Tempo fattore non più sottovalutabile: questa la lezione impartita da WannaCry e Petya.B

Scritto da Andrea Bianchi il . Pubblicato in Informatica, Internet, Opinioni / Editoriale, Tecnologia

WannaCry e Petya.B sono solamente due più recenti (e famosi) attacchi su larga scala che hanno evidenziato lacune nella gestione dei sistemi informativi e dei fattori di rischio da cui trarre preziosi insegnamenti.

Parigi – Osservando l’andamento delle attività dei cybercriminali alla luce delle due più recenti ondate di infezione ransomware su larga scala è impossibile negare un incremento nella sofisticazione del malware e un continuo perfezionamento dei meccanismi di intrusione. Altrettanto innegabile è il fatto che, ad oggi, moderni tool e infrastrutture “Crime-as-a-Service” consentono ai cyber-criminali di agire rapidamente su scala globale, con il supporto derivante dalla diffusione di pericolosi exploit “di Stato” (EternalBlue e EternalRomance), facilmente integrabili nel codice dei malware. Un primo bilancio delle “vittime” sembra indicare con altrettanta chiarezza quanto gli attaccanti siano in vantaggio rispetto alle aziende attive nell’ambito della sicurezza IT che rispondono a tali minacce a suon di “signature” e “patching”. Strumenti che si sono rivelatisi, in entrambe le occasioni, assolutamente insufficienti, vuoi per incuria, vuoi perché la sicurezza – oggi più che mai – deve essere predittiva e non reattiva.

WannaCry si è dimostrato particolarmente efficace poiché in grado di propagarsi tramite internet, installandosi “lateralmente” su altri host presenti nella rete senza alcun intervento dell’utente, bensì a posteriori di una scansione approfondita sulla porta TCP/UDP 445. Una minaccia seria ai danni di chi non ha aggiornato i propri sistemi per i più vari motivi. Poco tempo dopo PetrWrap, Petya.B o NotPetya, che dir si voglia, si è avvalso della stessa vulnerabilità, cagionando danni ad enti governativi e a numerose aziende su scala globale, bloccando sistemi rilevanti per la produttività delle organizzazioni e chiedendo un riscatto, il cui pagamento in molti casi non è corrisposto alla decrittazione dei file.

Le finalità di questo genere di attacchi possono essere differenti, dall’estorsione di denaro, al sabotaggio su più livelli, fino al furto di dati o allo spionaggio industriale, in alcuni casi infatti i cryptoransomware copiano i file prima di cifrarli e chiedono un riscatto per non divulgarli. A fronte dello scarso riscontro economico ottenuto da entrambe le campagne rispetto all’attenzione mediatica riservata al fenomeno, del tipo di organizzazioni coinvolte e in assenza di codici che indichino una condivisione dei file con server esterni, si potrebbe supporre che queste due campagne siano attività di sabotaggio. Ci troviamo di fronte a minacce in rapida successione che colpiscono organizzazioni di pubblica utilità e di grandi dimensioni.  Le aziende private che ne subiscono le conseguenze sembrano essere danni collaterali, quasi un modo per sviare l’attenzione dal vero obiettivo e rientrare almeno parzialmente dei costi di produzione dell’attacco, sempre che le vittime paghino il riscatto.

Lezione 1: Occorre più tempo per la mitigazione delle minacce

Per quanto oggettivamente essenziale, il processo di patching dei sistemi operativi e delle applicazioni in uso risulta lacunoso. Tale attività, ove conducibile, va automatizzata e certificata. Nelle situazioni in cui non sia possibile aggiornare i sistemi (piccola nicchia con gravissime implicazioni, cfr. settore utility, industria/SCADA, healthcare, banking) per limiti hardware/software e di compliance, è fondamentale abilitare la segmentazione della rete e cambiare totalmente approccio alla sicurezza, dotandosi di strumenti per l’identificazione e la mitigazione di minacce note e non note che non necessitino di aggiornamenti, perché riconoscono comportamenti anomali e li bloccano sul nascere.

Sono numerosi i vendor di soluzioni antivirus che hanno riconosciuto che basare la sicurezza endpoint su signature non è più la risposta. Hanno quindi integrato o stanno per integrare meccanismi intelligenti capaci di individuare comportamenti sospetti delle applicazioni, al fine di bloccare attività anomale. Questo è un passo nella giusta direzione, tuttavia solo parzialmente, perché per quanto avanzate, queste soluzioni non rinunciano all’uso di firme, che richiedono frequenti aggiornamenti, in alcuni casi non conducibili. Ecco perché ha senso blindare i sistemi operativi con soluzioni che evitano l’esecuzione di qualsiasi malware, frapponendosi tra il kernel e il layer applicativo e bloccando chiamate a sistema ingiustificate grazie ad algoritmi avanzati di analisi comportamentale. Ne è un esempio Stormshield Endpoint Security, che non rimuove il malware (compito degli antivirus) ma ne blocca in tempo reale l’esecuzione, facendo guadagnare tempo utile agli amministratori per effettuare il patching e la messa in sicurezza dei sistemi.

Avere più “tempo” è un grande vantaggio che nessuno oggi può più sottovalutare. Un vantaggio riconosciuto sia da noti istituti bancari che con Stormshield Endpoint Security hanno potuto assicurarsi la compliance PCI DSS anche su macchine obsolete, sia da numerosi istituti ospedalieri e gruppi industriali dotati di sistemi SCADA.

Lezione 2: l’analisi comportamentale va estesa al perimetro

Il limite fondamentale delle soluzioni di Endpoint Security è che queste proteggono la singola macchina, non lavorano sul traffico di rete, e quindi entrano in azione solo in presenza di “infezione” sul singolo host. Avvalersi in tempo reale dell’analisi comportamentale dell’intero flusso di dati, dal singolo file alle attività delle applicazioni di rete, scevri dell’approccio passivo signature-based dei firewall tradizionali, assicura protezione proattiva dell’intera infrastruttura contro infezioni “laterali” come quelle favorite dall’uso dell’exploit EternalBlue garantendo che il malware non “esca” dalla rete per propagarsi altrove. Una tecnologia tutta europea dotata delle più alte certificazioni di sicurezza europea e della qualifica ANSII per ambienti industriali energetici, su cui Stormshield basa l’intera offerta di firewall IPS sin dal lontano 1998 e che oggi protegge aziende e governi in tutto il mondo.

Proteggere il singolo terminale non basta, occorre estendere l’analisi comportamentale al perimetro, seppur allargato, per assicurarsi quel vantaggio temporale e quella tutela proattiva dei sistemi che nel caso di WannaCry e Petya.B avrebbero fatto la differenza per molti.

Chi è Stormshield

Stormshield sviluppa soluzioni di sicurezza end-to-end innovative per la tutela di reti (Stormshield Network Security), workstation (Stormshield Endpoint Security) e dati (Stormshield Data Security). Certificate ai più alti livelli in Europa (EU RESTRICTED, NATO, e ANSSI EAL4+), queste soluzioni affidabili di nuova generazione assicurano la massima protezione delle informazioni strategiche. Le soluzioni Stormshield sono commercializzate attraverso una rete commerciale costituita da distributori, integratori e operatori di canale o telco e sono implementate presso aziende di qualsiasi dimensione, istituzioni governative e organizzazioni preposte alla difesa in tutto il mondo.

Bilancio Campo dall’Orto, una Rai con diverse luci (Il Corriere della Sera)

Scritto da Elena Todisco il . Pubblicato in Opinioni / Editoriale, TV

Il Corriere della Sera traccia un bilancio della Rai

L’addio del direttore generale Antonio Campo dall’Orto lascia la Rai coi “conti in ordine, e un’eredità fatta di diverse luci e alcune ombre. In Italia le chiacchiere contano spesso più dei fatti, ma noi proviamo a partire da questi ultimi.

In termini di presenza sul mercato, la Rai sembra in migliore salute dei suoi competitor: non si sa se per incapacità di questi ultimi o per meriti di Viale Mazzini, fatto sta che il servizio pubblico totalizza –nei primi cinque mesi dell’anno- una quota di mercato che tocca il 40% (in prime time) e il 38% (nell’intero giorno), grazie ai canali generalisti e ai dieci tematici. Mediaset si ferma al 32,1% (prime time), tutti gli altri editori (compresa Sky) sono ben sotto il 10%.

Nel 2017 Rai1 si conferma rete leader, con 19,5% di share in prima serata, e il 17,5% nell’intero giorno, con una tendenza in crescita rispetto allo scorso anno (Canale 5 è ferma al 15,7% in p.t.). L’ombra maggiore che pesa su questi (grandi) numeri è il fatto che il pubblico Rai è fatto prevalentemente di anziani, caratteristiche che accomuna le tre reti generaliste: Rai1 e rai3 vincono sugli ultra 65enni (anche se ci sono segnali di “svecchiamento” rispetto al 2016), Rai2 abbassa un po’ l’età media conquistando sia i 50enni sia i 20enni. Ma sui target più giovani non c’è storia con Mediaset e gli altri editori. Il pubblico più colto (laureati) premia in particolare Rai2 e Rai3. Gli asset forti Rai sono Sanremo, una fiction che fa grandi numeri (da “Montalbano” a “Maltese”) e che si rinnova (“La porta rossa”), l’intrattenimento fra tradizione (“Che tempo che fa”) e innovazione (Facciamo che io ero”, “Il collegio”). Al di là del digitale (RaiPlay) e dell’informazione (irriformabile), la stagione di Campo Dall’Orto si è caratterizzata per un’inedita attenzione editoriale. Speriamo ora non venga definitivamente archiviata.

Fonte: Il Corriere della Sera

Il Lessico giuridico in 3 lingue anche come app per dispositivi mobili e PC

Scritto da Maurizio Guerriero il . Pubblicato in Aziende, Cultura, Legale, Opinioni / Editoriale, Tecnologia Personale

Recentemente Edigeo, società di realizzazioni editoriali attiva dal 1983, ha pubblicato l’app Lessico giuridico in 3 lingue per le piattaforme Android, iOS e Windows 10 /Desktop e Mobile).

L’app Lessico giuridico in 3 lingue di Alfredo Snozzi è il primo dizionario giuridico trilingue italiano-tedesco-francese che comprende oltre 10.000 termini e locuzioni proprie del linguaggio giuridico, politico e amministrativo. Incentrato sul diritto italiano e svizzero, la banca dati include anche riferimenti alla legislazione e alla terminologia giuridica di altri paesi europei, soprattutto Francia e Germania. Per struttura e contenuto, si distingue dai dizionari bilingui tradizionali in quanto non solo è trilingue, ma anche definisce e contestualizza i singoli lemmi, indicandone di volta in volta gli eventuali diversi significati.

Le norme cui si rimanda nelle voci sono in particolare quelle basilari dei vari ordinamenti del diritto pubblico e privato, segnatamente i Codici civile e penale di Svizzera, Italia, Francia e Germania.

L’autore Alfredo Snozzi, già capo del Servizio di legislazione e del Servizio di traduzione in lingua italiana presso la Cancelleria federale di Berna, ha insegnato per più di 30 anni traduzione giuridica all’Università di Ginevra.

L’interfaccia dell’app, disponibile in tre lingue (italiano, francese e tedesco), consente di eseguire ricerche per voce, sottovoce e a tutto testo.

Descrizione del prodotto

  • Ideale per traduttori tecnici, docenti, studenti, professionisti e consulenti legali che operano con le lingue italiano, tedesco e francese
  • 12.800 tra voci, sottovoci e locuzioni italiane
  • 15.000 traducenti francesi e 15.000 traducenti tedeschi
  • 10.000 definizioni con oltre 3000 riferimenti alla normativa giuridica svizzera, italiana, francese e tedesca
  • 3500 rimandi tra le voci

Requisiti tecnici

  • iTunes: compatibile con iPhone, iPad e iPod touch con iOS 6 e versioni successive
  • Google Play: compatibile con smartphone e tablet Android 4.0 e versioni successive
  • Amazon: compatibile con smartphone e tablet Android 4.0 e versioni successive
  • Windows: compatibile con PC che utilizzano Windows 10 (tutte le edizioni) e con smartphone e tablet Windows Phone 10

Funzionalità principali

  • Interfaccia disponibile in italiano, francese e tedesco
  • Completo utilizzo offline
  • La funzione Ricerca consente di eseguire ricerche di uno o più termini direttamente nelle voci, nelle sottovoci e a tutto testo
  • In modalità verticale, possibilità di scorrere col dito le definizioni verso destra per tornare all’elenco dei lemmi o dei risultati di ricerca
  • Impostazione della dimensione dei caratteri per le definizioni

Questa app è disponibile sui seguenti online store:

google

amazon

appstore

windows-store

RAI Campo Dall’Orto, tutto quello che mancherà alla televisione

Scritto da Elena Todisco il . Pubblicato in Opinioni / Editoriale, Sport, TV

L’incertezza e la vaghezza accompagnano ogni riflessione sul mezzo, specie sul cosiddetto servizio pubblico RAI

Una televisione senza. Una televisione senza motivazioni. Una televisione senza programmi. Una televisione senza progetti. Una televisione senza testa. Una televisione senza gambe. Una televisione senza conoscenze. Una televisione senza senso… Se Alberto Arbasino si occupasse di televisione saprebbe meglio di chiunque altro descriverci l’incertezza e la vaghezza che accompagnano ogni riflessione sul mezzo, specie sul cosiddetto servizio pubblico.

Da oggi, una televisione senza Giro d’Italia, bellissimo e incerto fino alla fine. Fino a Milano, abbiamo sperato che Vincenzo Nibali indossasse la maglia rosa, ma onore all’olandese Tom Dumoulin. Un Giro senza pioggia, un Giro con una sola vittoria italiana (quella di Nibali a Bormio), un Giro senza Michele Scarponi. Una televisione senza campionato di calcio, finito domenica con la grande impresa del Crotone a scapito dell’Empoli. Un Crotone guidato da mister Davide Nicola, l’allenatore che tre anni fa perse il figlio di 14 anni per un incidente in bicicletta e che ora, per celebrare l’impresa dei suoi ragazzi, si appresta al viaggio proprio in bicicletta dalla Calabria alla sua Torino.

Una televisione senza il «Processo alla tappa» di Alessandra De Stefano, il superamento del concetto di «quota rosa» (che pure al Giro avrebbe anche un senso). Una televisione senza «Viaggio nell’Italia del Giro» di Edoardo Camurri, una corsa dentro l’anima di un Paese senza. Una televisione senza Francesco Totti. O forse no. Forse imboccherà la strada dei commentatori e sarà più che mai presente sullo schermo. Una televisione con le vagonate di retorica spiccia di Fabio Caressa sull’addio di Totti. Una televisione senza «Edicola Fiore», l’omaggio più spiritoso e disincantato alla carta stampata. Ma anche la rassegna stampa più vitale e intelligente. Una televisione senza Antonio Campo Dall’Orto, ultima rappresentazione dell’orfanità e della vedovanza…

Fonte Corriere

Direttore Generale Campo Dall’Orto: i conti promuovono la politica boccia

Scritto da Elena Todisco il . Pubblicato in Economia, Opinioni / Editoriale, TV

Sotto la guida dell’attuale Direttore Generale Antonio Campo Dall’Orto la Rai passa da una perdita netta di 25,6 milioni nel 2015 a un utile netto di 18,1 milioni, con una crescita da -12,2 a 64,3 milioni

Il braccio di ferro sul futuro di Antonio Campo Dall’Orto, amministratore delegato della Rai sfiduciato dal consiglio d’amministrazione, è il paradosso perfetto della cosa pubblica. “I conti sono a posto, ma il problema è nella legge” osserva Carlo Freccero consigliere indipendente in quota 5 Stelle che poi aggiunge: “La riforma della Rai era stata pensata perché l’azienda potesse mettersi sul mercato e così si è deciso di dare pieni poteri al direttore generale svuotando di fatto il cda, se però sulle decisioni del dg interviene Cantone (presidente dell’authority anticorruzione, ndr) dicendo che vanno rispettate certe regole di fatto si contraddice la questione del mercato. Perché le aziende private sono libere di comportarsi come vogliono”.

Insomma a mettere le briglie all’ex numero due dell’americana Viacom è stata proprio la politica: da un lato si spiegava l’importanza di un manager indipendente, dall’altro si cercava di capire come impedire che la sua libertà uscisse dagli schemi predefiniti di Viale Mazzini. A dimostrazione che la Rai è ancora oggi un limite invalicabile. “Far cadere l’ad sul piano dell’informazione è semplicemente incomprensibile. Si poteva discutere sui nomi, ma non sulla necessità di razionalizzare l’offerta della Rai” spiega Francesco Siliato analista del settore media e partner dello Studio Frasi secondo cui nessuno tra “gli editori incumbent ha avuto le performance della Rai sotto la guida di Campo Dall’Orto”. I numeri lasciano poco spazio alle interpretazioni: la Rai è passata da una perdita netta di 25,6 milioni nel 2015 a un utile netto di 18,1 milioni; il risultato operativo è cresciuto da -12,2 milioni a 64,3 milioni. Insomma il manager che aveva lasciato Telecom Italia Media con un buco milionario, in Viale Mazzini ha dimostrato anche di saper far quadrare i conti senza – tuttavia – penalizzare l’offerta. Certo lo hanno aiutato anche i 200 milioni di euro in più arrivati dal canone in bolletta, ma il sentiero è tracciato.

Sul fronte degli ascolti la Rai ha guadagnato ancora nei confronti di Mediaset confermandosi il principale editore televisivo italiano, inoltre gli addetti ai lavori riconoscono a Campo Dall’Orto anche la capacità di aver attratto un pubblico, quello nella fascia tra i 15 e i 19 anni, che la televisione la guardano solo per sbaglio: nel primo quadrimestre del 2017 i giovani che hanno guardato i canali generalisti – secondo le rilevazioni dello Studio Frasi – sono cresciuti del 9,3%, quelli dei canali nativi digitali dell’11,9% e nel complesso dell’offerta Rai del 9,8%. “Lo ripeto – dice Siliato – se Campo Dall’Orto cade è per motivi incomprensibili, almeno sotto il profilo prettamente industriale. Creare una newsroom, aumentare la multimedialità dei giornalisti sono cose che fanno tutte le televisioni normali”. Il problema è quindi più che altro politico perché nessuno vuole davvero mettere mano all’informazione della Rai con il rischio di toccare i fragili equilibri in gioco. Soprattutto a pochi mesi dalle elezioni.

Lo stesso Matteo Renzi che prima ha portato in carrozza il manager veneto al vertice di Viale Mazzini e poi lo ha scaricato si è in questi giorni defilato. Un atteggiamento d’attesa esplicitato dal silenzio del consigliere Michele Anzaldi: dopo aver attaccato Campo Dall’Orto ogni giorno, per ogni cosa il futuro responsabile comunicazione del Pd ha improvvisamente scelto la strada del silenzio. Come a non voler lasciare impronte.

A lavorare sapientemente i fianchi l’amministratore delegato è stata piuttosto la presidente Monica Maggioni che a differenza di Campo Dall’Orto non è certo estranea alle dinamiche Rai. Il manager, invece, si è fatto consumare prima dalle polemiche sugli stipendi, poi dal piano sull’informazione che prevedeva Milena Gabanelli alla guida del sito internet di Rai News: una minaccia troppo grande per il delicato equilibrio tra il Pd e quel che resta di Forza Italia. D’altra parte andando al voto con un sistema proporzionale l’unico governo possibile potrebbe uscire dall’ennesima intesa tra Renzi e Berlusconi. Meglio quindi non disturbare i manovratori. “Campo Dall’Orto in Rai è come lo Straniero di Camus” chiosa Freccero secondo cui il manager non è certo senza colpe, ma sta pagando anche per responsabilità di altri come sul tema del tetto agli stipendi degli artisti: “La definizione di artista è impossibile perché bisogna tenere in considerazione quelle che sono le esigenze del mercato e degli inserzionisti. Io ho proposto di definire artistici i programmi che sono in grado di autofinanziarsi, ma per il momento è tutto fermo. Senza un accordo sul tetto agli stipendi si danneggia la Rai”. Il rischio è quello di uno stallo lungo un anno fino alla scadenza del mandato di Antonio Campo Dall’Orto: un ribaltone oggi a pochi mesi dalle elezioni sarebbe come detto pericoloso e il sentiero verso nuove nomine stretto. Quanto meno al Senato dove la maggioranza è appesa a un filo. E una Rai nell’impasse, impegnata a cancellare quanto di buono avviato nell’ultimo biennio, rischia solo di favorire la concorrenza. A cominciare da Mediaset.

Fonte: Business Insider Italia

Antonio Cospito: La Musica, La Fede e la Disabilità.

Scritto da Rete Cattolica il . Pubblicato in Opinioni / Editoriale, Religione

Antonio Cospito: La Musica, La Fede e la Disabilità.

Prima il successo, il superlavoro, la televisione. Poi la malattia, la disabilità, lo scoraggiamento. A fare da filo conduttore tra la prima e la seconda vita di Antonio Cospito (www.antoniocospito.eu), 46enne originario di Matera trapiantato in Piemonte, è la fede anche se sofferta, messa duramente alla prova da diverse patologie degenerative che lo ha colpito da qualche anno. Consacrato laico fra i dehoniani oranti dal 2009, vive insieme a Natale Maroglio, un altro consacrato 65enne che lo assiste instancabilmente durante ogni ricovero in ospedale e lo conforta.

«Il 22 Marzo 2017 ho ricevuto la visita del vescovo di Alba, monsignor Marco Brunetti, che mi ha invitato a vedere la mia stanza come una cella di fede, di preghiera. “Nella tua situazione stai vivendo la Passione”, mi ha detto, trasmettendomi una grande pace e consolazione. Mi sento rinato, pieno di speranza», riferisce Antonio, vulcanico anche se costretto a una mobilità limitata. Ha firmato decine libri di spiritualità (alcuni a quattro mani con il confratello Maroglio) e brani musicali, fra i quali il primo in assoluto dedicato a papa Francesco, poche ore dopo la fumata bianca del conclave di quattro anni fa.

Ma la sua passione per le note inizia fin da ragazzo, nella sua parrocchia: «A 14 anni ero responsabile della corale polifonica e del canto nel gruppo di preghiera del Rinnovamento nello Spirito Santo». Già da allora la sua famiglia di origine contrastava questo cammino di fede, nonostante l’appoggio del parroco. «Qualcuno mi disse che ho il carisma di citare la Parola per consolare le persone», ricorda. Dopo il diploma, fonda con alcuni compagni di scuola una band di musica leggera, che lo porta in tour per le piazze della Calabria, della Puglia e della Basilicata. In seguito apre un bar-pizzeria-ristorante con musica dal vivo, «in cui si sono esibiti anche cantanti famosi».

Nel 1995 si trasferisce a Milano e lavora in un bar. Poi a Cologno Monzese inizia la sua collaborazione per diverse società come direttore artistico e per alcuni programmi televisivi di Mediaset e Rai come organizzatore del pubblico. Si avverte nella voce un pizzico di nostalgia quando ripercorre gli anni trascorsi negli studi di “Scherzi a parte” con Teo Teocoli, “Super” con Laura Freddi e Gerry Scotti, “Jammin” con Federica Panicucci, “Ore 12” sempre con Scotti, “Ci vediamo in Tv” con Paolo Limiti, “Ok il prezzo è giusto!” con Iva Zanicchi. «Ho seguito pure per diversi anni casting, videoclip e le selezioni dell’Accademia di Sanremo, Sanremo Rock, collaborando con diversi big della canzone italiana e un grande maestro di orchestra come Vince Tempera».
Nel tempo libero Antonio si dedica al volontariato presso l’ospedale di Desio e all’animazione liturgica della Messa festiva in rito ambrosiano. «Guidavo anche la preghiera del rosario, intervallando i misteri con un canto; i pazienti mi ringraziavano prima di tornare nelle loro stanze». Finché, dopo un accurato discernimento, otto anni fa si trasferisce nella provincia di Cuneo e decide di professare il voto di castità diventando un dehoniano orante: «Conoscevo la loro spiritualità e ho scelto di dedicarmi a Dio, dopo aver compreso che il matrimonio non era la mia strada». Scelta condannata dai genitori, dalla sorella più grande, dal fratello minore e dai parenti, che hanno interrotto i rapporti con lui: «Hanno detto che mi considerano morto, un motivo di sofferenza ulteriore», confida.

Al dolore umano e psicologico si aggiunge quello fisico: prima un carcinoma alla prostata, poi altre patologie progressive alla colonna vertebrale e un deficit alla mano destra, che ne limitano i movimenti e lo obbligano a tenere durante il giorno un collare cervicale oltre a un’imbracatura al braccio. Ma Antonio, costretto ad abbandonare l’amato lavoro, non si arrende: «Subito dopo l’elezione di papa Francesco, la sera del 13 marzo 2013, ho scritto testo e musica di un pezzo dedicato a lui, sulla profezia dell’umiltà. Poi gli ho spedito il cd con una lettera e lui mi ha risposto inviandomi la benedizione apostolica».

Qualche mese dopo, il 5 giugno, all’udienza generale in Vaticano l’abbraccio con Bergoglio, che si ripete il 21 giugno 2015, durante la sua visita pastorale a Torino. Il 25 marzo avrebbe dovuto partecipare alla Messa presieduta dal Santo Padre al Parco di Monza, ma ha dovuto rinunciare per un malore. Nel suo ultimo volume, distribuito da Amazon, Cospito ha voluto raccogliere messaggi e discorsi del pontefice a quattro anni dalla sua elezione.

«A volte consolo gli altri e non riesco a consolare me stesso; mi sento abbandonato anche dalle istituzioni – conclude Antonio –. Ma il Signore agisce di continuo nella mia vita attraverso tanti piccoli segni e doni: una telefonata, una visita, una parola. Quando hai Cristo come amico, hai gioia e felicità, e Il Giubileo della misericordia ci ha ricordato che Lui ci aspetta a braccia aperte, come fa il padre con il figlio prodigo. Con questa consapevolezza ogni sofferenza fisica può essere alleggerita e vissuta con la serenità che ti può dare solo Dio».

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Ponti crollati: l’autotrasporto italiano lancia l’allarme

Scritto da WebmasterDeslab il . Pubblicato in Aziende, Opinioni / Editoriale

La rete stradale italiana è finita nel mirino delle associazioni di autotrasportatori all’indomani dell’ennesimo crollo di un cavalcavia. L’ultimo, in ordine di tempo, è avvenuto sulla S.S. 231 nei pressi di Fossano (Cuneo), per fortuna stavolta senza tragiche conseguenze in termini di vite umane perse.

C’è preoccupazione e allarmismo fondato, non solo dei camionisti ma anche da parte degli automobilisti, perché sono già tre le strutture crollate negli ultimi mesi che hanno causato la morte di alcune persone. Ci si chiede a questo punto se è diventato pericoloso viaggiare lungo le nostre strade, ma soprattutto in che modo vengono eseguite le opere di realizzazione e a quali soggetti vengono appaltate.

Ed è proprio questo il punto, e cioè capire se i controlli sulle infrastrutture già presenti e su quelle in programma vengono fatti in maniera diligente e competente. Quello di Fossano, ad esempio, è un viadotto costruito negli anni ’90, un’opera assolutamente giovane per la quale, fanno sapere dall’Anas, non sono state registrate particolari criticità nei controlli avvenuti.

Rimane il fatto che il crollo dei cavalcavia in Italia sta diventando un problema serio. Per questo l’intero autotrasporto italiano chiede a gran voce alle istituzioni di fornire risposte concrete: oltre ad individuare le cause dei cedimenti strutturali, gli operatori di settore invocano la creazione di una squadra speciale di verificatori che abbia il compito di valutare e conoscere lo stato di salute dell’intera rete stradale italiana, non ritenendo evidentemente sufficiente l’opera di manutenzione ordinaria da parte dell’Anas.

Le principali responsabilità delle morti sulle strade vengono quasi sempre ascritte alla negligenza degli automobilisti, destinatari di numerose campagne di sensibilizzazione; ma se poi a franare sono le stesse strade, allora occorre fare parimenti con le istituzioni, a partire dal Ministero dei Trasporti, il cui dovere è proprio quello di garantire una mobilità efficiente e sicura nel nostro Paese.

Stefania Truzzoli e la crescita delle donne nei boards

Scritto da articol news il . Pubblicato in Aziende, Economia, Opinioni / Editoriale

Stefania Truzzoli analizza all’interno del proprio blog gli studi dell’Osservatorio AUB sulle imprese familiari e dal Politecnico di Milano per Valore D sulla crescita delle donne nei boards.

Stefania Truzzoli

Anche secondo Stefania Truzzoli la diversità e l’inclusione di genere aggiungono valore alle aziende. A confermarlo anche due studi inediti realizzati dall’Osservatorio AUB sulle imprese familiari e dal Politecnico di Milano per Valore D – l’associazione di imprese che promuove la diversità, il talento e la leadership femminile nelle società. Secondo i risultati pubblicati, le performance aziendali e la gestione dei rischi sono migliori all’interno di realtà che vantano almeno una donna all’interno del Consiglio di amministrazione. Nello specifico nelle società con fatturato compreso tra 20 e 50 milioni di euro, la presenza si traduce in un margine di profittabilità superiore di circa mezzo punto rispetto a realtà con CdA è composto unicamente da uomini. L’impatto è ancora più evidente all’interno di società con un fatturato superiore a 50 milioni di euro.

La presenza delle donne nei boards è salita dal 7 al 30%.

L’altra buona notizia evidenziata da Stefania Truzzoli è che, a distanza di 5 anni dalla legge Golfo-Mosca, (quella che ha introdotto le quote di genere nella composizione dei consigli di amministrazione delle società quotate e partecipate pubbliche) la presenza delle donne nei boards è salita dal 7 al 30%.
Per Stefania Truzzoli questo risultato rappresenta un grande passo avanti, anche se a ben vedere resta tanto da fare. Il divario più evidente riguarda la remunerazione: le donne nei ruoli esecutivi nei CdA guadagnano meno della metà dei colleghi uomini con stesso incarico (in media 500 mila euro, contro 1,3 milioni), nonostante posseggano titoli di studio e un’esperienza in linea con quella dei colleghi. Anche il tipo di incarico è sbilanciato: l’analisi conferma Truzzoli nel suo blog rivela che l’aumento della presenza femminile all’interno dei CdA si concentra soprattutto nelle posizioni di indipendenti, inferiore è invece la presenza fra gli executive.
Per Stefania Truzzoli quindi sale la quota di partecipazione femminile, ma la strada verso una reale parità è ancora molto lenta.

A Firenze la protesta contro gli abusi psichiatrici

Scritto da Sandro Matini il . Pubblicato in Opinioni / Editoriale

Manifestanti da tutta Italia e dal nord Europa per dire no ai trattamenti distruttivi

Più di 2000 persone provenienti da tutta Italia, Francia, Svizzera, Germania, Paesi Bassi e Danimarca hanno preso parte al corteo di protesta contro le violenze psichiatriche che si è svolto stamattina nel centro di Firenze.

Rappresentanti di associazioni italiane ed europee in difesa dei diritti umani hanno manifestato il loro dissenso agli psichiatri che da oggi fino al 4 aprile partecipano al congresso che l’Associazione Psichiatrica Europea ha organizzato a Firenze.

Secondo il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani (CCDU), associazione che dal 1979 denuncia gli abusi nel campo della salute mentale e che ha promosso la manifestazione, il congresso finirà per far aumentare l’uso di psicofarmaci e per promuovere quella che sembra essere la nuova frontiera della psichiatria: l’uso di elettrodi impiantati nel cervello, alimentati da una micro batteria posta sotto pelle, collegata con sottilissimi fili che percorrono la nuca.

La maggior parte degli psichiatri che compongono il vertice dell’associazione europea di psichiatria, e lo stesso comitato scientifico del congresso, sono noti per i loro legami con l’industria farmaceutica e con produttori di dispositivi per la stimolazione elettrica del cervello, gli stessi che sponsorizzano il congresso.

Il corteo è partito da piazza Santa Maria Novella in direzione di Piazza San Marco per poi far ritorno al punto di partenza dove il Dr. Roberto Cestari, presidente del CCDU Italia, ha salutato i manifestanti. Tra coloro che hanno parlato, la prof.ssa Vincenza Palmieri, fondatore del Programma Vivere Senza Psicofarmaci, ha detto che da 30 anni ogni giorno famiglie e bambini finiscono in un sistema che risucchia la loro vita a causa dell’uso di psicofarmaci.

Come documentato da innumerevoli studi internazionali pubblicati dalle più importanti autorità nazionali di farmacovigilanza, gli psicofarmaci causano pericolosi effetti collaterali, incluso ideazioni omicide e suicide, psicosi, mania, aggressione, allucinazione, gravi danni epatici, difetti di nascita, diabete, attacco cardiaco, ictus e perfino decesso improvviso.

Per l’OSMED (Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali) il consumo di questi farmaci psicoattivi è in costante aumento in Italia: nel 2015 i farmaci che agiscono sul sistema nervoso centrale erano al quarto posto nella classifica dei farmaci più venduti, con una spesa di oltre 3,3 miliardi di Euro. Tra questi, la parte del leone la fanno gli antidepressivi (più venduti in ambito non ospedaliero) e gli antipsicotici (i più prescritti negli ospedali). A livello europeo preoccupa che il 33% degli adulti di età compresa tra 18 e 29 anni abbia già assunto farmaci psicotropi. (http://www.aifa.gov.it/content/luso-dei-farmaci-italia-rapporto-osmed-2015)

Il CCDU e le associazioni a tutela dei diritti umani che hanno manifestato si sono impegnate per la messa al bando dell’elettroshock, trattamento barbaro, ascientifico, con effetti devastanti per la memoria e la salute in generale.

Secondo la relazione presentata nel 2013 al Senato dalla Commissione Parlamentare sul Servizio Sanitario Nazionale, l’elettroshock (anche detto Terapia Elettro-Convulsivante – TEC – per dargli una veste più scientifica) viene praticato in 91 strutture ospedaliere e in alcune di esse come trattamento primario, in barba alle stesse direttive del Ministero della Salute che consigliano di usarlo solo dopo appropriati interventi farmacologici.

Chi ha subito elettroshock ha raccontato testimonianze dolorose (ricordiamo quella della poetessa Alda Merini) e a coloro che lo promuovevano Franco Basaglia diceva che ha tante probabilità di curare un disturbo mentale quante ne ha una martellata di aggiustare una radio.

Alle 17, presso l’Auditorium del Duomo, in via de’ Cerretani, 54r, è stata inaugurata la mostra multimediale “Psichiatria: controllo sociale e violazione dei diritti umani”. Con i suoi 75 pannelli fotografici e i 14 documentari visionabili su 8 monitor consente al visitatore di ripercorrere 300 anni di storia di trattamenti psichiatrici. Rimarrà a Firenze fino al 10 aprile e potrà essere visitata ogni giorno dalle 9.30 alle 17.

Soccorrere e Governare è ora in libreria

Scritto da Marco il . Pubblicato in Libri, Opinioni / Editoriale

E’ uscito in questi giorni in libreria, edito da Edizioni Altravista, il nuovo libro di Valeria Saggiomo, dal titolo Soccorrere e Governare.

Nell’immaginario comune la Somalia è una terra di terrorismo e conflitti. Questo studio pone invece in rilievo il volto costruttivo del Paese e parte dall’osservazione di una società civile organizzata attorno ad istituzioni religiose, le ONG Islamiche; queste sono in grado di generare meccanismi di sviluppo che gradualmente rappresentano isole di stabilità nel conflitto, luoghi di governance nell’ingovernato, fino a diventare la base per un assetto politico-istituzionale solido e partecipativo.  Che caratteristiche hanno le ONG islamiche in Somalia? Che ruolo svolgono in un contesto senza Stato effettivo? Esiste un modello di sviluppo che le ONG islamiche stanno promuovendo?

Valeria Saggiomo insegna Cooperazione Internazionale allo Sviluppo all’Università l’Orientale di Napoli. Da più di dieci anni lavora in Somalia ed in Kenya per ONG internazionali, agenzie delle Nazioni Unite e per il Governo Italiano. Si occupa di ricerca sui legami tra migrazioni e sviluppo in contesti di instabilità politica. Ha pubblicato numerosi saggi su riviste internazionali e su volumi monografici.

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