L’Italia senza la Fiat è come la Svizzera senza il cucù, Alberobello senza trulli, Parigi senza la torre Eiffel, gli scozzesi senza il gonnellino, il cane senza il gatto, Roma senza il Colosseo, l’America senza la conquista della Luna, il 1989 senza la caduta del Muro, il 1789 senza Rivoluzione Francese, l’allegria senza il sorriso, Baglioni senza “Questo piccolo grande amore”, i Beatles senza John Lennon, Bologna senza Lucio Dalla, “Il grande cielo” senza Mimmo Parisi, Malmsteen senza Fender Stratocaster, un bambino senza le bizze, l’Italia senza la Fiat è…

L’Italia è senza la Fiat, ormai, ma importa a qualcuno?

La Fiat nacque quando mancava un solo anno al secolo del passaggio al terzo millennio: l’11 luglio del 1899 Giovanni Agnelli vergava il primo documento ufficiale targato Fiat, fabbrica italiana automobili Torino. 115 anni più tardi è tutto finito.

I nomi sono quelli di John Elkann, Sergio Marchionne, Andrea Agnelli, Tiberto Brandolino D’Adda, Glenn Earle, Valerie A. Mars, Ruth J. Simmons, Ronald L. Thompson, Patience Wheatcroft, Stephen M. Wolf, Ermenegildo Zegna. Essi resteranno nella Grande Storia e nella microstoria di chi, con il trasferimento americano, ha perso le sue certezze lavorative. La crisi mondiale non è tenera con chi perde il lavoro.

Comunque, addio Fiat, lontano dall’Italia si chiamerà Fca.Dissertando di chi, perlomeno ufficialmente, ha manovrato verso questo esito (infausto?), si arriva al nome di Sergio Marchionne. Quest’uomo che si autodefinisce un metalmeccanico che tira avanti solo con la busta paga di fine mese, è il manager italo-canadese che ha (salvato?) la Fiat dal tracollo portando la produzione di automobili all’estero. Al suo arrivo in Italia parlò subito di flessibilità (cioè più lavoro e meno diritti in fabbrica): be’, capire dove voleva andare a parare è stato un gioco da bambini.

Bisognerebbe riflettere sull’aspetto esagerato di certi stipendi, in quanto segno volgare di chi li elargisce e di chi li accetta. D’altra parte, che si appartenga a una famiglia di salumieri o di qualche famiglia bene, il verbo valido impartito, è sempre quello di accaparrarsi lo stipendione. Una educazione orrida. L’aspetto economico dovrebbe permettere il decoro e le possibilità egualitarie, non spingere qualcuno a pensare “come investo tutte queste entrate” mentre a fianco si pensa “cosa metto a tavola oggi”.

Dunque, a fronte delle grandi capacità di questo genius del management, quanto la Società tutta ringrazia il signor Marchionne? Senza possibilità di errare, si risponde: tanto, esageratamente e senza il minimo bon ton. La busta paga di fine mese di questo lavoratore vale in media 400mila euro lordi, circa 15.500 euro al giorno. In un anno un operaio prende, cosa più cosa meno, quello che a lui viene concesso in un di.

La Società è fatta sia da dipendenti pubblici, sia da quelli privati: non può valere quello che alcuni ingenui dicono sul privato abilitato a dare quel che gli pare a chi gli pare: i beni del pianeta sono limitati e definiti, se dai tantissimo a uno lo togli a venti sfortunati nati nel Congo. Anche se quello che paghi tantissimo è un genio, è disumano quell’atteggiamento; ed è privo di etica. Non si ruba solo con la pistola in faccia al malcapitato, ma anche restando ancorati a dei concetti profondamente sbagliati.