Ruggero Maggi, curatore del Padiglione Tibet a Venezia, evento parallelo alla Biennale d’Arte, intervistato in merito al progetto – Agenzia Promoter

Scritto da ufficio-stampa il . Pubblicato in Arte, Cultura

In occasione dell’inaugurazione del Padiglione Tibet tenutasi a Venezia Sabato 1 Giugno 2013, evento parallelo alla 55° Esposizione Internazionale d’Arte, intervistato l’ideatore e curatore Ruggero Maggi sul significato di tale progetto.

1) Come e quando è nato il progetto del Padiglione Tibet?

Padiglione Tibet è nato alla fine del 2010 quando, dopo un viaggio a Venezia, ho cominciato a riflettere su come si sarebbe potuto restituire ad un popolo come quello tibetano, ferito nell’ essenza più specifica e cioè nella libertà di espressione religiosa e culturale, la propria dignità. Ho pensato che l’arte potesse offrire uno straordinario mezzo per tentare di agevolare questo processo di re-identificazione geo-politica. La Biennale veneziana da sempre con il termine Padiglione identifica uno Stato, una Nazione. I padiglioni nazionali rappresentano orgogliosamente i propri paesi di appartenenza. Bene, io ho tentato di applicare questo concetto al Tibet, anche se, ben consapevole del fattore utopistico che tale impresa comportava, ho anche adattato una felice frase di Corona Perer come sottotitolo del progetto: Padiglione Tibet / il padiglione per un paese che non c’é … ma, aggiungo io, ci dovrebbe essere!

2) Perché è stata scelta la Chiesa di Santa Marta per l’esposizione?

La scelta della Chiesa di Santa Marta (ormai non più adibita a culto) come sede dell’evento è da attribuire alla particolare atmosfera, fra il mistico ed il fantastico, che qui si respira e che l’ha resa senz’altro lo spazio più consono a questo progetto che, del misticismo e di un sentimento di religiosità ritrovata, fa il suo centro d’interesse primario.

3) Quanto è stato difficile operare una scelta per decidere quali gli artisti da invitare al Padiglione, quali i criteri?

La scelta per gli artisti è stata operata semplicemente seguendo le inclinazioni del curatore (cioè il sottoscritto) e del Comitato Padiglione Tibet ed in base agli interessi artistici specifici dei singoli partecipanti, vista anche l’oggettiva difficoltà a misurarsi con un tema come quello del Mandala o quello della Ruota della preghiera (temi tratti dall’iconografia tradizionale del Tibet) o della video arte e della performance: è stato premiato il coraggio di una scelta ed anche di una decisa presa di posizione di fronte alla tragedia che si sta consumando in questo paese.

4) Quali sono stati gli artisti più rappresentativi?

Non vorrei dare una risposta incolore; posso solo rispondere che in questo progetto non esistono, per me, artisti più rappresentativi di altri; gli unici che desidero citare sono Lama Thupten e Lama Tenzing che hanno pazientemente e soprattutto sapientemente, con un minuzioso sovrapporsi di granelli di finissima polvere di marmo, tradotto in Mandala le opere dei singoli autori contemporanei.

5) Pensa che l’esposizione possa essere utile per la causa del Tibet?

Quando si parla di Tibet e credetemi, se ne parla purtroppo troppo poco, è sempre utile.

Padiglione Tibet quest’anno è dedicato appunto ai martiri tibetani, ormai più di 120, che si sono immolati per la libertà del loro paese, per quella verità che lentamente, illuminata dal loro fuoco purificatore, verrà alla luce evidenziando al mondo lo stato di estrema sofferenza di questo nobile ed antico popolo.

6) Qual è la sua formazione?

Ho studiato, mangiato e vissuto Arte da sempre. La mia formazione artistica, a parte qualche banale riconoscimento studentesco, si è compiuta in strada con i miei compagni di viaggio: Pierre Restany, Shozo Shimamoto, Sergio Emery, Joki, ….

7) Quali i progetti futuri?

In futuro: CAOS, libri d’artisti – di cui possiedo un archivio Non solo libri che dagli anni ’70 è in continua evoluzione – ed un particolare progetto sul ‘dialogo’ tra materia inorganica, inerme ed il ‘seme’ digitale del mondo tecnologico.

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