Stigmate, la ferita che ci rende vivi
Ci sono momenti nella vita in cui ci si ritrova davanti a se stessi, come in uno specchio che non riflette soltanto il volto, ma l’intera storia che ci portiamo dentro. Stigmate è proprio questo: un dialogo tra l’uomo che siamo diventati e il bambino che ci guarda ancora da dentro, con i suoi sogni intatti e le sue domande senza tempo.
Ferrandini mette in scena la ferita dell’arte, che non è mai un ornamento ma un segno inciso nell’anima: un dolore che pesa e, nello stesso tempo, un appiglio che ci salva. È la ferita che ci ricorda che siamo vivi, che non siamo soltanto consumatori distratti in un mondo di rumore, ma esseri capaci di sentire la solitudine, la nostalgia, l’attesa.
La scelta del pianoforte Bösendorfer, nato per celebrare Beethoven, non è casuale: è un richiamo alla profondità di una tradizione che ha attraversato secoli, ma che qui viene sospesa, quasi sciolta, in un abbraccio con i suoni elettronici. È come se il passato e il futuro si parlassero, e in quel dialogo fragile rinascesse l’uomo di oggi, sospeso tra memoria e smarrimento.
In fondo Stigmate ci ricorda che l’arte è un marchio: fa male, ma ci appartiene. È un richiamo che non possiamo ignorare. Ed è forse proprio in quella ferita che ognuno di noi può ritrovare un po’ di verità, un po’ di sé.