Geoplant Vivai chiama gli Italiani alla raccolta

Per sopperire alla mancanza di braccianti stranieri l’azienda ravennate chiede alle Istituzioni di intervenire con politiche adeguate e capaci di mettere il comparto nelle condizioni di assorbire, anche per il futuro, manodopera italiana.

Mancano poche settimane all’inizio della raccolta della fragola e gli agricoltori di tutta Italia non sono ancora in grado di rispondere a un interrogativo che giorno dopo giorno si fa più pressante: chi coglierà la prima frutta di stagione? A domandarselo è anche Lucilla Danesi, Responsabile Commerciale fragola dell’azienda vivaistica Geoplant Vivai, azienda ravennate specializzata nella coltivazione di piante da frutto e da fragola.

“L’emergenza è alle porte perché nel Centro-Nord Italia tra poche settimane si entrerà in raccolta con la fragola – commenta Danesi – Con quali braccia le coglieremo? Non possiamo permettere che i nostri agricoltori perdano il raccolto di un’intera stagione. La nostra azienda produce piante, non frutta ed è ben coperta in termini di personale, ma molti frutticoltori rischiano di dover lasciare le fragole sulle piante. Occorre un intervento immediato”. L’emergenza sanitaria che ha colpito il Paese, infatti, ha sottratto al comparto la manodopera straniera normalmente impegnata in questo periodo nelle campagne: si parla di 370.000 braccianti provenienti soprattutto da Est Europa e Nord Africa e che attualmente sono rimasti nei loro paesi a causa del Covid19. Un’assenza che non potrà essere risolta con la circolare con cui recentemente il Ministero dell’interno ha prorogato fino al 15 giugno i permessi di soggiorno in scadenza tra il 31 gennaio e il 15 aprile 2020.

Secondo la responsabile di Geoplant Vivai, una soluzione per risolvere lo stallo e garantire continuità alla filiera agricola c’è e proviene direttamente da casa nostra. “Sono tantissimi gli Italiani che sono disoccupati o momentaneamente inoccupati a causa della crisi. Questa categoria di persone rappresenta una risorsa potenziale che andrebbe valorizzata e messa nelle condizioni di dare il proprio contributo al settore in un periodo di difficoltà senza precedenti”. Una situazione di emergenza a cui rischia di aggiungersi anche un evidente paradosso. “Mi auguro che lo Stato colga questa occasione per stimolare la reddittività delle persone e contestualmente incontrare il bisogno delle aziende, attraverso la messa in atto di strumenti efficaci e in grado di facilitare le assunzioni. Credo si tratti di un’alternativa da preferirsi all’impiego di taluni ammortizzatori sociali che genererebbero meccanismi puramente assistenzialistici. Ci mancherebbe che per garantire un indennizzo improduttivo non si riuscisse poi a reperire manodopera e la frutta dovesse marcire su pianta: sarebbe l’assurdo. Fermo restando che le gelate degli ultimi giorni, purtroppo, si sono portate via quasi tutte le drupacee in Regione. Insomma, piove sul bagnato”.

Un problema che ha anche ulteriori risvolti da non sottovalutare. Prosegue Danesi: “Per rimettere in moto la macchina produttiva, serve efficienza e occorre che buona parte degli incentivi venga concessa alle aziende in termini di riduzione della pressione fiscale e contributiva. Andando così a stimolare meccanismi virtuosi di rioccupazione e perché no, di riavvicinamento al settore primario che ha vissuto forti emorragie di personale negli ultimi decenni”.

Una formula inoltre per fronteggiare situazioni di irregolarità che in alcuni contesti portano a condizioni lavorative spesso non conformi e oltre misura precarie. “Ci sono stati troppi casi di sfruttamento indecoroso nel recente passato: fenomeni da combattere a livello governativo con convinzione e forza. Il lavoro sommerso deve esser contrastato, gli operai di campagna retribuiti secondo i Contratti Collettivi di Lavoro; e allo stesso tempo, gli imprenditori agricoli devono essere messi nella condizione di fare reddito, proprio per potere garantire compensi e condizioni di lavoro accettabili ai loro dipendenti. Tradotto, la redditività va meglio distribuita, così che tutti i soggetti della filiera ne traggano beneficio e marginalità”.

Creare una situazione economica sostenibile consentirebbe anche di assicurare una ulteriore qualità sulle tavole del pubblico, grazie all’adozione di pratiche di controllo garantite.

“Ridiscutere i modelli – conclude Lucilla Danesi – sarebbe un’opportunità da cogliere per uscire da questa situazione di crisi e per gettare le basi di un rilancio da tempo necessario. Le produzioni nazionali sono tra le più apprezzate nel mondo e tutelarle nel modo giusto significa valorizzare un patrimonio che non possiamo permetterci di disperdere. In tempi di sacrifici e di analisi, il bilancio può diventare positivo se tutti i protagonisti della filiera sapranno trovare modalità e approccio che vadano verso una più congrua retribuzione di lavoratori e operatori, a vantaggio di tutti”.

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