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Matteo Crudele e la fede che soffia tra le pagine di “Land of the Free”

Tra spiritualità, dialogo e ricerca, il giovane autore pugliese dà voce a una storia che attraversa culture e tempi. In questa conversazione parla di fede, incontro e speranza, offrendo un messaggio potente sulla necessità di riscoprire l’altro come possibilità, non come minaccia.

Il romanzo ha una forte componente spirituale: che ruolo ha per te la fede nel racconto?

Ciao, bella domanda. Ecco, hai toccato un punto interessante, la fede, per me, non è un’aggiunta alla storia: è anzi il filo invisibile che la tiene insieme. Non ho scritto Land of the Free come se fosse un “romanzo religioso”, ma sarebbe impossibile per me scrivere qualcosa di autentico senza che dentro non ci fosse anche la mia fede.

Capiamoci, non è intesa come una dottrina imposta o magari una morale da insegnare, direi anzi che andrebbe intesa come respiro, come uno sguardo sul mondo.

Ok, il mio modo di vivere questa dimensione può suonare strano, ma credo sia in sintonia con quello che Papa Francesco chiamava l’arte dell’incontro. La mia fede non mi chiude al mondo, anzi mi apre ad esso. Mi insegna ad accogliere, a dialogare, e soprattutto a non avere paura della differenza. E nel romanzo è proprio questo che accade: ci sono personaggi che credono in Dio, altri che lo hanno dimenticato, altri ancora che lo chiamano con un nome diverso… ma tutti, alla fine, sono in cammino verso qualcosa di più grande di loro.

Il vento che narra la storia può sembrare un simbolo poetico, ma chi ha orecchie per ascoltare sentirà subito che è lo Spirito. E il fuoco che accompagna i momenti chiave non è un elemento naturale e basta, è un richiamo a quella luce che scalda senza bruciare, che purifica senza distruggere.

Io credo che oggi, più che mai, ci sia bisogno di una narrazione della fede che non sia arrogante, né difensiva. Non scrivo mica per convincere qualcuno, scrivo per far nascere domande. E se anche solo un lettore, anche lontano dalla spiritualità, chiudendo il libro si chiederà: “E se ci fosse davvero qualcosa di più grande?”, allora avrò fatto il mio vero lavoro. Perché la fede, quella vera, non impone mai niente: semina. E sa aspettare.

Padre Francesco è uno dei personaggi più complessi. Cosa rappresenta per te?

Padre Francesco, nel romanzo, rappresenta molte cose, tutte insieme: è il ponte fra il mondo del sacro e quello quotidiano, una specie di testimone che non fa grandi proclami ma che vive la sua chiamata con coerenza, ed è anche la voce della speranza in mezzo a tanto silenzio.

Ho pensato a lui come a un uomo che ha scelto di stare “in mezzo”: fra coloni e Nativi, fra la legge e la misericordia, fra la paura di non essere ascoltato e il desiderio profondo di comunicare qualcosa che viene da Altrove.

La mia fede che sto cercando di vivere come se fosse un dono mi sta facendo capire che il sacerdote non è un eroe perfetto, è un uomo che accoglie. Certo, c’è un pensiero serpeggiante e molto diffuso che vorrebbe farci credere che per via di errori commessi da qualcuno, tutti siano della stessa pasta, ma la realtà è ben diversa. E così ho voluto scrivere di Padre Francesco: non è uno chiuso in una torre d’avorio, non è solamente un “uomo della chiesa” ma è qualcuno che si fa attraversare dal vento della storia, che ascolta gli sguardi, i pianti e i silenzi. In lui c’è lo sforzo di portare luce dove regna l’ombra, e la sua voce è calma, magari è imperfetta, ma è una voce ferma.

Dal suo punto di vista, il conflitto che si svolge nella prateria, fra coloni e Nativi, è anche un conflitto dentro l’anima di ogni uomo: quell’anima che può dire «nonostante tutto, credo che esista un Altro» e che in quell’Altro trova la forza di andare avanti. Padre Francesco così non è solo un giovane sacerdote, diventa un simbolo di incontro.

Da piccolo, nei lupetti, ho conosciuto la figura di San Francesco, ecco, mi sono ispirato a lui. In un mondo dove spesso la fede viene vista come “limitazione”, lui dimostra che essa può essere libertà: libertà di servire, di abbassarsi, sporcarsi e chiedere perdono. E fa cose grandi semplicemente facendo quello che altri vedono come piccolezze, ma con perseveranza.

E se i lettori lo accolgono, forse scopriranno che anche loro hanno un Padre Francesco interiore, non necessariamente con colletto, ma che si chiede: cosa sto facendo con la mia storia? Con chi mi sto dividendo? E soprattutto, ma io chi sto servendo? Padre Francesco è quell’uomo maturato dalla grazia e dal vento della storia, che ci invita a rialzarci, ad ascoltare, a non chiuderci nelle ombre del passato, ma a guardare oltre, accorgendoci dell’alba che avanza.

L’incontro (o scontro) tra culture è al centro della vicenda. Pensi sia un tema ancora attuale?

Eh, non solo è attuale, forse è il tema di oggi. Basta scrollare le news per rendersene conto. Quello che succede nel romanzo, il dialogo interrotto tra due mondi, la diffidenza, la paura, ma anche la possibilità del perdono, è lo stesso che viviamo ogni giorno, solo con nomi e volti diversi.

Il genocidio che colpì i popoli nativi non è un evento chiuso nei libri di scuola. È qualcosa che continua a ripetersi, sotto altre forme. Penso alla Palestina, dove si continua a morire nell’indifferenza di troppi governanti. Penso alla guerra tra Russia e Ucraina, dove le culture si trasformano in confini, e i confini in trincee. Siamo ancora lì, con le armi puntate, convinti che l’altro sia sempre il nemico, il selvaggio da dominare.

Ma Land of the Free prova a dire un’altra cosa: che il vento della storia può cambiare! Non è scritto da nessuna parte che debba andare sempre male. Dipende dalle scelte che facciamo oggi, come persone, come popoli, come umanità, non possiamo più raccontarci la storiella che lo scontro sia inevitabile, “ineluttabile” per dirla alla Thanos. Non è vero! È molto più difficile scegliere la via della pace, ma quella è l’unica strada possibile.

Nel romanzo, a un certo punto, c’è una frase che viene da lontano: “Il vento della storia può cambiare di nuovo.” È il cuore di tutto. E non è un’illusione, io credo anzi che sia una speranza fondata. Ma perché il vento cambi, dobbiamo essere pronti ad alzare le vele, anche quando fa paura. A uscire dai nostri recinti, dalla nostra zona di comfort, a smettere di difendere sempre e solo “i nostri interessi”.

Mi chiedo spesso, ma l’incontro tra culture sarà sempre difficile? Sì. Ma è anche l’unica cosa che può salvarci. E se questo libro, nel suo piccolo, riesce a far nascere un dubbio, una domanda, un’apertura… allora qualcosa di quel vento comincia già a soffiare.

Le ambientazioni sono molto evocative. Hai avuto fonti visive o luoghi reali a cui ti sei ispirato?

Beh, in realtà, tutto è cominciato da un palco. Le prime vere “immagini” di questa storia non sono nate da un documentario o da qualche viaggio ma da un musical scritto negli anni ’90 da mio padre: Oltre la Montagna. Quando ero piccolo, ascoltavo le canzoni e i racconti di quello spettacolo e mi sembrava già allora che ci fosse molto di più sotto la superficie. Quei personaggi, quei dialoghi, quei silenzi… mi sono rimasti dentro, come se chiedessero di tornare a vivere.

Così, quando ho iniziato a scrivere Land of the Free, ho deciso che quel mondo meritasse una nuova voce. Le ambientazioni, i conflitti, i momenti di tensione e quelli di grazia, nascono lì. Poi, certo, ho lasciato spazio alla mia immaginazione, ho arricchito lo sfondo con paesaggi interiori e simbolici: le praterie, i canyon, i fuochi nella notte. Ma la scintilla iniziale è stata quel copione, pieno di polvere e luce, che parlava già allora di confini, di perdono e di scelta.

E mentre scrivevo, non mi servivano foto o mappe. Bastava chiudere gli occhi. Bastava il suono di una canzone di papà, e sentivo l’armonica di Roy che tornava, o il passo silenzioso di Bisonte Nero che camminava sull’erba. Sono scene che non ho solo immaginato: le ho vissute dentro. E spero che chi leggerà questo libro possa viverle anche lui, come se fosse un viaggiatore.

Perché credo che Land of the Free non sia solo un romanzo, ma una soglia. E ogni soglia, se la attraversi, ti cambia. Anche se poi torni indietro, non sei più lo stesso. Ecco, io credo che forse sia proprio lì che comincia davvero il nostro viaggio.

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