Posts Tagged ‘malware’

Emotet: l’arma tuttofare dei cybercriminali

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Aziende, Informatica, Tecnologia

Nessun’altra famiglia di malware è tanto pervasiva e oggetto di una lunga attività di sviluppo come Emotet, che ha già cagionato milioni di danni in aziende in tutto il globo. G DATA illustra Emotet e perché è così pericoloso.

Emotet è uno dei più longevi strumenti impiegati dai professionisti del cybercrimine negli ultimi anni. Scoperto per la prima volta sotto forma di trojan bancario nel 2014, il malware si è evoluto in una soluzione completa per crimini informatici, agendo come grimaldello per aprire porte sui computer preparandoli ad ulteriori infezioni.

“Emotet viene sviluppato in modo sistematico e continuativo da anni”, afferma Anton Wendel, Security Engineer presso G DATA Advanced Analytics. “Ci sono giorni in cui rileviamo fino a 200 nuove varianti di Emotet, uno sviluppo rapidissimo, indice del costante tentativo dei cybercriminali di rendere il malware meno riconoscibile per le soluzioni antivirus”. Le analisi condotte da Wendel mostrano che persino nelle giornate più tranquille vengono prodotte almeno 25 nuove versioni di questo malware. Minacce bloccate con successo da G DATA con la sua nuova tecnologia DeepRay basata sull’intelligenza artificiale.

Diffusione tramite documenti Word

A differenza di altri malware, Emotet non viene distribuito tramite exploit kit o browserweb. Di norma il malware raggiunge i computer delle vittime tramite allegati mail infetti in formato word. I criminali cercano di inviare messaggi sempre diversi ai malcapitati per fargli attivare, con trucchi adeguati, il contenuto attivo del documento, in genere macro. L’infezione è quindi cagionata in massima parte dall’utente invogliato da cybercriminali nella maniera più creativa a cliccare sul pulsante “attiva contenuto attivo”. A volte, ad esempio, il messaggio menziona che il documento è stato creato con una versione di Office online o segnala problemi di compatibilità.

“Per le aziende proteggersi contro le infezioni da Emotet dovrebbe essere un gioco da ragazzi”, commenta Wendel. “L’esecuzione di macro può essere interamente disabilitata impiegando un’adeguata policy di gruppo. Ove l’uso di macro fosse essenziale per l’operatività aziendale, sarebbe opportuno firmare le macro di propria produzione e consentire l’esecuzione delle sole macro firmate”. I consumatori invece non hanno alcuna necessità di utilizzare le macro, quindi – apparentemente – non ci sarebbe alcun motivo per attivarle.

Emotet, un vero tuttofare?

Emotet è dotato di ampie funzionalità di spionaggio. Trasferisce ai criminali informazioni sui processi attivi sui computer, traendone importanti conclusioni sull’uso del PC – tra cui, ad esempio, se vi è installato un software per la contabilità. Emotet integra altresì numerosi moduli attivabili da remoto. Da notare tuttavia, che non tutte le funzioni menzionate qui di seguito sono eseguite su ogni computer infetto. Il server di comando e controllo decide autonomamente quali moduli attivare.

Furto delle credenziali

Usando il software di Nirsoft, Emotet è in grado di copiare le password archiviate sul computer. Tra queste soprattutto le credenziali presenti in Outlook o Thunderbird, come anche qualunque password memorizzata nel browser. L’uso di un password manager esterno offre un maggior livello di sicurezza.

Un altro modulo Emotet distribuisce spam, che però non consta dei tipici messaggi su medicinali o potenziatori sessuali. Il malware abusa delle risorse del computer infetto per continuare la campagna di diffusione.  In questo frangente Emotet è una vera e propria soluzione chiavi in mano. Avendo accesso alla rubrica dei contatti, i cybercriminali possono ricostruire la rete di relazioni dell’utente e inviare agli interlocutori messaggi individuali. Per farlo Emotet si avvale dell’interfaccia per la programmazione di applicazioni di messaggistica (MAPI – Messaging Application Programming Interface).

Queste funzioni vengono caricate come modulo nello stesso processo di infezione Emotet e sono eseguite senza salvare alcun file sul disco rigido. Una tattica che ne rende ancora più difficile il rilevamento. In poche parole, Emotet impiega per i suoi moduli la stessa strategia dei malware file-less. Una volta installato il modulo, il codice viene rimosso dalla memoria per evitare qualsiasi analisi.

Attraverso una componente worm, Emotet è anche in grado di diffondersi su altri computer all’interno di una rete senza che alcun utente debba cliccare su un allegato per attivarlo, impiegando il protocollo SMB (Server Message Block), utilizzato anche da WannaCry per infettare centinaia di migliaia di sistemi in tutto il mondo. Tuttavia, WannaCry sfruttava ulteriori vulnerabilità di Windows per diffondersi.

Il malware legge anche i token di accesso alla memoria locale di Windows e li usa per loggarsi su altri computer. Se l’utente di un sistema infetto dispone di privilegi elevati – ad esempio di un accesso amministratore alle risorse di rete – l’attacco si rivela particolarmente efficace.

Emotet può essere anche configurato in modo da eseguire attacchi “brute force” contro specifici account utilizzando le credenziali di accesso archiviate sul computer ed è anche in grado di implementare un server proxy sui sistemi infetti per camuffare al meglio le proprie attività come la propria infrastruttura di comando e controllo, bypassando in questo modo anche eventuali blocchi esistenti su range di indirizzi IP utilizzati dalla propria infrastruttura.

Codici binari al posto dei processi

Oltre ai moduli citati qui sopra, Emotet può anche scaricare in un secondo momento malware classici, di norma trojan bancari come Zeus Panda, Corebot, Trickbot or Gozi. Di recente però si riporta sempre più frequentemente che Emotet scarichi sul PC anche ransomware come Ryuk attivandoli solo a posteriori di un’analisi approfondita dei sistemi aziendali. Ciò presuppone che i cybercriminali raccolgano tramite Emotet anche informazioni per determinare se valga la pena condurre ulteriori attacchi al o tramite il sistema infetto e quanto elevato dovrà essere il riscatto per non risultare troppo oneroso per le vittime.


GDATA

Fondata nel 1985 a Bochum, G DATA vanta una storia di oltre trent’anni nella lotta e prevenzione contro le minacce informatiche ed è uno dei principali fornitori al mondo di soluzioni per la sicurezza IT, insignite di numerosi riconoscimenti per la qualità della protezione fornita e l’intuitività d’uso.
G DATA produce e commercializza soluzioni di sicurezza totalmente aderenti alle normative europee sulla protezione dei dati. Il portafoglio prodotti G DATA comprende soluzioni di sicurezza per le imprese, dalle micro alle grandi aziende, e applicazioni rivolte all’utenza consumer.
Ulteriori informazioni su G DATA e sulle soluzioni di sicurezza sono consultabili sul sito www.gdata.it

Antivirus “next-gen”: Virustotal non è sempre un buon indicatore del tasso di rilevamento di malware

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Aziende, Informatica, Tecnologia

Le soluzioni antivirus di nuova generazione non funzionano più solo con le signature anti-malware bensì si avvalgono di tecnologie di rilevamento euristiche non misurabili con Virustotal.

Virustotal è stato per anni uno strumento affidabile per chiunque abbia a che fare con i malware a livello professionale. La piattaforma consente di caricare rapidamente un file o utilizzare un valore hash per verificare se i motori di scansione degli antivirus già rilevano i malware più attuali. Allo stesso modo, Virustotal viene anche utilizzato dai media per verificare se esiste una protezione antivirus efficace contro eventuali campagne malware in circolazione.

Tuttavia, e soprattutto quando ci si confronta con attacchi repentini e di breve durata, il servizio presenta spesso un quadro inesatto: nei primi giorni della diffusione di nuovi software dannosi – come nel caso della campagna ransomware ai danni dei dipartimenti delle risorse umane con GandCrab – il malware viene rilevato dai programmi antivirus della maggior parte delle società di sicurezza attraverso tecnologie di rilevamento euristico e tramite confronto dei valori hash dei file con i servizi cloud dei rispettivi produttori. Virustotal mostra però solo il “classico” riconoscimento dei malware, basato sulle firme. Detto questo, “Virus Total è un buon indicatore generale del tasso di rilevamento dei malware, ma è inadatto a determinare se un malware in circolazione proprio in questo momento sia identificato o meno”, afferma Ralf Benzmüller, Executive Speaker dei G DATA Security Labs.

Mentre quindi la panoramica Virustotal – prendendo ad esempio la campagna GandCrab – indicava anche che solo pochi produttori erano in grado di riconoscere i campioni forniti come dannosi, G DATA e certamente altri produttori sono stati in grado di prevenire con successo le infezioni. “Grazie alla nostra tecnologia Filecloud e ad altre tecnologie NGAV (next generation Antivirus), rispondiamo rapidamente alle nuove campagne malware. In alcuni dei casi più recenti ad esempio abbiamo bloccato l’11,6% dei tentativi di infezione solo con questi strumenti”, afferma Thomas Siebert, responsabile delle tecnologie di protezione di G DATA.

Software antivirus: da tempo più che solo semplici signature

L’industria antivirus ha vissuto un’enorme evoluzione negli ultimi 20 anni. Poiché i campioni di malware vengono modificati a ritmi sempre più serrati per evitarne il rilevamento, quasi tutti i produttori si affidano a componenti antivirus di prossima generazione. “Noi impieghiamo il Filecloud precedentemente menzionato per bloccare eventuali campioni sospetti molto più velocemente che tramite meri aggiornamenti delle firme, ma Filecloud è solo una parte del nostro sistema di apprendimento automatico” commenta Siebert. Ne fa parte anche la tecnologia anti-ransomware sviluppata da G DATA, che protegge gli utenti in modo affidabile contro la cifratura del disco rigido. Per l’utenza privata, questo componente è attivato di fabbrica, i clienti aziendali invece ne possono beneficiare – se lo desiderano – attivando manualmente la funzione inclusa nelle suite Business G DATA. “Una scelta che non possiamo che raccomandare”, conclude Siebert.

Questa tecnologia monitora in background se vengono attivati comandi sospetti come una cifratura di massa dei file senza alcun ordine preciso da parte dell’utente. “Oltre ad essere un ottimo strumento per la protezione degli utenti, la tecnologia anti-ransomware rappresenta per noi un sistema di allarme precoce”, afferma Sana. “Ci consente infatti di bloccare a priori eventuali azioni di danneggiamento da parte di software non riconosciuti e di guadagnare tempo per condurre le analisi necessarie a fornire un’ampia protezione per tutti gli utenti.”

Rilevamento euristico del malware

Anche il G DATA Behavior Blocker – ovvero la difesa contro il malware basata sul comportamento dello stesso – rientra nell’area delle tecnologie di prossima generazione. Qui, azioni sospette possono essere bloccate in base a indicatori specifici. Questo tipo di rilevamento euristico dei malware identifica la creazione non autorizzata di nuove voci di avvio automatico o l’alterazione sospetta di stringhe nel registro di sistema di Windows, la moltiplicazione di file .exe o .dll nella directory system32 o la modifica dei file di host. Un processo con cui in passato, ad esempio, venivano eseguiti attacchi ai servizi di online banking. Quando alcuni di questi comportamenti si palesano, si innesca il rilevamento.

“Per assicurare la massima capacità di rilevamento, i G DATA SecurityLabs elaborano diverse centinaia di migliaia di campioni al giorno, inclusa l’esecuzione automatica dei campioni tramite un ampio cluster di sistemi di analisi (“sandbox”). Le caratteristiche rilevate sono archiviate sotto forma di svariati milioni di nuovi nodi e connessioni tra i nodi in una enorme banca dati grafica”, spiega Siebert. In questo modo è possibile determinare quali caratteristiche in quale combinazione e ponderazione danno luogo all’identificazione del malware. Un’attività a cui contribuiscono anche i processi di apprendimento automatico.

In tal senso, gli utenti privati come aziendali che fruiscono di soluzioni antivirus di nuova generazione, possono sentirsi ben protetti anche contro nuove famiglie di malware, a dispetto di quanto può essere segnalato in primo acchito su Virustotal.


GDATA

Fondata nel 1985 a Bochum, G DATA vanta una storia di oltre trent’anni nella lotta e prevenzione contro le minacce informatiche ed è uno dei principali fornitori al mondo di soluzioni per la sicurezza IT, insignite di numerosi riconoscimenti per la qualità della protezione fornita e l’intuitività d’uso.
G DATA produce e commercializza soluzioni di sicurezza totalmente aderenti alle normative europee sulla protezione dei dati. Il portafoglio prodotti G DATA comprende soluzioni di sicurezza per le imprese, dalle micro alle grandi aziende, e applicazioni rivolte all’utenza consumer.
L’azienda patrocina altresì il Teatro Comunale di Bologna e diversi eventi volti all’accrescimento culturale e all’aggregazione sociale tra cui mostre e corsi presso istituti scolastici per favorire un uso consapevole del web e dei social media come l’iniziativa Cyberbullismo 0 in condotta e Cyber boh.
Ulteriori informazioni su G DATA e sulle soluzioni di sicurezza sono consultabili sul sito www.gdata.it

Le cifre del malware nel primo semestre 2018: il pericolo si annida sul web

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Aziende, Informatica, Internet, Tecnologia

logo-gdataNel primo semestre 2018 rilevati circa 13.000 nuovi campioni di malware, 9 al minuto, un leggero calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I nuovi malware sono distribuiti via web – l’impatto dei file eseguibili invece pare decrescere. In Italia i programmi potenzialmente indesiderati (PUP) la fanno da padrone insieme ai bitcoin miner e i software dannosi per Windows 10 sono circa il 60% dell’intero volume di malware rilevato.

Come il settore IT nel suo insieme, lo sviluppo delle attuali tipologie di malware e il loro utilizzo è soggetto a forti fluttuazioni. Questo è quanto mostrano le ultime analisi dei G DATA Security Labs: nove delle dieci più comuni minacce malware per gli utenti PC dello scorso anno non figuravano più nella top ten delle minacce della prima metà del 2018. Gli attacchi vengono lanciati sempre più spesso da siti web e non solo tramite file eseguibili, come avveniva in passato.

“Tradizionalmente, il malware si propagava principalmente attraverso file eseguibili. Innegabile tuttavia l’aumento significativo degli attacchi perpetrati via web, alcuni dei quali non richiedono alcun file”, afferma Ralf Benzmüller, portavoce esecutivo dei G DATA Security Labs. “Anche gli attacchi tramite macro in documenti di office sono comuni e incoraggiano gli utenti a interagire. Il costante incremento della rapidità con cui vengono sviluppati nuovi malware comporta la necessità che gli utenti possano proteggersi in modo completo solo con tecnologie proattive come quelle integrate nelle soluzioni G DATA”.

Alcune statistiche dei G DATA Security Labs

I G DATA Security Labs raccolgono informazioni statistiche attraverso la Malware Information Initiative (MII), uno strumento che consente agli utenti G DATA di trasmettere volontariamente alla società dati sulle minacce identificate ed evitate. Ciò permette un’analisi più accurata dei campioni correnti rispetto alle minacce attualmente attive.

Il predominio del “Cryptojacking”

Il cryptojacking, ossia l’estrazione di criptovalute, solitamente Monero, all’insaputa degli utenti – è stato particolarmente significativo nella prima metà dell’anno. Soprattutto nel primo trimestre di quest’anno, i cryptominer sono stati nascosti su numerosi siti Web, che scaricano gli script sul computer dell’utente cagionando un elevato carico del processore. In alcuni casi, tuttavia, le funzioni di mining possono essere trovate anche in file eseguibili come il gioco Abstractism inizialmente fornito su Steam ma poi rimosso. Poiché non è sempre chiaro se, magari sorvolando sulle clausole presentate durante l’installazione, gli utenti abbiano accettato o meno la conduzione di attività per la generazione di criptovalute, G DATA classifica il criptomining in parte come malware – se l’intenzione è chiaramente fraudolenta – e in alcuni casi come “Programma potenzialmente indesiderato” (PUP).  In Italia, nel primo semestre 2018, le applicazioni malevole per minare criptovalute non solo hanno occupato ben sei posizioni nella top 15 dei malware più ricorrenti, ma hanno rappresentato circa un quinto dell’intero volume di software dannosi rilevati nel primo semestre 2018.

Particolarmente interessante dal punto di vista tecnico: sempre più spesso, il malware utilizza funzioni di sistema Windows meno conosciute per eseguire comandi dannosi con script a riga di comando. Ad esempio, i ricercatori G DATA sono stati in grado di utilizzare la rilevazione euristica dei campioni di malware Voiv per bloccare numerosi attacchi che utilizzano attività pianificate in Windows per apportare modifiche al sistema. Il malware si traveste etichettandosi come processo relativo al browser. A seconda della variante, vengono eseguiti diversi tipi di codice tramite i motori di scripting, tra cui quelli per aggiornare il malware o caricare moduli malware aggiuntivi. Dato che non vengono salvati file sul disco rigido della vittima, le soluzioni antivirus devono avvalersi di altri metodi per identificare il software dannoso.

Problemi di sicurezza cronici

Il plugin Flash di Adobe è tristemente noto per i suoi cronici problemi di sicurezza. Una vulnerabilità identificata ancora nel 2017 (CVE-2017-3077) si è classificata al settimo posto nella top 10 delle minacce più evitate tra gli utenti G DATA su scala globale. In questo caso, un’immagine PNG manipolata è stata utilizzata per introdurre codice dannoso nel computer degli utenti e sfruttare le vulnerabilità. Una volta creata la testa di ponte per la conduzione dell’attacco, è possibile caricare ulteriore malware sui PC infetti. G DATA consiglia di interrompere l’uso di Adobe Flash Player e di disinstallarlo. Se non è possibile privarsi di tale software è consigliabile installare immediatamente gli aggiornamenti disponibili. 

Gamer, state all’occhio!

Malware generici nascosti in giochi craccati rivestono la quarta e l’ottava posizione tra le minacce più spesso rilevate su scala globale. I cybercriminali nascondono spesso il loro malware nei giochi, non solo per computer Windows, per sfruttare l’inconsapevolezza di molti bambini verso potenziali minacce.

Nel processo di rilevamento dei programmi potenzialmente indesiderati (PUP), oltre ai miner di Monero, vanno annoverati anche i programmi che manipolano le impostazioni del browser senza farne richiesta esplicita all’utente, apportando ad esempio modifiche alla pagina iniziale o al motore di ricerca preimpostato o installando fastidiose barre degli strumenti. “Open Candy” e il framework “Mindspark”, principalmente nascosti in applicazioni per l’installazione di freeware, sono noti da anni in tale ambito. Tali minacce sono ancora ampiamente diffuse. In Italia, nel primo semestre 2018, Open Candy ha rappresentato l’1,5% dell’intero volume dei software sgraditi intercettati dalle soluzioni di sicurezza G DATA. Interessante anche l’evoluzione dei PUP, ad esempio Win32.Application.DownloadGuide.T riconosce persino le macchine virtuali, nel qual caso tenta di bypassare il rilevamento da parte dei programmi antivirus agendo in modo meno aggressivo.

Frequenza degli attacchi in leggero calo

In generale l’incidenza degli attacchi rilevati nel primo semestre 2018 risulta leggermente inferiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le statistiche mostrano tuttavia che la natura e l’intensità degli attacchi varia notevolmente da un Paese all’altro. La maggior parte delle infezioni da malware e PUP rilevate nella prima metà del 2018 sono state riportate dalla Turchia, con cifre molto superiori a quanto riportato dal Paese collocatosi al secondo posto: Israele. In Turchia, le soluzioni di sicurezza G DATA hanno principalmente prevenuto le infezioni derivanti da strumenti impiegati per craccare i software Microsoft. I numeri variano anche nell’Europa continentale. Nel primo semestre i tentativi di infezione tramite malware rilevati in Italia si sono attestati al 31,5% del totale, un valore che colloca l’Italia al terzo posto dopo Olanda (46,6%) e Francia (35,4%). In Belgio invece il malware ha rappresentato l’11,5% dei software dannosi rilevati, con una presenza di PUP dell’88,5% sul totale (cfr. Italia 68,5%).

Anche lo sviluppo di nuovi campioni di malware è diminuito leggermente nel primo semestre dell’anno rispetto all’anno precedente. In totale, i G DATA Security Labs hanno classificato 2.396.830 nuovi campioni come nocivi. In media, ogni giorno sono stati rilevati circa 13.000 nuovi campioni di malware, 9 al minuto. Benzmüller commenta le cifre: “Prevediamo che il numero di nuovi malware subirà un leggero aumento nella seconda metà dell’anno. Con molta probabilità il 2018 non sarà un anno da record in termini di creatività, ma i singoli attacchi stanno diventando sempre più sofisticati e mirati”.


GDATA

Fondata nel 1985 a Bochum, G DATA vanta una storia di oltre trent’anni nella lotta e prevenzione contro le minacce informatiche ed è uno dei principali fornitori al mondo di soluzioni per la sicurezza IT, insignite di numerosi riconoscimenti per la qualità della protezione fornita e l’intuitività d’uso.
G DATA produce e commercializza soluzioni di sicurezza totalmente aderenti alle normative europee sulla protezione dei dati. Il portafoglio prodotti G DATA comprende soluzioni di sicurezza per le imprese, dalle micro alle grandi aziende, e applicazioni rivolte all’utenza consumer.
Partner tecnico di Ducati Corse per la MotoGP, G DATA ha il compito di proteggere i sistemi IT di pista del team Ducati. L’azienda patrocina altresì il Teatro Comunale di Bologna e diversi eventi volti all’accrescimento culturale e all’aggregazione sociale tra cui mostre e corsi presso istituti scolastici per favorire un uso consapevole del web e dei social media.
Ulteriori informazioni su G DATA e sulle soluzioni di sicurezza sono consultabili sul sito www.gdata.it

Ulteriore impennata del malware per Android nel secondo trimestre 2018

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Aziende, Informatica, Internet, Tecnologia

Un nuovo malware per Android ogni sette secondi il bilancio degli esperti di sicurezza di G DATA, un incremento del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Bochum – Violazione dei dati, app fasulle, worms e una valanga di nuovi malware. Queste le problematiche più evidenti per gli utenti Android nella prima metà del 2018, periodo in cui si è raggiunto un nuovo record negativo di applicazioni dannose: evidente la crescente veemenza dei cybercriminali.


Dopo il leggero calo registrato nel 2017, il primo semestre 2018 è stato caratterizzato dalla stessa crescita esponenziale del malware che fu registrata negli anni precedenti. Nel secondo trimestre dell’anno i ricercatori G DATA hanno rilevato un nuovo malware per Android ogni sette secondi. Con 2.040.293 nuove app dannose a carico del sistema operativo mobile nei primi sei mesi dell’anno si è raggiunto un nuovo record negativo. Nel solo secondo trimestre sono stati scoperti circa 1,2 milioni di nuovi malware. In soli sei mesi è già stato superato il valore registrato nel corso dell’intero 2015.

In rapporto al primo semestre del 2017 (1.447.422) si è registrata una crescita di circa il 40%, mentre “solo” del 31% se lo si raffronta con le rilevazioni della seconda metà dello scorso anno (1.555.060). Per l’anno in corso gli esperti di sicurezza G DATA si aspettano circa 3.500.000 nuovi malware per Android. I cybercriminali paiono attualmente alla ricerca di nuovi metodi per veicolare attacchi sui dispositivi mobili dotati di Android, un interesse che non meraviglia: in Europa circa il 70% dei dispositivi mobili (smartphone 75% / tablet 65%) è dotato del sistema operativo Android, un dato che trova un riscontro esatto nelle quote di mercato di Android presso gli utenti italiani.

Perché questa impennata del malware per Android?

Secondo le più recenti analisi degli esperti G DATA, i cybercriminali si stanno focalizzando sul gaming in ambito mobile, producendo malware a ritmi estremamente sostenuti. Sempre più produttori rendono disponibili su smartphone e tablet popolari giochi per Pc o console, attesissimi dagli utenti. Una tendenza che non è sfuggita agli hacker, ne è un esempio la recente manipolazione dell’app Fortnite.

Inoltre gli attaccanti cercano nuove modalità per veicolare in maniera creativa malware particolarmente remunerativi sui dispositivi mobili, come mostra il nuovo worm per Android rilevato dai ricercatori G DATA lo scorso giugno. Il worm (ADB.Miner) attiva una richiesta di debugging della porta USB per collegarsi allo smartphone tramite interfaccia ADB (Android Debug Bridge). Se l’utente clicca su ok, il dispositivo viene infettato e ricerca in Internet porte TCP 5555 aperte per creare una botnet di device di cui gli attaccanti poi abusano per il mining di XMR Coins (Monero).


GDATA

Fondata nel 1985 a Bochum, G DATA vanta una storia di oltre trent’anni nella lotta e prevenzione contro le minacce informatiche ed è uno dei principali fornitori al mondo di soluzioni per la sicurezza IT, insignite di numerosi riconoscimenti per la qualità della protezione fornita e l’intuitività d’uso.
G DATA produce e commercializza soluzioni di sicurezza totalmente aderenti alle normative europee sulla protezione dei dati. Il portafoglio prodotti G DATA comprende soluzioni di sicurezza per le imprese, dalle micro alle grandi aziende, e applicazioni rivolte all’utenza consumer.
Partner tecnico di Ducati Corse per la MotoGP, G DATA ha il compito di proteggere i sistemi IT di pista del team Ducati. L’azienda patrocina altresì il Teatro Comunale di Bologna e diversi eventi volti all’accrescimento culturale e all’aggregazione sociale tra cui mostre e corsi presso istituti scolastici per favorire un uso consapevole del web e dei social media.
Ulteriori informazioni su G DATA e sulle soluzioni di sicurezza sono consultabili sul sito www.gdata.it

Per raggiungere il nostro obiettivo non ci servono file: ecco Rozena, il malware “fileless”

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Aziende, Comunicati Stampa, Informatica, Tecnologia

Un nuovo approccio per una vecchia tecnica

Bochum (Germania), 3 luglio 2018

I malware privi di file fanno leva su vulnerabilità per avviare comandi malevoli o lanciare script direttamente dalla memoria utilizzando strumenti di sistema legittimi come Windows PowerShell. Code Red e SQL Slammer sono stati pionieri dei malware “fileless”, il cui utilizzo risale all’inizio del 2000. Un approccio che sta nuovamente prendendo piede.

Nella prima metà dell’anno il termine attacco “fileless” è stato sulla bocca di tutti all’interno della comunità di Cyber Security. È una tecnica di attacco nota da quasi vent’anni, che non prevede lo scaricamento o il deposito di file malevoli sul disco fisso per eseguire comandi o script illeciti, bensì li lancia direttamente dalla memoria sfruttando strumenti legittimi.

Tuttavia, oggi è necessario differenziare: il termine “fileless” può essere una denominazione impropria se pensiamo che ci sono attacchi che possono coinvolgere la presenza di file nel computer, come un allegato di una mail di spam. Una volta eseguito, il malware potrebbe comunque salvare un file nel disco e successivamente usare la tecnica “fileless” per raccogliere informazioni sul sistema e diffondere l’infezione attraverso la rete tramite exploit o iniezioni di codice che lanciano comandi illeciti  direttamente dalla memoria tramite strumenti di sistema legittimi. Nel solo 2017, il 13% dei malware che abbiamo registrato si avvaleva di PowerShell per compromettere i sistemi.

Da quando PowerShell e Windows Management Instrumentation sono stati integrati come strumenti del sistema operativo Windows, se ne abusa largamente per attività fraudolente. Un noto malware che utilizza PowerShell per scaricare ed eseguire codici malevoli è il downloader Emotet.

Rozena

Ci sono anche vecchi malware mutati in attacchi “fileless”. Questi malware hanno l’obiettivo di essere più efficienti nell’infettare le macchine e di evitare di essere localizzati: un esempio è Rozena.

Rozena è un malware che crea una backdoor in grado di stabilire una connessione shell remota con l’autore. Una connessione andata a buon fine è preoccupante in termini di sicurezza, sia per la macchina infetta, sia per gli altri comuputer collegati alla stessa rete.

Visto per la prima volta nel 2015 Rozena ha fatto il suo ritorno nel marzo 2018. Il nuovo Rozena, come la sua versione precedente, mira ancora al sistema operativo Microsoft Windows, ma ciò che fa la differenza è il suo adattamento alla tecnica “fileless” e allo sfruttamento di script PowerShell per raggiungere il proprio obiettivo.

Nello specifico, dato che una delle funzioni standard di Windows è quella di non mostrare l’estensione dei file, è semplice per l’autore del malware camuffarlo in modo da farlo apparire innocuo. Rozena ad esempio usa l’icona di Microsoft Word ma è in realtà un eseguibile di Windows.  Essere infettati con un malware che può letteralmente fare quello che vuole con macchina compromessa, i documenti archiviativi e la rete a cui è collegata è terrificante, per il congruo numero di minacce che trovano accesso al sistema e per l’alto potenziale dannoso (l’analisi tecnica completa è reperibile sul Blog di G DATA). Ora che Rozena segue la via del “fileless” per insediarsi ed eseguire i propri codici, la sua attività malevola si intensifica.

Secondo un recente studio condotto da Barkly in collaborazione con l’Istituto Ponemon, che ha visto coinvolti 665 responsabili IT, è emerso che gli attacchi “fileless” sono 10 volte più efficaci rispetto ai “file-based”.

Prevenzione

Il malware si adatta con il cambiare del mondo, non stupisce quindi l’uso di strumenti legittimi integrati per sferrare attacchi lasciando gli utenti indifesi. Fortunatamente però c’è ancora un modo per proteggersi da questi tipi di attacchi:

  1. Mantenere i sistemi operativi e i programmi sempre aggiornati, inclusa l’installazione delle patch di sicurezza. Questo perché è noto come i sistemi più datati abbiano molte vulnerabilità che possono essere sfruttate per attacchi informatici.
  2. È fortemente sconsigliato scaricare, salvare ed eseguire file di provenienza ignota. Gli autori di malware usano ancora i canali tradizionali per spingere gli utenti ad eseguire file malevoli. Se disabilitare gli strumenti di sistema, soprattutto PowerShell non è un’opzione, si può configurare PowerShell in modo da prevenire l’esecuzione di script sospetti.
  3. Impostare la modalità Constrained Language di PowerShell – questo limiterà le capacità di PowerShell, rimuovendo funzionalità avanzate come chiamate .Net e Windows Api, la maggior parte degli script PowerShell infatti si avvalgono di questi parametri e metodi.
  4. Abbinare PowerShell con AppLocker – questo impedirà l’esecuzione di binari non autorizzati.

G DATA e Allnet.Italia: nuova partnership nel segno della cybersicurezza

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Aziende, Informatica, Italia, Tecnologia

In virtù dell’accordo commerciale siglato tra il noto vendor di sicurezza teutonico e il distributore a valore aggiunto, Allnet.Italia S.p.a commercializza da subito le soluzioni firmate G DATA sul territorio nazionale.

Bologna / Casalecchio di Reno – In un contesto in cui “innovazione” è un buzz-word e le aziende di ogni ordine e grado cominciano a comprendere che la partita del futuro si gioca sul campo della digitalizzazione dei sistemi produttivi e amministrativi, urge incrementare la consapevolezza dei rischi informatici e la capacità delle organizzazioni di puntare su una cybersecurity efficace, anche ma non esclusivamente, a fronte delle nuove normative. Questa la mission di G DATA che ha trovato in Allnet.Italia un partner egregio con cui condividere intenti, strategie e servizi. Da subito i clienti del distributore a valore beneficiano delle pluripremiate soluzioni G DATA e fruiscono dei vantaggi di un programma partner caratterizzato da formule commerciali innovative e strumenti di business personalizzati.

L’accordo tra Allnet.Italia S.p.a e G DATA prevede la commercializzazione dell’intero portafoglio di soluzioni business firmate dal vendor teutonico, tra cui G DATA Managed Endpoint Security, la nuova piattaforma GDPR-ready che consente a VAR, System Integrator e rivenditori specializzati di erogare servizi di sicurezza gestita e proattiva a consumo gode attualmente di un’eccellente risonanza sul mercato. Da tempo il vendor mette a disposizione del canale strumenti sviluppati per favorire la generazione di nuove opportunità e modalità di business che aggiungano valore alla mera rivendita di un prodotto. Un impegno pienamente condiviso da Allnet.Italia, che ritiene la cybersecurity uno degli abilitatori più rilevanti per un sano sviluppo degli operatori di canale e ha costituito una Business Unit ad hoc attraverso cui fornisce ai propri clienti tutti i servizi a valore per cui è nota.

Giulio Vada, Country Manager, G DATA Italia

“L’accordo siglato con Allnet.Italia Spa è misura concreta del valore delle nostre soluzioni da un un lato e conferma della bontà del lavoro che abbiamo svolto sinora sul territorio dall’altro”, commenta Giulio Vada, Country Manager di G DATA per l’Italia, “I prodotti e i vendor che Allnet.Italia integra nel proprio portafoglio sono sottoposti a severe valutazioni tecniche e di scenario. Superare con successo questa selezione ci ha consentito di acquisire un partner apprezzato per l’attenzione che dedica sia ai rapporti con i brand che rappresenta sia alla propria clientela. La stessa che anche noi dedichiamo ai nostri partner”.

Emiliano Papadopoulos, CEO di Allnet.Italia S.p.a.

Emiliano Papadopoulos, CEO di Allnet.Italia S.p.a., commenta: “L’accordo commerciale siglato con G DATA rappresenta un importante tassello nell’ambito di una strategia di più ampio respiro di Allnet.Italia, volta a potenziare la nostra vicinanza al mercato attraverso lo sviluppo di partnership mirate a creare una total solution che integra più tecnologie anche nella Sicurezza. Grazie, infatti, a G DATA, saremo in grado di assicurare ai nostri clienti una vasta gamma di soluzioni innovative, in grado di superare i tradizionali paradigmi per realizzare progetti ad alto valore aggiunto e cogliere appieno le grandi opportunità derivanti da un segmento in continua crescita. “

Cybersecurity: le lacune del settore finanziario causeranno problemi alle banche nel 2018?

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Aziende, Informatica, Internet, Tecnologia, Tecnologia Personale

Attacchi informatici sempre più sofisticati e in continuo aumento mettono a dura prova la sicurezza dei sistemi bancari e finanziari. Tra soluzioni per proteggersi e nuove normative il settore è pronto a combattere su tutti i fronti?

Lo scorso febbraio, diversi istituti finanziari olandesi hanno annunciato di essere stati oggetto di un attacco di tipo denial of service (DDoS) distribuito che ha paralizzato la maggior parte dei loro servizi bancari. Allo stesso tempo, un rapporto pubblicato dalla Banca centrale russa ha rivelato che dal 2016 gli hacker avevano rubato quasi 5 milioni di euro utilizzando la rete di comunicazione interbancaria Swift.

Ancora più impressionante: nel 2016 gli attacchi informatici alla Banca centrale del Bangladesh hanno fruttato ai cybercrimali la somma record di 81 milioni di dollari, e l’elenco delle “rapine cibernetiche” è ancora più lungo …

Banche: un obiettivo ricorrente che richiede una protezione di alto livello

Negli ultimi anni, il settore bancario è diventato un bersaglio ricorrente del crimine informatico. Ciò non sorprende, secondo il Chief Information Security Officer di una grande banca francese, che preferisce restare anonimo: “L’uso di Internet come ‘rete per il trasferimento di fondi’ espone naturalmente il settore bancario più di altri settori. La sontuosità dei bottini attira una nuova generazione di ladri.”

A fronte di una situazione di rischio molto elevata, anche nel nostro Paese il settore finanziario rientra nella categoria di servizi essenziali per la nazione come da direttiva UE 2016/1148 nota con l’acronimo NIS, approvata in via preliminare dal Consiglio dei Ministri italiano l’otto febbraio scorso e ratificata definitivamente solo ieri.

Fattore umano, debolezze del software o dell’hardware: gli hacker sfruttano qualsiasi punto debole

Il caso di Carbanak nel 2015 e i casi simili che sono seguiti non fanno che confermare che la maggior parte dei problemi IT nascono tra la tastiera e la sedia, i criminali informatici prendono di mira determinate tipologie di impiegati e sono stati in grado, ad esempio, di accedere ai computer dei dipendenti di circa cento banche in oltre 30 Paesi tramite e-mail personalizzate (note come “spear phishing”). Queste e-mail consentivano agli hacker di penetrare nei sistemi IT delle istituzioni finanziarie installando backdoor e quindi di assicurarsi un accesso anonimo alla workstation o al software della vittima, del tutto ignara, consentendo al criminale di monitorare le sue attività o assumerne il controllo. Gli hacker sembrano essere infinitamente creativi e i loro metodi variano continuamente. Il “jackpotting”, ad esempio, consente di svuotare gli sportelli bancomat con solo una chiave USB e un computer. Un metodo che, applicato su otto bancomat di due banche russe nel 2017 ha fruttato in una sola un bottino stimato di 800.000 dollari. La stessa tipologia di crimine stava per essere perpetrato in Francia, all’inizio del 2018, ma l’hacker è stato catturato nel pieno svolgimento dell’attività criminale a spese di un bancomat della Caisse d’Épargne. Aveva comunque già rubato oltre 20.000 Euro.

Gli sportelli automatici possono anche essere il bersaglio di malware (software dannoso). I più famosi, come Alice e Ripper, possono essere installati sulla rete a cui è connessa la macchina o direttamente sul suo sistema operativo tramite una porta USB. Il noto gruppo di criminali informatici Cobalt ha sottratto dal 2013 ad oggi una quantità sconosciuta di fondi da una dozzina di Paesi europei con questo metodo.

Un altro metodo, ancora oggi utilizzato, sono gli skimmer, imitazioni fisiche del lettore di carte degli ATM, che però copiano le informazioni presenti sulle carte bancarie degli utenti per poi clonarle.

Backdoor: prima preouccupazione delle banche

Annick Baudet, Senior Account Manager di Stormshield conferma che tra tutti i possibili metodi di attacco, di cui quanto sopra indicato è un mero assaggio, la minaccia che preoccupa maggiormente le banche è rappresentata indiscutibilmente dall’installazione di backdoor ad opera dei cybercriminali, poiché questo tipo di minaccia apre le porte dei sistemi IT degli istituti in maniera persistente e su larga scala. Da qui la necessità delle banche di dotarsi di sofisticati meccanismi di protezione, che non possono prescindere dall’impiego di differenti tecnologie di firewalling, cifratura e rilevamento proattivo di pacchetti dannosi. Soluzioni che consentono di isolare il sistema IT della banca, interponendo tra esso e la Rete meccanismi di verifica della conformità del flusso di dati.

Normative standard per proteggere il settore bancario

Anche la regolamentazione legislativa è stata rafforzata per far fronte alle crescenti minacce. Tre le direttive significative per l’intero comparto:

  • la seconda direttiva sui sistemi di pagamento digitali (PSD2) entrata in vigore in Italia il 13 gennaio scorso.
  • il regolamento europeo sulla protezione dei dati (GDPR), che istituisce i requisiti di sicurezza per le imprese, che entrerà in vigore questo mese.
  • la direttiva sulla sicurezza delle reti e dell’informazione (NIS) dell’Unione europea, che impone agli Stati membri di istituire autorità nazionali competenti in materia di sicurezza informatica e di rafforzare la sicurezza degli operatori che erogano servizi essenziali.

Ma non basta, lo standard PCI DSS (Payment Card Industry Data Security Standard) e il Customer Security Program (CSP) supportato di Swift, ancora in lavorazione, sono affiancati da iniziative “opportunistiche” come FIDO (Fast Identity Online), un forte protocollo di autenticazione per i pagamenti online supportato da grandi aziende (Google, Microsoft, Amazon, Samsung, Lenovo, Gemalto, ecc.) intenzionate a farne lo standard per i pagamenti digitali prima della diffusione su larga scala di PSD2 in Europa.

Lacune di sicurezza e mancanza di risorse umane presso le banche

In un settore estremamente regolamentato come quello finanziario, uno studio condotto da Accenture Security nel 2016 ha rivelato che quasi il 10% dei budget IT era dedicato alla sicurezza informatica. Un argomento che in Italia, secondo ABI Lab, occupava nel 2017 la quarta posizione, scavalcato da investimenti in iniziative di mobile e digital payment, di dematerializzazione di processi e documenti e progetti per il potenziamento delle infrastrutture tecnologiche. Un quadro che si riflette un deficit di competenze interne, sia in termini di gestione della sicurezza delle applicazioni sensibili o dei dati dei clienti, sia di conduzione di attività di sensibilizzazione e formazione interna.

“Stiamo assistendo a un vero paradosso: anche se i sistemi di informazione sono sempre più complessi, con carichi operativi che non smettono mai di crescere, l’industria bancaria, come molti altri settori, sta facendo marcia indietro sul personale interno”, osserva Baudet. L’entrata in vigore di PSD2, che preannuncia lo sviluppo dell’Open Banking (accesso a servizi di pagamento e rendicontazione erogati da terzi) richiede misure di sicurezza maggiori. Una delle sfide consta nell’implementare sistemi di autenticazione più forti, ma sufficientemente semplici da non allontanare la clientela, adottando interfacce ergonomiche ed efficienti. “Per le banche, è una sfida su ampia scala, combinata con altre questioni importanti come la direttiva NIS e il GDPR, quindi è essenziale per loro richiedere e ottenere l’assistenza di specialisti”, conclude Annick Baudet.

Chi è Stormshield

Stormshield sviluppa soluzioni di sicurezza end-to-end innovative per la tutela di reti (Stormshield Network Security), workstation (Stormshield Endpoint Security), e dati (Stormshield Data Security). Certificate ai più alti livelli in Europa (EU RESTRICTED, NATO, e ANSSI EAL4+), queste soluzioni affidabili di nuova generazione assicurano la massima protezione delle informazioni strategiche. Le soluzioni Stormshield sono commercializzate attraverso una rete commerciale costituita da distributori, integratori e operatori di canale o telco e sono implementate presso aziende di qualsiasi dimensione, istituzioni governative e organizzazioni preposte alla difesa in tutto il mondo.

Per ulteriori informazioni www.stormshield.eu

Android – primo trimestre 2018: una nuova app dannosa ogni 10 secondi!

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Informatica, Internet, Tecnologia, Tecnologia Personale

G DATA teme che gli ultimi dati sul volume di malware riscontrato ai danni di Android siano il preludio di una crescente minaccia.

La sicurezza IT e Android potrebbero non escludersi più a vicenda nel 2018. Google ha già gettato le basi e vuole consegnare più velocemente gli aggiornamenti importanti agli utenti, in modo da colmare tempestivamente eventuali falle. Che sia necessario agire, a fronte del palesarsi dello spettro di una catastrofe in ambito mobile è ormai chiaro: dell’oltre 70% di utenti di dispositivi mobili che hanno preferito device Android in Italia (fonte Statcounter), solo una minima parte (6%) dispone della nuova release Oreo mentre oltre la metà degi consumatori si avvale di tablet o smartphone dotati di sistema operativo obsoleto. Gli esperti di sicurezza di G DATA vedono negli attuali volumi di malware indicatori di una minaccia più ampia. Nel solo primo trimestre, gli analisti hanno rilevato 846.916 nuovi malware per Android. Circa il 12 percento in più rispetto al primo trimestre del 2017.

Una media di 9.411 nuovi malware al giorno ai danni di Android, una nuova app dannosa ogni 10 secondi. Questi i risultati delle analisi del primo trimestre 2018. Anno per cui gli analisti G DATA prevedono circa 3,4 milioni di nuovi malware. Gli ultimi dati mostrano una crescente minaccia per gli utenti di dispositivi mobili. I criminali informatici sanno fin troppo bene che questi apparecchi tuttofare sono da tempo utilizzati per svolgere tutte le attività digitali, dallo shopping all’online-banking. Gli sviluppatori di Android fanno ogni sforzo per dotare tutti gli smartphone e i tablet di aggiornamenti in modo più efficace e tempestivo, essendo ormai chiaro che i dispositivi oggi all’avanguardia sono meno esposti agli attacchi poiché sono state chiuse numerose falle di sicurezza.

Google non certifica gli smartphone con Android obsoleto

Google non certifica più i dispositivi dotati di sistema operativo Android 7 (“Nougat”: in Italia in uso sul 36% dei dispositivi, ma uno su cinque monta ancora la versione 6 Marshmallow). La decisione non sorprende, poiché con “Project Treble” e altre misure la società sta già adottando strategie volte a convincere i produttori a dotare gli smartphone dell’ultima versione di Android in tempo utile.

Per i produttori, è molto importante che i loro dispositivi siano certificati. Questo è infatti l’unico modo per poter accedere ai Google Mobile Services, che includono tutti i servizi e le app firmate Google, incluso il Playstore. I requisiti richiesti ai produttori al fine di poter ottenere detta certificazione sono stabiliti nel cosiddetto “documento di definizione della compatibilità“.  Oggi smartphone e tablet devono essere forniti con Android 8. Ciò garantisce che “Project Treble” sia implementato su tutti i nuovi dispositivi. Ma i produttori hanno già trovato scappatoie? Questo è presumibile da un recente rapporto dei ricercatori dei Security Research Labs.

False informazioni sugli aggiornamenti di Android

Gli esperti di sicurezza criticano i produttori di smartphone perché a parer loro ingannano i clienti in merito agli aggiornamenti dei loro dispositivi e del sistema operativo Android installato. Risultano coinvolti oltre 1.000 smartphone, inclusi i dispositivi di noti produttori di fascia bassa e media. All’utente viene comunicato che il dispositivo ha ricevuto tutti gli aggiornamenti di sicurezza disponibili ed è aggiornato, quando, in realtà, non vi è traccia di alcun aggiornamento.

In diversi casi i produttori arrivano addirittura a modificare la data dell’ultimo aggiornamento senza offrire effettivamente nuovi contenuti. Gli utenti non se ne accorgono e ritengono che il loro dispositivo sia aggiornato e quindi sicuro.

L’assenza di aggiornamenti tuttavia non ha sempre luogo in malafede. Per alcuni produttori problemi di natura tecnica possono essere alla base di un processo di aggiornamento malfunzionante. Anche i processori integrati nei dispositivi sono critici: gli smartphone con chip Samsung, ad esempio, sono molto meno interessati da tale problematica rispetto ai dispositivi con processori di Mediatek. Il motivo: i produttori di smartphone si affidano ai fornitori di processori per le patch. Se i produttori di chip non consegnano, i fornitori dei dispositivi non possono pubblicare l’aggiornamento.

Il ruolo delle associazioni dei consumatori

In fase di acquisto, la questione degli aggiornamenti è foriera di confusione sia per gli utenti finali sia per i commercianti. Nel caso di smartphone di fascia bassa, a fronte di un prezzo ridotto gli acquirenti sono spesso pronti a scendere a compromessi con la qualità della fotocamera ad esempio. Tale informazione può essere facilmente reperita nella descrizione del prodotto. Ma non c’è modo di vedere quando, se o con quale frequenza il dispositivo sarà aggiornato. La maggior parte delle volte, c’è solo un riferimento alla versione del sistema operativo installato di fabbrica. Una carenza di informazioni che mette a rischio i consumatori.

A livello internazionale sono diverse le associazioni dei consumabori che anelano un cambiamento. L’anno scorso, ad esempio, l’associazione dei consumatori della Renania settentrionale – Vestfalia ha citato in giudizio un rivenditore di elettronica che offriva uno smartphone per 99 €. Già al momento della vendita, il dispositivo mostrava gravi vulnerabilità, era infatti equipaggiato con la versione 4.4 del sistema operativo Android obsoleto (“Kitkat”), introdotta per la prima volta sul mercato nel 2013.

Nonostante le notifiche dello stesso Ufficio Federale per la Sicurezza delle Informazioni (BSI) tedesco del 2016, il produttore del dispositivo non ha mai fornito alcun aggiornamento. Nonostante ci fossero gli estremi per denunciare Google quale sviluppatore di Android o il produttore del dispositivo mobile, l’associazione a preferito chiamare in giudizio il rivenditore, che, quale parte contrattuale immediata per i consumatori, ha il dovere di informare l’acquirente della presenza di falle di sicurezza non colmate (e incolmabili) nel nuovo dispositivo.

GDATA

Fondata nel 1985 a Bochum, G DATA vanta una storia di oltre trent’anni nella lotta e prevenzione contro le minacce informatiche ed è uno dei principali fornitori al mondo di soluzioni per la sicurezza IT, insignite di numerosi riconoscimenti per la qualità della protezione fornita e l’intuitività d’uso.

G DATA produce e commercializza soluzioni di sicurezza totalmente aderenti alle normative europee sulla protezione dei dati. Il portafoglio prodotti G DATA comprende soluzioni di sicurezza per le imprese, dalle micro alle grandi aziende, e applicazioni rivolte all’utenza consumer.

Partner tecnico di Ducati Corse per la MotoGP, G DATA ha il compito di proteggere i sistemi IT di pista del team Ducati. L’azienda patrocina altresì il Teatro Comunale di Bologna e diversi eventi volti all’accrescimento culturale e all’aggregazione sociale tra cui mostre e corsi presso istituti scolastici per favorire un uso consapevole del web e dei social media.

Ulteriori informazioni su G DATA e sulle soluzioni di sicurezza sono consultabili sul sito www.gdata.it

Per ulteriori informazioni e approfondimenti:

Archivio stampa G DATA: https://www.gdata.it/notizie/

Record drammatico negativo: circa 8,4 milioni di nuovi malware identificati nel 2017

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Aziende, Informatica, Internet, Tecnologia, Tecnologia Personale

I PC sono costantemente sotto l’assedio di malware da respingere.

Bochum (Germania). Circa 8,4 milioni, questo il bilancio dei nuovi tipi di malware per computer, o 16 diversi campioni di software dannoso al minuto nel 2017 – un nuovo record negativo. Ralf Benzmüller, portavoce esecutivo dei G DATA SecurityLabs, analizza e valuta la situazione in un articolo dettagliato.

Se da un lato è indubbio che i virus, worm e trojan presenti sul web siano numerosissimi, il volume di nuovi software dannosi prodotti risulta allarmante. All’inizio del 2017 i ricercatori G DATA avevano ipotizzato un totale di nuovi campioni di malware di circa 7,41 milioni. I nuovi tipi di applicazioni malevoli rilevate nel corso dell’intero anno ammontano esattamente a 8.400.058 superando di gran lunga, negativamente, le aspettative.

“La minaccia più eclatante e seria all’integrità dei computer è il ransomware, categoria di malware rivelatasi particolarmente produttiva nel 2017, e questo non cambierà nel 2018”, così Ralf Benzmüller, portavoce esecutivo dei G DATA Security Labs, commenta quanto emerso dalle rilevazioni. Ciò nonostante, con un posizionamento di singoli campioni di ransomware al 30°, 163° e 194° posto della classifica Malware Top 250 stilata dai ricercatori G DATA, questa tipologia di malware svolge un ruolo ancora marginale in termini di attacchi totali ai danni dei PC su scala globale.

“Il fatto che i ransomware risultino notevolmente inferiori ad altre categorie di malware e applicazioni indesiderate (PUP / adware) tra cui i ‘miner’ di criptovalute, che hanno preso il sopravvento nell’ultimo trimestre 2017, non significa che non ci si debba proteggere”, aggiunge Benzmüller, che non manca di annoverare alcune misure essenziali: aggiornare sistemi operativi e applicazioni in uso, e dotarsi di una soluzione per la sicurezza IT che protegga l’utente in modo proattivo contro le minacce.

Nel suo articolo “Malware Figures 2017” Ralf Benzmüller annovera le modalità con cui vengono condotte le ricerche dei G DATA Security Labs e riassume come viene calcolata l’incidenza di singoli malware, spiega altresì i trend che ne derivano e quali categorie di malware o PUP (potentially unwanted programs) sono preferite dai cybercriminali.

Chi è G DATA

Fondata nel 1985 a Bochum, G DATA vanta una storia di oltre trent’anni nella lotta e prevenzione contro le minacce informatiche ed è uno dei principali fornitori al mondo di soluzioni per la sicurezza IT, insignite di numerosi riconoscimenti per la qualità della protezione fornita e l’intuitività d’uso.

G DATA produce e commercializza soluzioni di sicurezza totalmente aderenti alle normative europee sulla protezione dei dati. Il portafoglio prodotti G DATA comprende soluzioni di sicurezza per le imprese, dalle micro alle grandi aziende, e applicazioni rivolte all’utenza consumer.

Partner tecnico di Ducati Corse per la MotoGP, G DATA ha il compito di proteggere i sistemi IT di pista del team Ducati. L’azienda patrocina altresì il Teatro Comunale di Bologna e diversi eventi volti all’accrescimento culturale e all’aggregazione sociale tra cui mostre e corsi presso istituti scolastici per favorire un uso consapevole del web e dei social media.

Ulteriori informazioni su G DATA e sulle soluzioni di sicurezza sono consultabili sul sito www.gdata.it

Passepartout umani: perché l’ingegneria sociale è un fattore di rischio da non sottovalutare

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Aziende, Informatica, Internet, Tecnologia

Oltre al crescente numero di minacce informatiche generalizzate i cybercriminali si avvalgono di tecniche mirate per manipolare gli impiegati e carpire i dati di accesso alla rete aziendale.

Bochum (Germania) – Nel 2017 gli analisti G DATA hanno rilevato 16 nuovi campioni di malware al minuto. Se da un lato bisogna premunirsi contro i rischi legati alle infezioni da malware, è anche oltremodo necessario prestare attenzione alla componente umana. I criminali su internet utilizzano perfidi trucchi per accedere in modo mirato a informazioni confidenziali manipolando i membri dello staff dell’azienda – un’attività definita in gergo “ingegneria sociale”. Ecco i fattori principali a cui G DATA individua i fattori che gli IT manager non dovrebbero sottovalutare.

Le organizzazioni tendono a circoscrivere le misure di sicurezza IT alla protezione contro i vettori di attacco più comuni, che spaziano dai malware quali ransomware, trojan e virus, fino alla manipolazione delle configurazioni di sistema o attacchi DDoS. Tuttavia esiste una vulnerabilità spesso sottovalutata dagli IT manager: l’ingegneria sociale.

Impiegati trasformati in marionette

Ormai sono passati i tempi in cui il dipartimento delle risorse umane riceveva curriculum incomprensibili da parte di finti candidati. Errori di grammatica grossolani e refusi erano sufficienti per distinguere comunicazioni fasulle/pericolose da quelle legittime. Superata la curva di apprendimento, oggi i cybercriminali si preparano molto più dettagliatamente. Secondo i rilevamenti contenuti nel rapporto Social Engineering Attack Framework un attacco mirato di questo tipo è composto da addirittura sei fasi:

  • Fase 1: pianificazione dell’attacco
  • Fase 2: raccolta delle informazioni utili
  • Fase 3: preparazione
  • Fase 4: instaurazione di un rapporto con un impiegato dell’azienda
  • Fase 5: manipolazione del contatto
  • Fase 6: resoconto

Ne è un esempio il responsabile della ricerca del personale, che spesso si avvale delle piattaforme social per identificare i candidati ideali. In questo caso si parla di “scouting” (reclutamento). Una volta individuato un candidato in linea con il profilo richiesto, si prende contatto con la persona. I criminali sono a conoscenza di questa procedura di ricerca e creano falsi profili attraverso cui si propongono al manager delle risorse umane al momento opportuno. Il perpetratore mira a carpire informazioni sull’addetto HR, creando un rapporto di fiducia con la controparte, per poi inviargli una lettera motivazionale facendo riferimento allo scambio avvenuto sui social. Questo metodo risulta molto più efficace rispetto all’invio di una candidatura “spontanea” standardizzata. La comunicazione a posteriori della presa di contatto tramite i social consta di norma di un testo conciso, e di un allegato PDF con fotografia personale. Una volta aperto l’allegato, il malware viene installato sul computer. Il malvivente è riuscito a manipolare il membro dello staff e a fargli aprire il file infetto. Si potrebbe trattare di un ransomware che cifra file sensibili e che richiede un riscatto per decriptarli come di un trojan che registra la sequenza di tasti premuti dall’impiegato in fase di accesso alla rete aziendale (login e password) per poi inviarli al criminale.

L’ingegneria sociale causa ingenti danni finanziari

L’ingegneria sociale è utilizzata in tutti i casi in cui le persone possono essere manipolate e una buona metodologia può essere molto remunerativa per i cybercriminali, che guadagnano così accesso a informazioni di valore sullo staff, dati di accesso alle risorse di rete o a file confidenziali che svelerebbero segreti industriali. A tal proposito il Clusit annovera nel suo recente rapporto che nel 2017 il Cyber Espionage, cui vanno ricondotti anche i furti di proprietà intellettuale, è cresciuto su scala globale del 46. Dal momento che questi metodi di attacco stanno diventando sempre più popolari, ci si aspetta un ulteriore incremento dei danni subiti dalle aziende. “Oltre a dotarsi di soluzioni di sicurezza in grado di riconoscere proattivamente attività di sistema illegittime come quelle annoverate, condurre campagne di sensibilizzazione e corsi di formazione dello staff risulta essere un’arma vincente contro questo tipo di attacchi” conferma Giulio Vada, Country Manager di G DATA Italia.

IT manager all’erta

Innanzitutto, gli IT manager dovrebbero accertarsi del fatto che i membri del proprio staff siano a conoscenza delle tecniche di ingegneria sociale. Il team di G DATA Italia offre corsi di formazione che aiutano gli impiegati ad individuare ed evitare questa tipologia di minacce. Lo staff apprende che le email vanno lette in modo critico, che dati sensibili non devono assolutamente essere archiviati o divulgati tramite telefono e che non vanno aperti link che puntao a pagine in cui si richiede un login. Un altro strumento altrettanto importante è la protezione anti-phishing fornita dai più moderni software di sicurezza e in grado di sventare molti attacchi sul nascere. Queste suite aiutano significativamente lo staff consentendo un’elaborazione più rapida di email realmente importanti per il lavoro quotidiano. In altri termini il connubio tra formazione e soluzioni di sicurezza minimizza il rischio che un qualsiasi impiegato diventi vittima di un attacco dovuto all’ingegneria sociale provocando eventuali danni finanziari.

*.*

G DATA

Fondata nel 1985 a Bochum, G DATA vanta una storia di oltre trent’anni nella lotta e prevenzione contro le minacce informatiche ed è uno dei principali fornitori al mondo di soluzioni per la sicurezza IT, insignite di numerosi riconoscimenti per la qualità della protezione fornita e l’intuitività d’uso.

G DATA produce e commercializza soluzioni di sicurezza totalmente aderenti alle normative europee sulla protezione dei dati. Il portafoglio prodotti G DATA comprende soluzioni di sicurezza per le imprese, dalle micro alle grandi aziende, e applicazioni rivolte all’utenza consumer.

Partner tecnico di Ducati Corse per la MotoGP, G DATA ha il compito di proteggere i sistemi IT di pista del team Ducati. L’azienda patrocina altresì il Teatro Comunale di Bologna e diversi eventi volti all’accrescimento culturale e all’aggregazione sociale tra cui mostre e corsi presso istituti scolastici per favorire un uso consapevole del web e dei social media.

Ulteriori informazioni su G DATA e sulle soluzioni di sicurezza sono consultabili sul sito www.gdata.it