Il libro di Arianna Frappini è una mappa di emozioni vissute e sentite, in bilico tra fantasia e autobiografia spirituale. Un racconto che parla di rabbia, dolcezza e incontri che sembrano casuali, ma diventano destino. Una narrazione sincera, in cui i fiori diventano linguaggio e specchio dell’anima.

Bentrovata, Arianna. “Fiori dentro l’anima” ricopre un ruolo importante all’interno della tua carriera letteraria?
“Fiori dentro l’anima” è il quarto libro pubblicato e quindi è un punto di arrivo, ma soprattutto un punto di partenza, quello che mi ha fatto provare il brivido di altre prime volte, primo romance, primo contemporaneo, primo in self; inoltre, sono convinta che, comunque lo si voglia dire o vedere, ci sarà sempre un prima e un dopo questo libro, nel mio modo di scrivere e anche di pubblicare, come se la mia vita fosse cambiata dopo aver creato questi personaggi o forse solo dopo aver toccato le corde più profonde della mia anima. E tutto questo deve essere percepito anche all’esterno, perché uno degli aggettivi più attribuiti al mio libro è sincero. E lo è, davvero, forse ancora più dei precedenti.
Quali emozioni prevalgono all’interno del romanzo?
È un libro sostanzialmente di emozioni e le guarda, le racconta, le sente. Tutte, positive, negative, intense, flebili, più o meno definite. Narrate attraverso i fiori e il loro significato. Ma due spiccano più di tutte le altre: la rabbia (rappresentata dalla peonia), quella mai elaborata che appesantisce il cuore di Gabriele, quella ostentata di Ariel data dall’orgoglio e dalla volontà di tenersi lontana il più possibile, e la dolcezza (descritta dalla viola), quella di cui entrambi sono capaci e forse non si rendono conto di quanto ne hanno bisogno, di esprimerla, di sentirla, di averla e di donarla.
Credi che i rapporti più sinceri nascano in maniera casuale?
Io credo che tutti i rapporti all’inizio siano dati dal caso, o forse vogliamo dire dal destino. Un incontro fortunato, fortuito, proprio lì, quel giorno e quel momento. Poi, come tutte le cose che sono lì per qualche motivo superiore (per così dire), vanno coltivate e fatte crescere: a poco serve incontrarsi, se non ci si conosce, se non si approfondisce e se ci si ferma a quell’istante, senza dargli seguito e valore.
Sono presenti echi delle tue esperienze personali o la storia è solo frutto della tua fantasia?
Questo libro non è un’autobiografia in senso stretto. Ciò che succede ad Ariel a me non è mai successo. Ma è un’autobiografia spirituale, per così dire, perché Ariel è ciò che io sono e ciò che vorrei essere, ciò che vorrei dire e per qualche motivo non riesco o non posso dire. È il mio modo di vivere la disabilità, anzitutto, e quindi è inevitabile che per descrivere la sua visione del mondo da ipovedente mi rifaccio alla mia esperienza. Echi proprio diretti, forse uno solo rilevante: la scelta di Ariel (e la mia) di iscriversi a Lettere e poi lasciarla per dedicarsi alla scrittura. Forse lì è l’unico momento in cui ci si avvicina di più alla mia vita anche esteriore e non solo a quella interiore. Ah, e poi c’è questo ex fidanzatino di Ariel che si chiama Mattia e anche un mio ex si chiamava così, ma le similitudini finiscono lì: per Ariel era il primo amore, sono andati a scuola insieme e sono stati fidanzati per un bel po’ di tempo e si sono allontanati per la scelta diversa delle Superiori e poi lui si è ricordato di lasciarla con un messaggio diversi anni dopo e, quando si ritrovano in queste pagine, lui alla fine si rivela indeciso e abbastanza stronzo; per me invece non è stato proprio il primo amore, non avevamo la stessa età e ci siamo frequentati al di fuori della scuola e, detto per inciso, sono stata io a lasciarlo diversi anni dopo con un messaggio e soprattutto non era uno stronzo, altroché, era molto dolce e carino e io lo ricordo sempre con molta tenerezza, anche dopo tutto questo tempo senza incontrarci più.