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L’universo circolare di “Nuova Vita” secondo Giuseppe Campagnani

Un album che cresce come un seme, tra cicli, stagioni e respiri. Campagnani riflette sul tempo, sulla trasformazione e sulla delicatezza del sentire. L’intervista approfondisce il valore della lentezza, la forza della parola e l’arte come gesto umano, fragile ma necessario.

Molti artisti cercano la viralità, tu sembri invece cercare profondità. Ti senti parte di una “nuova generazione lenta” della musica italiana?

Non so se posso definirmi parte di una “nuova generazione lenta”. Onestamente non mi sono mai sentito dentro a un movimento: seguo il mio modo di fare musica, che nasce dal mio carattere, dai miei tempi e non da un’appartenenza.

Credo la mia sia una ricerca di autenticità, la lentezza fa parte del mio modus operandi. E sì, è difficile difendere la lentezza oggi, perché il mondo della musica sembra sempre più connesso a quello dei social network. Prima ancora di arrivare a una casa discografica viene richiesto di avere un flusso di ascoltatori mensili e una presenza costante online. Per questo motivo tanti artisti puntano sulla velocità, ma non me la sento di giudicarli: il sistema premia la rapidità, la produzione continua. È una pressione oggettiva e non è colpa degli artisti se si trovano dentro questo meccanismo. In un certo senso siamo tutti parte della struttura che lo alimenta.

È chiaro che in un contesto del genere il lusso della lentezza non è previsto: bisogna sempre pubblicare, condividere o si esce fuori dai radar. Scrivere un brano con calma, lavorando sulle parole per settimane o mesi, non è esattamente ciò che oggi “premia”. Però la mia non è una strategia, è il mio modo naturale di lavorare. Quando scrivo istintivamente butto giù molto, ma poi spesso elimino almeno il 70-80% di ciò che ho scritto: è un processo inevitabilmente lento, ma che mi consente di produrre qualcosa di cui essere soddisfatto e solo dopo lo condivido per cercare una connessione con gli altri. Per me la condivisione è solo l’ultimo step, non il punto di partenza.

Detto questo, ho molta fiducia nei giovani e soprattutto nei giovanissimi. Sto notando una grande sensibilità, una profondità che spesso viene sottovalutata. Ho sempre pensato che le generazioni successive abbiano la capacità, quasi naturale, di correggere gli errori di quelle precedenti o almeno di provare un passo avanti.

Se esiste davvero una “generazione lenta” penso che saranno loro, gli adolescenti di oggi, a dare una forma nuova alla musica italiana. E se il mio lavoro potrà avvicinarsi anche solo un po’ a questa direzione, ne sarò solo felice.

L’album attraversa diverse sfumature sonore ma mantiene una forte coerenza poetica. C’è un filo narrativo che unisce i brani?

Per me l’idea di scrivere “Nuova vita” nasce da una riflessione sulla ciclicità dell’esistenza. Senza scomodare Nietzsche, che sull’eterno ritorno ha costruito una riflessione enorme, ho sempre percepito la vita – individuale, biologica, storica e via dicendo – come un susseguirsi di fasi: inizi e fini che si rincorrono. In questo caso ho voluto porre maggiore attenzione non sull’aspetto della fine, bensì sull’aspetto generativo: ogni chiusura contiene già un principio.

Come dicevo questa riflessione non è solo filosofica: la biologia e la biochimica contengono moltissimi cicli di reazioni (il Ciclo di Krebs per citarne uno), nella natura la ciclicità si esprime soprattutto attraverso le stagioni e addirittura nella cosmologia ci sono elementi che suggeriscono ciclicità. Se pensiamo alla teoria dei Big Crunch ad esempio o all’idea, affascinante anche se speculativa, che il collasso gravitazionale all’interno di un buco nero possa generare un nuovo universo, vediamo che la natura è costantemente impegnata a morire e a rinascere. Trovo affascinante la forza che pervade questi cicli.

Nel mio disco, molte canzoni parlano di qualcosa che finisce: un’esperienza, una relazione, una fase della vita. Altre invece raccontano aria nuova, slancio, cambiamento. “Il Treno”, che apre il disco, parla del tempo che scorre e che “tutto traveste”, per citare Foscolo. C’è la fragilità del vivere e la consapevolezza che i momenti belli sono sempre fugaci.

“Nuova vita”, brano che conclude e dà il titolo all’album, invece, arriva alla fine e cambia prospettiva: non nega la fine, ma la include in un processo più grande. Dentro ci sono immagini che per me evocano rinascita: i bambini che si rincorrono, una campagna leopardiana che si illumina dopo la pioggia, il ritorno della primavera. E poi ancora: gli elementi naturali che si accendono come a spingere tutto verso un nuovo inizio.

A un certo punto scrivo: “Schemi precisi decretano cicli infiniti di realtà, dal cielo alla terra ricadono, seguono forze di gravità”. La gravità per me è una metafora potente: è una forza che attrae verso l’interno ma che, nelle stelle, convive con la spinta opposta delle reazioni nucleari. È una tensione continua tra caduta e espansione e in fondo credo che la vita non sia così diversa.

Da studente mi sono sempre sentito vicino alla visione di Spinoza e al suo “Deus sive Natura”: Dio ovvero la natura. Questa identificazione mi ha sempre suggerito un senso di ordine, di ciclicità, di trasformazione continua.

Per concludere, altrimenti rischio di dilungarmi troppo, l’idea di base è stata quella di seguire non un filo narrativo bensì umano: alternare brani più malinconici, legati all’idea di fine a brani che invece guardano al nuovo, a qualcosa che resiste e allo slancio in avanti. Il tutto tenuto insieme dal concetto di ciclicità.

Ma ci sono ovviamente anche molti altri elementi da scoprire, per chi vorrà ascoltare.

Il titolo “Nuova Vita” può essere letto anche come un invito collettivo. Qual è, secondo te, il bisogno più urgente della nostra epoca?

È una domanda che trovo molto interessante e coglie nel segno, perché dietro un titolo apparentemente semplice c’è sempre una scelta. “Nuova vita” nasce prima di tutto da un’esigenza personale: è il modo in cui ho provato a tirare le somme di un periodo difficile, fatto di passaggi dolorosi che, visti da lontano, assumono un senso diverso. Mi viene in mente la frase attribuita a Chaplin: “la vita è una tragedia vista da vicino e una commedia vista da lontano”. Ecco, io ho provato ad allontanarmi un po’ dalle cose per osservarle meglio.

Come ho detto prima parlando del concetto di ciclicità, io ho scelto di rivolgere lo sguardo verso ciò che nasce. Non per ingenuità o ottimismo facile, ma come un modo per ricordarmi che anche dopo le cadute più violente c’è sempre qualcosa da cui ripartire.

E, sì, è anche un messaggio collettivo, che nel mio piccolo ho voluto lanciare là fuori. Secondo me il bisogno più urgente della nostra epoca è ricostruire una prospettiva. Per anni abbiamo inseguito obiettivi che ora sembrano esauriti: modelli sociali e idee di progresso che non riescono più a darci un orizzonte di speranza. Sento che c’è una necessità diffusa di aprire spazi nuovi.

Se devo essere più concreto, credo che oggi manchi soprattutto la capacità di incontrarsi e di dialogare davvero. Il conflitto – sociale, politico, culturale – nasce spesso da qui: dall’isolamento, dall’incapacità di riconoscere o legittimare l’altro.

La scienza, che io rispetto profondamente, parla soprattutto all’individuo: risolve problemi, migliora la vita pratica, offre strumenti. Ma non crea comunità. L’arte invece parla alla collettività. Un libro, un film, un dipinto, una canzone: sono opere che permettono a persone diverse di ritrovarsi nello stesso punto, di specchiarsi in un’emozione o in un sentimento comune. L’arte crea aggregazione, apre varchi, riaccende il dialogo.

E in un’epoca in cui l’individualismo è diventato quasi un istinto automatico, l’arte è una forma di resistenza. Ricorda che non siamo monadi separate, che esistono ancora luoghi, anche simbolici, in cui possiamo incontrarci senza dover competere a tutti i costi.

Forse è un tema che affronterò meglio nel prossimo album.

Dopo questo debutto, quale sarà il prossimo passo: i live, nuovi brani o semplicemente tempo per respirare?

Nei prossimi mesi voglio iniziare a muovermi dal vivo, fare concerti e capire se si apriranno possibilità concrete.

Continuo a scrivere, in realtà sto già lavorando a nuovi brani,  perché è l’aspetto che più mi appassiona. Ma mi piace molto anche suonare: voglio costruire dei live che rendano davvero giustizia alle canzoni.

Il mio obiettivo è proseguire un passo alla volta, senza fretta e senza pressioni, rimanendo me stesso e rispettando i miei tempi creativi.

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