La chirurgia estetica del seno o mastoplastica è una delle più diffuse e richieste dalle donne. Secondo i dati dell’Isaps (Società Internazionale dei Chirurghi Plastici ed Estetici), l’Italia è al quarto posto per numero assoluto di mastoplastiche dopo Usa, Brasile e Messico, ma è al terzo per numero di interventi rispetto al numero di abitanti, dopo Brasile e Grecia.
Oggi rifarsi il seno è diventato molto più comune che in passato, complice il fatto che esista un’ampia scelta di strutture sanitarie di alto livello che eseguono l’intervento al seno e un buon numero di chirurghi specializzati. Se oggi la chirurgia estetica del seno ha raggiunto livelli così alti lo si deve anche ai lunghi e ripetuti tentativi di migliorarne la tecnica dei medici che l’hanno inventata. Ripercorriamo allora la storia delle protesi per mastoplastica.
I medici iniziarono a studiare il modo di modificare chirurgicamente il seno femminile fin dalla fine dell’800. Le prime tecniche prevedevano delle iniezioni di paraffina, che però provocavano danni non indifferenti alla salute delle donne.
Negli anni Cinquanta del Novecento, dopo alcuni tentativi non riusciti di ricreare il seno asportando grasso da altre zone del corpo, si pensò di inserire sottopelle delle protesi rudimentali. Si provò di tutto: spugne, sfere di vetro, legno, ma mai nulla che riproducesse l’aspetto morbido ed elastico di un seno femminile.
L’idea di innestare una protesi morbida nel seno delle donne per aumentarne il volume o modellarne la forma fu di un medico americano dello Jefferson Davis Hospital di Houston , in Texas. Il medico, che si chiamava Franck Gerow, sviluppò la sua intuizione prendendo in mano per caso una sacca di plastica ripiena di sangue, che gli diede la sensazione di toccare un seno. Il primo impianto avvenne su una cagnolina, inconsapevole tester del seno rifatto. Nel 1962, Gerow e un suo collega (Thomas Cronin) si cimentarono con il primo intervento su un essere umano, una trentenne che si sottopose alla sperimentazione in cambio della correzione delle sue orecchie a sventola. Visto il successo del loro primo intervento, i due medici presentarono la loro tecnica alla Società Internazionale dei Chirurghi Plastici e ricevettero larghi consensi. Era l’inizio di un’epoca: gli interventi al seno cominciarono a diffondersi e al contempo anche le protesi subirono la loro evoluzione.
Oggi le tipologie più diffuse di protesi mammarie sono due: le protesi in silicone e quelle saline. Le protesi in silicone hanno una consistenza morbida e malleabile e donano un effetto naturale. Per contro, il silicone può essere dannoso in caso di rottura della protesi in quanto il corpo non è in grado di assorbirlo.
Le protesi ripiene di soluzione fisiologica di tipo salino sono più rigide ed hanno un aspetto meno naturale sia alla vista sia al tatto. Sono meno pericolose in caso di rottura, perché l’organismo è in grado di assorbire la soluzione fisiologica con maggiore facilità.
Recentemente, una startup italiana del campo medico ha messo a punto una protesi di ultima generazione che vuole superare le vecchie protesi. Il suo nome è Tensive, ed è fatta di un materiale che non deve essere sostituito periodicamente in quanto si degrada in maniera progressiva all’interno dei tessuti. Tensive è stata studiata per pazienti che hanno subito asportazioni chirurgiche in seguito ad un tumore al seno, ma forse indicherà la strada per le future evoluzioni della chirurgia estetica del seno.
Storia delle protesi per gli interventi chirurgici al seno
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