Gli ASUMA Brazilian Quartet il prossimo 17 Luglio compiranno 20 anni di carriera.
Raro avvalersi di un processo creativo come mezzo di conferma ed affermazione di una personalità distinta, raffinata e in continua modalità di ricerca, a tratti sperimentale, e che negli anni ha rappresentato quel perfetto equilibrio che li annovera oggi tra le esperienze meglio riuscite della musica popolare brasiliana suonata da strepitosi musicisti italiani.
A fare due chiacchiere con me c’è il vocalist del quartet, Enzo ANTONICELLI, preziosa conoscenza di vecchia data che mi riporta ai tempi in cui cercava strada in ambito cantautorale.
Enzo, mi sembra evidente che nella tua vita ad un certo punto ci sia stata una rivoluzione in ambito musicale. Hai cambiato rotta sposando un progetto legato ad una delle culture certamente più affascinanti ma molto complesse, quella brasiliana. Come è successo?
E’ successo che il mondo del pop iniziava a starmi stretto. E sto parlando della fine degli anni 90, inizio anni 2000. Ritmi serrati e legati a logiche di mercato che non collimavano perfettamente con il mio pensiero di musica e di composizione. Quindi nel 2003 ho detto basta. Oggi mi verrebbe da dire, e giuro che non è un rosicamento ma un’ attenta analisi, che, per come si è involuta la gestione delle produzioni musicali, più vincolate alla creazione di prodotti piuttosto che di progetti, non avrei davvero combinato più nulla. Però è stata un’esperienza che mi ha temprato perché poi, fondamentalmente, sono rimasto sempre lo stesso. Ho semplicemente imparato a leggere le cose da un’altra prospettiva, ampliando il mio bagaglio di conoscenze e stimolando ancor di più la mia creatività.
E come sei giunto a mettere su questo fortunatissimo progetto chiamato ASUMA Brazilian Quartet?
In realtà l’idea non è partita da me. Tramite una mia amica carissima, pianista, con la quale ero stato coinvolto in uno spettacolo musicale, ebbi modo di conoscere Alessandro Fassi che mi chiese se fossi interessato ad un progetto di musica brasiliana d’autore. Era il 2005.
Istintivamente dissi si…. Poi quando iniziai ad ascoltare il materiale, a lavorarci su e a comprendere come personalizzare quel nuovo percorso mi misi le mani nei capelli!!! Ma le sfide mi piacciono. Sono sempre stato determinato nelle cose e quando ho iniziato ad intravedere delle potenzialità non me le sono certamente lasciate sfuggire… Diciamo che l’ho voluta interpretare come un’ultima possibilità, nonostante ai tempi avessi solo 35 anni.
Così l’anno successivo, nel 2006, nacquero gli ASUMA Brazilian Quartet.
Vedervi sul palco è rigenerante davvero. Hai la fortuna, e te lo meriti, di avere tre musicisti di rilievo, Massimiliano Simini alla batteria, Fabio Gorlier al pianoforte, oltre al già citato Alessandro Fassi al basso elettrico. Certo del fatto che esista, qual è il filo conduttore che vi accomuna e che vi mette nella condizione di suonare insieme da così tanti anni?
Forse proprio il fatto di essere quattro persone molto diverse. Sicuramente alla base c’è il rispetto, la stima, e poi, affinché un progetto possa funzionare e durare così tanto tempo, ci deve essere l’affidabilità, avere la certezza di poter sempre contare sulle questioni non solo musicali, che ormai sono collaudatissime, ma anche organizzative. Può sembrare un’ovvietà ma credimi non è poi così scontato. Del resto poniamoci la domanda al contrario… quanti progetti interessanti non hanno avuto la possibilità di svilupparsi negli anni?
Personalmente credo che l’errore più comune sia quello di concentrarsi professionalmente solo sull’individualità musicale, necessaria sia chiaro per lavorare su più fronti e aprire i propri orizzonti. Ma credo sia anche necessario coltivare un proprio progetto, plasmarlo, vederlo crescere e alimentando quella intesa che solo negli anni può impreziosirsi e fare la differenza, proprio come frutto dell’unione di più anime musicali oltre che umane.
E questa intesa, nata proprio dalle nostre diversità, ci ha creato la prospettiva di poter gestire un’ampia tavolozza di colori e personalità da cui attingere, generando respiri diversi, originali, ma soprattutto ci ha donato la possibilità di essere peculiari da un punto di vista interpretativo. Ed è così che abbiamo creato la nostra idea di Brasile. Ma per fare questo c’è voluto del tempo.
Nei vostri live sono evidenti numerose incursioni culturali. Credi che la musica debba ancora essere spiegata, argomentata?
Noi crediamo proprio di si. Soprattutto quando ti cimenti in una cultura molto complementare, diversa dalla nostra. Siamo dell’idea che rendere fruibile uno spettacolo attraverso aneddoti, descrizioni o passaggi di vita anche un po’ personali di questi straordinari autori che viviamo sul palco sia un modo per averli più vicini a noi. Soprattutto ciò che spendiamo, prioritariamente per onestà intellettuale, è la necessità di spiegare il perché della nostra rivisitazione del mondo brasiliano. Noi non vogliamo cercare la riproduzione fedele di quella dimensione, perché quella cosa lì ce l’hanno solamente loro, i brasiliani, e la cosa che più ci rende felice è che siano proprio i brasiliani presenti ai nostri concerti ad apprezzare questa scelta.
Qual è lo studio tipico che fate su un brano?
Dobbiamo partire dal fatto che intanto c’è una consapevolezza musicale reciproca che facilita la comunicazione per decidere quale vestito affidare ad un brano. Chi normalmente sceglie i pezzi da studiare è Alessandro. Lui ha una conoscenza tale della mia vocalità che oramai nella cernita dei brani riesce ad andare a colpo sicuro! E poi la maestria di Fabio, lo stesso Alessandro e Massimiliano a servizio di come arrangiarlo. Io, invece, preferisco studiare inizialmente il brano in maniera diciamo più scheletrica, lavorando prioritariamente sulla pronuncia. Solo nel momento in cui comprendo l’arrangiamento disegnato dai 3 musicisti incomincio a vestire la mia vocalità da un punto di vista timbrico, a capirne le potenzialità percussive da un punto di vista ritmico, le possibili variazioni sul tema e soprattutto i margini di duttilità e di adattabilità da affidare all’interpretazione che potrebbe ovviamente variare da una serata all’altra. La cosa confortante è che tutto questo avviene in totale armonia e spontaneità, come se un passaggio fosse la logica prosecuzione del precedente.
Ascoltandovi mi sembrano evidenti presenze polimetriche, sonorità in continua evoluzione mirate a generare, proprio per il concetto di personalizzazione che spiegavi tu prima, nuova ricchezza ritmica e anche armonica, come a voler rompere i codici standard della musica popolare brasiliana. Possiamo quindi parlare di un jazz più congiunto o addirittura potrebbe non avere neanche più senso parlare di jazz?
Noi non abbiamo mai inteso il jazz come qualcosa di settario. Quello che certamente pensiamo è che sia pressoché impossibile scindere il jazz dal mondo della cultura brasiliana. Il jazz è un’espressione direi intrinseca delle tante sfaccettature che la musica brasiliana ha saputo regalarci negli anni. Ed è proprio quella contaminazione a renderla, oltreché unica, così affascinante e speciale. Poi se proprio dobbiamo parlare del jazz in termini evolutivi pensa solo a quello che ha creato Miles Davis. Se non fosse esistito Miles, soprattutto il Miles dal 1969 in poi, saremmo decisamente fermi a decenni fa.
Personalmente trovo che il jazz sia uno di quei mondi in cui vedo ancora tanta buona qualità e spero sempre che il focus di ciascun musicista sia quello di non perdere mai di vista le cose che ci hanno fatto crescere, non solo musicalmente ma anche, e direi soprattutto, culturalmente. Per approcciarsi ad un’idea larga di jazz è indispensabile avere una profonda conoscenza di ciò che è stato, di quello che è successo prima.
I vostri prossimi impegni?
Ancora un po’ di date in giro per l’Italia per approdare poi alla data di Torino del 30 ottobre che terremo al Circolo Corso Parigi di Corso Dante 28. Sarà una bella festa e vi aspettiamo numerosi.
Grazie Enzo e ancora buon compleanno agli ASUMA Brazilian Quartet.