Un linguaggio diretto, nudo, senza artifici: la poetessa sceglie la sincerità assoluta come cifra stilistica. Versi sparsi è un autoritratto emotivo che attraversa maternità, amore, assenze e rinascite, trasformando il dolore in immagini potenti. Una scrittura che cerca il respiro del lettore, non la forma.

Il libro “Versi Sparsi” tocca corde molto profonde. Da dove nasce l’urgenza di scrivere questi versi così intimi?
Dopo aver provato profondi cambiamenti, emozioni e dolore, scrivere mi ha aiutata a rielaborare il mio percorso e trasformarlo in arte. Infatti “Versi sparsi” è stato scritto al calore di un camino in una vecchia casa in pietra nel cuore di Volterra, quando ormai mi ero già reinventata lasciando alle spalle molte esperienze traumatiche.
Hai scelto di includere anche una traduzione in arabo. Quanto è importante per te che le tue parole siano accessibili anche in altre culture?
La traduzione in arabo è stata una sorpresa e un dono. Mi è stata proposta questa versione con il coinvolgimento di Hafez Aidar, che stimo profondamente, e mi è sembrata subito la direzione giusta. La lingua araba ha una musicalità e una potenza emotiva che si sposa bene con la mia scrittura, ma ciò che mi ha fatto propendere per questa traduzione è uscire dal mio vissuto individuale per aprirmi a una dimensione universale. Ho sempre pensato alla poesia come a un ponte tra solitudini; mi piace pensare che qualcuno, lontano geograficamente e culturalmente, possa sentire qualcosa di suo nei miei versi.
La metafora della farfalla è potente: come hai costruito questa immagine durante la scrittura?
Ho scelto la farfalla perché per me rappresenta il viaggio della trasformazione. Il bruco non nasce farfalla: deve nutrirsi, cambiare pelle più volte, attraversare momenti di immobilità e buio. Quella fase di bozzolo, dura e silenziosa, è la più importante perché racchiude dolore e nascita. Ho sentito che la mia vita e il mio modo di scrivere seguivano lo stesso processo: nutrirmi di esperienze, attraversare fratture, fermarmi e guardarmi dentro, per poi aprirmi di nuovo al mondo. La farfalla è fragile e bellissima ma quello che importa è la lotta silenziosa che l’ha portata a tanta bellezza. Per questo mi piace dire: siate farfalle. Non abbiate paura di attraversare il buio perché è lì che si preparano le ali.
C’è una poesia nella raccolta che senti più vicina di altre? Se sì, quale e perché?
In realtà per me le poesie sono come figli, quindi ognuna la amo per come è. Tuttavia, ho un debole per “gli uomini”. È una poesia che parla della condizione umana: della nostra fragilità collettiva, del fatto che tutti ci portiamo addosso colpe, ferite, tentativi di restare a galla. È una poesia amara sì ma anche compassionevole, riconosce che la maggior parte di noi recita il proprio dolore in un teatro vuoto, aspettando un applauso che non arriva mai. È una riflessione su quanto poco ci ascoltiamo davvero, su quanto silenzio ci sia dietro alle parole e su quanta sete di riconoscimento abbiamo tutti. È il mio linguaggio per dire: vi vedo, vi riconosco, non siete soli.
Come immagini il tuo futuro da autrice? Hai già altri progetti o percorsi in mente?
In realtà ho tanti libri già scritti che aspettano il loro momento per venire alla luce e tanti ne sto scrivendo e ne scriverò. Al momento è confermata l’uscita del mio prossimo libro, un romanzo di formazione, che avrò l’onore di portare alla fiera del libro di Torino. Per scelta non voglio pubblicare più di un libro all’anno perché mi voglio dedicare interamente all’uscita di ogni libro dando le giuste cure e il giusto spazio che merita ciascuno.
Che ruolo pensi possa avere la poesia oggi, in un mondo sempre più rapido e tecnologico?
Credo che oggi la poesia sia più necessaria che mai. Viviamo in un tempo veloce, frenetico, dove le parole si consumano in pochi secondi sugli schermi. La poesia, invece, ci obbliga a fermarci, a respirare dentro un’immagine e a lasciare che le parole sedimentino. È un atto di resistenza alla fretta e all’oblio. In un mondo che corre, la poesia è come una mano sulla spalla: ti costringe a voltarti e a guardarti davvero dentro. La tecnologia ci connette ma spesso senza profondità; la poesia ricuce quella profondità, crea legami veri, nel silenzio dell’introspezione. Il suo compito oggi è proprio questo: ricordarci che non siamo contenuti da consumare ma vite da ascoltare.