Il prossimo 8 dicembre avrà inizio, ufficialmente, il Giubileo straordinario della Misericordia: nel pomeriggio del 29 novembre Papa Francesco ha aperto la prima porta santa della cattedrale della capitale della repubblica Centrafricana.
Perché un giubileo straordinario?
Nella Bolla pontificia di indizione, è Papa Francesco a spiegarcelo. “Abbiamo sempre bisogno, così si legge nelle prime pagine della Bolla, di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato.
Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti”
Che cos’è la misericordia? Bisogna, innanzitutto, distinguere la misericordia dalla compassione: compassione è, infatti, quel sentimento che ci fa partecipare intimamente alle sofferenze altrui, mentre la misericordia è quel sentimento di pietà che si concreta in opere verso i nostri fratelli.
E’, ancora Papa Francesco ad invitarci a riscoprire “le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. E non dimentichiamo le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti”.
Se misericordia è tutto questo, misericordia vuol dire, essenzialmente: Amore.
La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore divino nella sua pienezza. “Dio è amore” (1 Gv 4,8.16), afferma per la prima e unica volta in tutta la Sacra Scrittura l’evangelista Giovanni.
“Dio ama, ma vuol essere amato”: così scriveva la Venerabile Madre Luisa Margherita Claret de la Touche (nella raccolta dei suoi scritti: “Al servizio del Dio-Amore”) e proseguiva: “l’Amore ha bisogno di corrispondenza, e se, nel seno stesso della Divinità, il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo si ricambiano così perfettamente, che si amano di uno stesso amore che è il loro stesso essere e la loro essenza, così l’Amore Infinito vuol trovare fuori di Sé una reciprocità, relativa senza dubbio e proporzionata alle debolezze dell’essere creato, ma reale.
Dio ha deposto, in ogni creatura, con la creazione, un principio di amore, non però in tutte le creature nello stesso grado né sotto la stessa forma. Ne deriva, che ogni creatura debba amare secondo la sua natura.
Osserviamo questo modo d’amare mirabilmente esercitato dalle creature inferiori.
La terra ha ricevuto da Dio la fecondità e sempre produce per il suo Creatore.
Il fiore ha ricevuto lo splendore del suo calice e la dolcezza del profumo; esso si schiude ogni primavera per il suo Dio, offrendogli la sua bellezza ed il soave profumo.
L’uccello ha ricevuto l’agilità delle ali, la dolcezza del suo gorgheggio, e vola e canta alla presenza del suo Dio.
Gli animali selvaggi che popolano le foreste hanno ricevuto dal loro Creatore, l’agilità della corsa, la forza delle loro difese, la bellezza del loro pelo; crescono alla presenza di Dio, secondo le leggi della loro natura, compiendo la volontà divina e moltiplicandosi come vuole il loro Padrone.
Ma Dio ha formato delle creature superiori. Anche in queste ha deposto principi d’amore; e poiché esse hanno ricevuto di più dalla munificenza divina, così devono rendergli di più.
Da esse Dio non si aspetta soltanto quell’amore naturale, istintivo, proprio delle creature inferiori. Avendole create ragionevoli, attende da esse un amore ragionevole; avendole dotate d’una volontà libera, attende un amore volontario; avendole create a sua immagine, esige un amore somigliante al suo.
E’ questo amore illuminato, quest’amore libero, che l’uomo deve a Dio…….Eppure, pochi uomini amano Dio come vuole essere amato!….”
Qual’ è, allora, la conseguenza di questa incapacità, per l’uomo, di corrispondere all’Amore di Dio così come Egli desidera, secondo l’insegnamento di Madre Luisa Margherita Claret de la Touche? Può Dio, non ritenendosi appagato, dimenticarsi, per questo, della Sua creatura e distogliere altrove il Suo sguardo?
Ma Dio è Amore misericordioso ed il Suo incommensurabile Amore sa trovare il rimedio anche a questo: l’episodio delle tre domande poste da Gesù a Simon Pietro, narrato al cap. 21 (15-17) del Vangelo di San Giovanni può fornire una rassicurante risposta.
In occasione della manifestazione di Gesù ai suoi discepoli (dopo la Sua morte) sul mare di Tiberiade, in detto capitolo si narra che: “quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti amo”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi ami?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami? e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle…”
Secondo una prevalente interpretazione di questo brano, sembrerebbe come se Gesù volesse ricordare a Pietro, con le sue tre domande, i tre suoi “tradimenti”, avendolo rinnegato per altrettante volte.
La traduzione italiana così come sopra riportata dei testi ufficiali del Vangelo di Giovanni tradisce, però, notevolmente la lettera e lo spirito del testo originale greco: invero, Gesù non ripropone a Simon Pietro, per tre volte consecutive, la stessa domanda (“mi ami?”), ma procede ad un progressivo ridimensionamento della prima domanda, sulla base delle insoddisfacenti risposte di Pietro.
Con la prima domanda, infatti, Gesù chiede a Pietro se il suo amore è un grande amore (“più degli altri”), usando queste precise parole: “ἀγαπᾷς με πλέον τούτων” ? Ma Pietro non risponde a tono, non usando la parola “agape” (sinonimo di vero amore cristiano fino ad essere disposto all’offerta della propria vita), limitandosi a dire: “φιλῶ σε” (“ti sono amico”). Gesù incalza e, con la seconda domanda, si limita a chiedere se, comunque, l’affetto di Pietro è pur sempre “amore” (anche se privo di quel “più degli altri”), ribadendo la richiesta: “ἀγαπᾷς με”? Ma anche a questa seconda domanda, la risposta di Pietro è deludente e ripetitiva: “φιλῶ σε”. Gesù, allora, quasi prendendo atto dell’incapacità di Pietro a corrispondere al Suo grande Amore e venendo incontro ai suoi limiti, gli chiede, infine: “φιλεῖς με”? (“mi sei amico?”), riproponendo, cioè, la domanda nei ridotti termini delle precedenti risposte.
Da questo episodio emerge in tutta evidenza che la richiesta di amore da parte di Dio non assume la veste di una richiesta ultimativa e categorica: qui Gesù appare come chi quasi elemosina, da parte della Sua creatura, un po’ di amore, accontentandosi di quanto quest’ultima sarà capace di concedergli, manifestando, così, la Sua infinita misericordia.
Con riferimento, poi, alla misericordia che l’uomo deve avere nei confronti del proprio fratello, Gesù, nel discorso della montagna, con la quinta beatitudine insegna che saranno beati “i misericordiosi”, cioè quanti sono disposti a perdonare chi ci ha fatto del male.
Essere misericordiosi appare così una chiara manifestazione dell’essere a immagine e somiglianza di Dio. Essere misericordiosi, significa, pertanto, essere anche “puri di cuore” riuscire, cioè, a vedere Dio nei fratelli per amarli secondo i sentimenti di Cristo.
La misericordia dell’uomo verso il proprio fratello è, comunque, ben diversa dalla misericordia di Dio verso l’uomo, così come emerge anche dalla parabola del padre misericordioso che è lì in attesa che il figlio scapestrato, pentito, torni a casa: mentre, infatti, nel primo caso il perdono concesso dall’uomo misericordioso verso chi gli ha fatto del male produce i suoi benefici effetti solo nell’animo del soggetto offeso (prescindendo dal pentimento del soggetto autore dell’offesa), la misericordia, invece, concessa da Dio verso chi, con il proprio peccato, Lo ha offeso, rileva nei confronti del peccatore, cancellando la sua colpa.
Con riferimento alla cancellazione della colpa del peccatore, determinato dalla Misericordia divina, va tenuto, comunque, ben presente, come del resto testualmente ricordato da Papa Francesco, che “la Misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere…..Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge…Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono. Dio non rifiuta la giustizia……Questa giustizia di Dio è la misericordia concessa a tutti come grazia in forza della morte e risurrezione di Gesù Cristo.”
La misericordia infinita di Dio non deve, pertanto, ritenersi incondizionatamente “concessa a tutti”, ma è da intendersi come una “possibilità” da Lui offerta al peccatore “per ravvedersi, convertirsi e credere”. Al fine di conseguire una vera Riconciliazione con il Signore, è necessario, pertanto – approfittando dell’occasione offerta dal “Giubileo Straordinario della Misericordia – oltre al pentimento dei propri peccati, la presenza anche di una radicale conversione, seguendo, sorretti dalla speranza del Suo amore, una nuova via sul solco tracciato dalla verità del Suo Vangelo.
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Articolo di Federico Pellettieri
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