasce un vero cambiamento.
Che cosa speri che un ventenne di oggi colga dal suo libro?
Prima di tutto, lo ammetto con un sorriso: spero che leggano. E non intendo necessariamente un mio libro.
Oggi leggere non è più un gesto scontato, e non per pigrizia, ma perché libri e giornali sono stati progressivamente sostituiti da flussi rapidi, frammentati, spesso effimeri. Eppure credo che solo la lettura – quella che richiede tempo, attenzione, silenzio – permetta davvero di allargare lo sguardo e costruire una libertà personale più profonda.
La seconda cosa che spero colgano è la curiosità per chi li ha preceduti. Non per nostalgia o per imitazione, ma per comprensione. Capire chi erano i loro padri e i loro nonni, in quale contesto hanno vissuto, lottato, sbagliato, è un modo per orientarsi meglio nel presente. Senza sapere da dove si viene, è difficile capire davvero dove si sta andando.