Pubblicità

“Arrevutamm’”: l’album di Fresco Blu tra ironia, denuncia e contaminazioni sonore

Ci sono dischi che cercano soprattutto di raccontare chi li ha scritti e altri che sembrano invece voler provocare una reazione in chi li ascolta. Arrevutamm’, album di Fresco Blu composto da nove brani interamente in lingua napoletana, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. “Arrevotare”, in napoletano, significa capovolgere, rivoltare, mettere sottosopra. E in effetti, ascoltando l’album dall’inizio alla fine, si ha la sensazione che il cantautore campano voglia prendere alcuni comportamenti ormai entrati nella normalità quotidiana, rovesciarli e mostrarceli da una prospettiva differente.

Arroganza, indifferenza, razzismo, sfruttamento sul lavoro, abuso di potere, pregiudizio: Arrevutamm’ non è certamente un disco leggero nei contenuti. Eppure, paradossalmente, lo è spesso nel linguaggio musicale. È probabilmente proprio questo contrasto uno degli aspetti più riusciti del lavoro.

Fresco Blu evita infatti di trasformare la denuncia sociale in un sermone. Preferisce affidarsi al ritmo, al racconto e soprattutto all’ironia, alternando funk, rock-blues, country-rock, swing, reggae e sonorità latine. Generi apparentemente lontani che finiscono per convivere all’interno dello stesso progetto grazie a due elementi che fanno da collante: la lingua napoletana e l’armonica, suonata dallo stesso Fresco Blu e presente come una vera e propria firma sonora lungo il disco.

L’apertura è affidata a “Rummore”, dove un groove funky accompagna una riflessione su un mondo nel quale arroganza e aggressività sembrano essere state progressivamente normalizzate, mentre gentilezza e buon senso rischiano quasi di apparire fuori moda.

Con “Tant’ a te che te ne fotte” il registro cambia decisamente. Chitarre e banjo trascinano il pezzo verso il country-rock mentre il testo punta il dito contro uno dei temi ricorrenti dell’album: l’indifferenza. Quel “che me ne importa?” individuale che, moltiplicato per milioni di persone, può diventare terreno fertile per problemi enormemente più grandi, dalle guerre alla crisi climatica.

Più personale e rabbiosa è “Nu poco ‘e dignità!”. Il punto di partenza è quasi quotidiano — un prestito mai restituito — ma diventa il pretesto per parlare di qualcosa di molto più ampio: fiducia, rispetto della parola data e dignità. Il rock accompagna uno storytelling diretto, a tratti furente, nel quale una vicenda privata finisce per assumere il valore di una riflessione collettiva.

Poi arriva una delle deviazioni più curiose del disco. “Amm’ sbagliato via” si muove sulle coordinate dello swing e introduce Sofia, figura simbolica il cui stesso nome rimanda alla sapienza e alla saggezza. Ma Fresco Blu sembra suggerire un piccolo paradosso: qualche volta, per cambiare davvero qualcosa, bisogna avere il coraggio di abbandonare persino la strada indicata dalla razionalità e seguire l’istinto. Con il rischio, naturalmente, di scoprire di aver sbagliato strada.

La dimensione latina di “Don Martino” alleggerisce ulteriormente l’atmosfera. È un pezzo da ballare, ma dietro il carattere immediato si nasconde ancora una volta un invito: liberarsi dalle maschere, dai cliché e dai personaggi che la società ci spinge a interpretare per recuperare qualcosa di più autentico.

Con “‘O padrone mazziato” torna invece il rock-blues e soprattutto torna prepotentemente l’ironia. Stavolta nel mirino ci sono i rapporti di potere sul lavoro e quei capi che costruiscono il proprio ruolo sullo sfruttamento degli altri. Il ribaltamento evocato dal titolo dell’album qui diventa quasi letterale: chi esercita il potere finisce per sperimentare sulla propria pelle il sistema che ha contribuito a creare.

Il momento probabilmente più serio arriva con “Nadir (da una storia vera)”. Su una base funk viene raccontata la vicenda di un uomo di colore costretto a convivere con discriminazioni e umiliazioni. È uno dei passaggi in cui l’ironia lascia spazio a un tono più amaro e il tema del razzismo viene affrontato attraverso una storia individuale, restituendo un volto concreto a qualcosa che troppo spesso viene discusso soltanto in termini astratti.

Ma Fresco Blu non rimane a lungo nello stesso territorio musicale. “Vuliv’ fa’ ‘o pacco a me!” si sposta sul reggae e utilizza nuovamente l’ironia per affrontare il pregiudizio e quella tendenza, apparentemente innocua, a trasformare l’esperienza con un singolo individuo in un giudizio su un intero gruppo di persone.

A chiudere il percorso è “Accà tu nun può passà!”, electro-swing serrato e volutamente teatrale che prende di mira un’altra debolezza molto umana: il piacere di esercitare una piccola porzione di potere sugli altri. Non necessariamente il grande potere politico o economico, ma quello minuscolo e quotidiano di chi può decidere, anche solo per un momento, chi passa e chi resta fuori.

Ed è forse proprio qui che si comprende meglio il filo conduttore di Arrevutamm’. Fresco Blu non sembra interessato soltanto ai grandi mali della società. Guarda soprattutto ai piccoli comportamenti individuali che, sommati, contribuiscono a costruirla.

Dal punto di vista musicale il disco evita deliberatamente l’omogeneità. Funk, blues, rock, country, swing, reggae e contaminazioni latine si susseguono senza la pretesa di appartenere a un genere preciso. È una scelta che potrebbe apparire dispersiva, ma che trova una propria coerenza nell’identità dell’autore, nella lingua napoletana e soprattutto nella presenza ricorrente dell’armonica.

Il risultato è un album che riesce a parlare di argomenti pesanti senza diventare pesante. Si può ascoltare Arrevutamm’ seguendo semplicemente il groove, sorridendo davanti ad alcune trovate linguistiche e lasciandosi sorprendere dai continui cambi di atmosfera. Oppure si può andare oltre e prestare attenzione alle storie.

Ed è a quel punto che il titolo acquista davvero senso: Arrevutamm’ non sembra voler offrire soluzioni né impartire lezioni. Piuttosto prova, attraverso nove piccole storie, a capovolgere per qualche minuto il punto di osservazione dell’ascoltatore.

A volte, per accorgersi che qualcosa non funziona, basta guardarla al contrario.

Ci sono dischi che cercano soprattutto di raccontare chi li ha scritti e altri che sembrano invece voler provocare una reazione in chi li ascolta. Arrevutamm’, album di Fresco Blu composto da nove brani interamente in lingua napoletana, appartiene decisamente alla seconda categoria.

Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. “Arrevotare”, in napoletano, significa capovolgere, rivoltare, mettere sottosopra. E in effetti, ascoltando l’album dall’inizio alla fine, si ha la sensazione che il cantautore campano voglia prendere alcuni comportamenti ormai entrati nella normalità quotidiana, rovesciarli e mostrarceli da una prospettiva differente.

Arroganza, indifferenza, razzismo, sfruttamento sul lavoro, abuso di potere, pregiudizio: Arrevutamm’ non è certamente un disco leggero nei contenuti. Eppure, paradossalmente, lo è spesso nel linguaggio musicale. È probabilmente proprio questo contrasto uno degli aspetti più riusciti del lavoro.

Fresco Blu evita infatti di trasformare la denuncia sociale in un sermone. Preferisce affidarsi al ritmo, al racconto e soprattutto all’ironia, alternando funk, rock-blues, country-rock, swing, reggae e sonorità latine. Generi apparentemente lontani che finiscono per convivere all’interno dello stesso progetto grazie a due elementi che fanno da collante: la lingua napoletana e l’armonica, suonata dallo stesso Fresco Blu e presente come una vera e propria firma sonora lungo il disco.

L’apertura è affidata a “Rummore”, dove un groove funky accompagna una riflessione su un mondo nel quale arroganza e aggressività sembrano essere state progressivamente normalizzate, mentre gentilezza e buon senso rischiano quasi di apparire fuori moda.

Con “Tant’ a te che te ne fotte” il registro cambia decisamente. Chitarre e banjo trascinano il pezzo verso il country-rock mentre il testo punta il dito contro uno dei temi ricorrenti dell’album: l’indifferenza. Quel “che me ne importa?” individuale che, moltiplicato per milioni di persone, può diventare terreno fertile per problemi enormemente più grandi, dalle guerre alla crisi climatica.

Più personale e rabbiosa è “Nu poco ‘e dignità!”. Il punto di partenza è quasi quotidiano — un prestito mai restituito — ma diventa il pretesto per parlare di qualcosa di molto più ampio: fiducia, rispetto della parola data e dignità. Il rock accompagna uno storytelling diretto, a tratti furente, nel quale una vicenda privata finisce per assumere il valore di una riflessione collettiva.

Poi arriva una delle deviazioni più curiose del disco. “Amm’ sbagliato via” si muove sulle coordinate dello swing e introduce Sofia, figura simbolica il cui stesso nome rimanda alla sapienza e alla saggezza. Ma Fresco Blu sembra suggerire un piccolo paradosso: qualche volta, per cambiare davvero qualcosa, bisogna avere il coraggio di abbandonare persino la strada indicata dalla razionalità e seguire l’istinto. Con il rischio, naturalmente, di scoprire di aver sbagliato strada.

La dimensione latina di “Don Martino” alleggerisce ulteriormente l’atmosfera. È un pezzo da ballare, ma dietro il carattere immediato si nasconde ancora una volta un invito: liberarsi dalle maschere, dai cliché e dai personaggi che la società ci spinge a interpretare per recuperare qualcosa di più autentico.

Con “‘O padrone mazziato” torna invece il rock-blues e soprattutto torna prepotentemente l’ironia. Stavolta nel mirino ci sono i rapporti di potere sul lavoro e quei capi che costruiscono il proprio ruolo sullo sfruttamento degli altri. Il ribaltamento evocato dal titolo dell’album qui diventa quasi letterale: chi esercita il potere finisce per sperimentare sulla propria pelle il sistema che ha contribuito a creare.

Il momento probabilmente più serio arriva con “Nadir (da una storia vera)”. Su una base funk viene raccontata la vicenda di un uomo di colore costretto a convivere con discriminazioni e umiliazioni. È uno dei passaggi in cui l’ironia lascia spazio a un tono più amaro e il tema del razzismo viene affrontato attraverso una storia individuale, restituendo un volto concreto a qualcosa che troppo spesso viene discusso soltanto in termini astratti.

Ma Fresco Blu non rimane a lungo nello stesso territorio musicale. “Vuliv’ fa’ ‘o pacco a me!” si sposta sul reggae e utilizza nuovamente l’ironia per affrontare il pregiudizio e quella tendenza, apparentemente innocua, a trasformare l’esperienza con un singolo individuo in un giudizio su un intero gruppo di persone.

A chiudere il percorso è “Accà tu nun può passà!”, electro-swing serrato e volutamente teatrale che prende di mira un’altra debolezza molto umana: il piacere di esercitare una piccola porzione di potere sugli altri. Non necessariamente il grande potere politico o economico, ma quello minuscolo e quotidiano di chi può decidere, anche solo per un momento, chi passa e chi resta fuori.

Ed è forse proprio qui che si comprende meglio il filo conduttore di Arrevutamm’. Fresco Blu non sembra interessato soltanto ai grandi mali della società. Guarda soprattutto ai piccoli comportamenti individuali che, sommati, contribuiscono a costruirla.

Dal punto di vista musicale il disco evita deliberatamente l’omogeneità. Funk, blues, rock, country, swing, reggae e contaminazioni latine si susseguono senza la pretesa di appartenere a un genere preciso. È una scelta che potrebbe apparire dispersiva, ma che trova una propria coerenza nell’identità dell’autore, nella lingua napoletana e soprattutto nella presenza ricorrente dell’armonica.

Il risultato è un album che riesce a parlare di argomenti pesanti senza diventare pesante. Si può ascoltare Arrevutamm’ seguendo semplicemente il groove, sorridendo davanti ad alcune trovate linguistiche e lasciandosi sorprendere dai continui cambi di atmosfera. Oppure si può andare oltre e prestare attenzione alle storie.

Ed è a quel punto che il titolo acquista davvero senso: Arrevutamm’ non sembra voler offrire soluzioni né impartire lezioni. Piuttosto prova, attraverso nove piccole storie, a capovolgere per qualche minuto il punto di osservazione dell’ascoltatore.

A volte, per accorgersi che qualcosa non funziona, basta guardarla al contrario.

Pubblicità
Segnala un problema con questo comunicato

Almeno venti caratteri. Se segnali dati personali, indica quali.