Nel suo nuovo romanzo «Il borgo», Alessandra Cotoloni ci guida in un luogo dove la normalità vacilla e la libertà torna protagonista. Una comunità che si ribella al meccanismo imposto dalla società per cercare autenticità. Un’intervista che svela la genesi e le metafore di questa potente narrazione contemporanea.

Alessandra, “Il borgo” nasce da un’idea narrativa potente: una comunità che decide di cambiare vita senza un apparente motivo. Qual è stata l’origine personale o creativa che ha dato il via a questo romanzo?
Il borgo prende origine da una situazione a cui ho assistito ed assisto nel borgo che spesso frequento e che si chiama Castelnuovo Val di Cecina. Qui realmente si sono trasferite molte persone provenienti da città italiane e straniere, per ritrovare quella dimensione umana che spesso è ormai sfuggente all’interno delle città, dominate prevalentemente dal rumore, dalla velocità, dal sempre più effimero senso di comunità. La storia del libro nasce dunque da una osservazione effettiva di un fenomeno che peraltro non risulta solo del borgo che ho la fortuna di frequentare ma anche di tanti altri borghi analoghi.
La struttura del libro alterna realismo e surreale, creando un equilibrio delicato. Perché hai scelto questo linguaggio ibrido e come ha guidato la costruzione della storia?
Per la tematica del libro, che riguarda una società che rischia di perdere la consapevolezza del proprio vissuto e di quanto possa essere facilmente minata da condizionamenti subdoli che ledono la libertà delle persone, avevo bisogno di un genere narrativo che non rischiasse di cadere nel patetico e/o nel banale. L’allegoria e il surreale che a tratti emergono, sono serviti per rendere più leggere queste tematiche ( e non per questo superficiali). Non solo il surreale, che poi se ci pensiamo bene, non lo è così tanto come potrebbe sembrare, amplifica l’attenzione su certe situazioni che spesso invece ci sfuggono e non ci rendiamo conto invece di quanto possano essere gravi per la nostra libertà.
Nel romanzo la memoria collettiva e quella personale si intrecciano. Come hai lavorato per bilanciare introspezione psicologica e narrazione simbolica?
Se ci pensiamo bene, la memoria collettiva e personale non sono separate l’una dall’altra completamente. L’ambiente stesso in cui viviamo forgia la nostra memoria, il nostro trascorrere dei giorni influisce sulla nostra stessa emotività. Le metafore utilizzate all’interno della storia, sono state necessarie per esternare questo stato emotivo dei personaggi, che a loro volta divengono l’espressione della società in cui viviamo. Ed ecco che la fabbrica di birra esplicita le nostre prigioni, prevalentemente quelle mentali, dalle quali ci distacchiamo con paura e difficoltà, così e il borgo esprime la “possibilità” che abbiamo ciascuno di noi, di poter alimentare il nostro personale bisogno di sentirci liberi di esprimerci per ciò che siamo e sentiamo di essere.
I personaggi affrontano un viaggio dentro se stessi oltre che nel proprio contesto sociale. Quali sono state le sfide maggiori nel raccontare questo doppio movimento?
Era importante per me evidenziare, che indipendentemente da quale stato sociale appartengano i miei personaggi, da che età abbiano e da quale passato siano state segnate le loro vite, la conclusione del loro viaggio interiore, fosse alla fine il medesimo: comprendere che il malessere che vivono, questo disagio di fondo che hanno sentito albergare in loro stessi, può essere affrontato e superato dando spazio e voce al proprio sentire.