La scrittura come atto di verità: così Ambra Fogagnolo descrive l’ultimo capitolo della sua trilogia. Un romanzo che parla di rimpianti, accettazione e forza di volontà. Ma anche di amicizia e sostegno, perché dietro ogni libro finito ci sono mani invisibili che aiutano a non mollare.

Un caro saluto a te, Ambra. Vorresti descrivere un po’ la protagonista della trilogia sull’Amaro?
Ivy è una persona molto complicata, sia da descrivere che da “vivere” … diciamo che o la ami, o la odi! È molto testarda, orgogliosa, fumantina e a volte anche illeggibile: tende a stare in silenzio quando è molto arrabbiata, per poi esplodere in un fiume di parole quando arriva al limite. È anche molto dolce e protettiva nei confronti di chi ama, riflessiva ed empatica, anche se nell’arco della narrazione, e a causa di ciò che le accade, cambia drasticamente: nel secondo libro (“L’amaro in noi”) è molto fredda, calcolatrice, a tratti sfocia nella vera e propria cattiveria nei confronti della persona che incolpa per il suo passato doloroso, riversando su di lei tutto l’odio di cui dispone. Nel terzo fa i conti con sé stessa e con ciò che ha causato nell’arco della sua storia… e lì non vi anticipo nulla sul tipo di persona che sceglierà di essere: se la Ivy vista nel primo libro (“L’amaro dell’amore”), o quella del secondo.
Come mai hai deciso di trattare temi delicati come il suicidio e l’autolesionismo? Ritieni sia necessaria una maggiore consapevolezza su questi aspetti?
Ritengo che a volte siano temi trattati con troppa superficialità, abusati anche in storie e in contesti dove forse non sono nemmeno necessari ai fini dell’evolversi della trama, e solo per sfociare in tematiche che “vanno di moda” tra i lettori. Io ho tentato di trattarli in modo delicato, senza sfociare nel morboso, ma dando loro, spero, il giusto valore. Viviamo in una società che ci ha abituati a fingerci felici, più che a esserlo davvero… i social hanno amplificato questa mia percezione, per lo meno. Invece dovremmo normalizzare il fatto che anche il dolore fa parte della vita e cercare di stare vicino e supportare chi sta vivendo un momento difficile, e non abbandonarli a sé stessi. Sono argomenti molto delicati, spero di far trasparire il giusto messaggio…
Quando hai sentito la vocazione per la scrittura?
La scrittura fa parte di me fin da bambina, le verifiche di italiano, con il famoso tema libero o a tracce, erano per me motivo di grande gioia. Poi, crescendo, ho messo da parte questa passione perché, come mi dicevano sempre i miei genitori: “nessuno, o quasi, riesce a portare la cena in tavola grazie alla scrittura!”; infatti il lavoro che svolgevo non c’entrava molto con la letteratura! Ho riscoperto questa vocazione, come in tanti altri, durante il periodo di lockdown a causa del covid, e da lì non ho più voluto smettere. Spero di poter continuare a scrivere ancora per molto, non perché mi permetta di mettere la cena in tavola eh, però è un qualcosa che mi fa stare davvero bene, è una sensazione che voglio continuare a provare e a coltivare. E se qualcuno deciderà di dare una possibilità ai miei libri, per me, sarà un grande traguardo e motivo di orgoglio.
Credi sia importante recuperare la propria identità, prima di guarire? Perché?
Senza una propria identità credo che sia impossibile guarire. Bisogna avere un proprio focus, per riuscire ad accettare e superare ciò che ci accade, o il male che causiamo, in modo da poter fare ammenda nei confronti degli altri, ma anche verso sé stessi.