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«L’alba di una nuova Sfinge» e il volto nascosto del complesso di Giza | INTERVISTA

Damiano Piras ci conduce in un viaggio affascinante tra equinozi, solstizi e allineamenti cosmici, proponendo una rilettura audace e documentata della Sfinge e delle Piramidi. L’intervista offre uno sguardo rigoroso e suggestivo su un’ipotesi che potrebbe riscrivere parte della storia dell’antico Egitto.

 

Damiano, il tuo libro parte da un’ipotesi: l’esistenza di una seconda Sfinge. Qual è stato il primo indizio che ti ha spinto a intraprendere questa ricerca?

Sebbene l’idea iniziale l’avessi avuta oltre 9 anni fa, la ricerca è diventata più metodica e intensa a partire dall’inizio del 2024, quando ho iniziato a scoprire nuovi indizi di natura geometrica (nel libro ai paragrafi 4.6 4.7 e 4.8) che sono quelli che mi hanno portato a iniziare a scrivere un testo per rappresentare le idee che avevo sviluppato, su consiglio di alcuni cari amici con cui mi ero confrontato.

Da quel momento non ho potuto più fermarmi, continuando a studiare, indagare, scrivere e scovare altri indizi.

Molti studiosi tendono a interpretare Giza come un complesso “chiuso” e completo. In che modo la tua teoria lo rimette in discussione?

La mia teoria non rimette affatto in discussione quanto già conosciuto riguardo in particolare il rapporto che lega la Sfinge e le Piramidi a Giza: semmai si propone di ampliarlo e completarlo.

Sebbene forse il grande pubblico non conosca i fenomeni spettacolari che si verificano al tramonto durante gli equinozi e il solstizio estivo, tali eventi sono descritti dai più rinomati egittologi e archeoastronomi, e già coinvolgono allo stesso tempo la Sfinge e le due Piramidi maggiori di Giza, evidenziando collegamenti tra le diverse strutture principali di Giza.

Quanto potrei aver “riscoperto” non mette in discussione quanto già noto agli esperti del settore, bensì lo integra: grazie alla Sfinge gemella, sono infatti emersi nuovi fenomeni speculari che completano quelli già conosciuti, verificandosi all’alba degli equinozi e del solstizio d’inverno; non a caso proprio nel titolo ritroviamo “L’alba”, anche in questa accezione.

Hai utilizzato strumenti di analisi geometrica, astronomica e comparativa. Come si è articolato concretamente il tuo metodo di lavoro?

Ho cercato di basare il mio lavoro su elementi chiari, oggettivi e incontrovertibili: nel libro non troverete speculazioni o fantasiose ricostruzioni. Gli indizi riguardano dati ed elementi già consolidati, facilmente verificabili, a cui si sono aggiunte le osservazioni sul posto e quelle successive tramite software che consentono a chiunque di calcolare e mappare il percorso del sole in qualsiasi giorno e da qualsiasi punto del pianeta. Anche queste risultano quindi facilmente verificabili e replicabili.

In questo contesto, il metodo di lavoro è diventato un vero equilibrio tra rigore scientifico e intuizione: i dati e le verifiche oggettive hanno fornito le basi solide, mentre le deduzioni e le osservazioni sul campo hanno permesso di formulare ipotesi nuove e verificarle. È stato determinante, ad esempio, comprendere come software precisi potessero calcolare il percorso del sole, un passo che ha permesso di verificare intuizioni maturate durante la mia esperienza a Giza e di completare il quadro archeoastronomico relativo a equinozi e solstizi.

A volte, sono stati lo studio accurato dei dati, il confronto con le ricerche di altri studiosi e le verifiche geometriche e astronomiche a far emergere nuove intuizioni. Il lavoro si è così sviluppato in un continuo scambio tra rigore scientifico e creatività, dove le osservazioni concrete hanno fornito precisione e sicurezza, mentre le intuizioni hanno permesso di leggere i fenomeni in modo più completo e approfondito.

In questa prospettiva, una parte essenziale del mio lavoro è consistita anche nell’approfondire in modo sistematico gli studi disponibili: ho consultato numerose pubblicazioni legate al tema, individuando contributi di egittologi e ricercatori che mi hanno offerto chiavi di lettura preziose per orientare le verifiche e comprendere meglio i dati. Il confronto con questi studiosi mi ha permesso di chiarire passaggi complessi e di raffinare progressivamente il mio approccio; per questo provo una sincera riconoscenza verso chi, con le proprie analisi e riflessioni, ha guidato indirettamente l’evoluzione della mia indagine e ne ha consolidato le basi.

Quali reazioni ti aspetti dal mondo accademico e dagli studiosi di egittologia tradizionale?

Mi aspetto un ventaglio di reazioni ampio, una parte del mondo accademico potrebbe accogliere il libro con una certa prudenza, ma ciò che auspico è un confronto critico, che ritengo la via più corretta quando vengono introdotte nuove ipotesi.

Detto questo, confido che alcuni studiosi possano avere interesse nell’approfondire questa ipotesi e aprire un dibattito in merito.

“L’alba di una nuova Sfinge” non vuole sostituirsi alla ricerca accademica, ma offrire una prospettiva che completa quanto già noto.

Mi aspetto e spero che il dialogo sia basato su curiosità, confronto e rispetto.

A chi lavora in questo campo vorrei dire di continuare a indagare con mente aperta, senza temere di rimettere in discussione idee consolidate, tanto più che questa non è affatto un’idea nuova, dato che in passato sono state fatte altre ipotesi circa una seconda Sfinge a Giza, anche da importanti egittologi.

La ricerca e il progresso vivono di questo: della capacità di lasciare spazio a nuove ipotesi e di confrontarsi con ciò che emerge, anche quando sorprende.

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