La questione industriale. Se lo Stato taglia le ali all’aerospazio

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Necessario rifinanziare la legge 808/85 per sostenere la competitività
di Giuseppe Orsi

Presidente e AD Finmeccanica

Gentile Direttore,

ho letto con vivo interesse l’articolo di Paolo Bricco «Ilva e Finmeccanica: i pivot italiani da tutelare. La manifattura al bivio tra vecchie zavorre e mercati globalizzati», apparso sul Sole 24 Ore il 3o novembre. E sarei lieto di intervenire in questo importante dibattito sulle prospettive dell’industria manifatturiera italiana, in particolare nell’orizzonte di medio-lungo termine a cui tutti guardiamo con crescente attenzione vista la prolungata crisi economica che stiamo attraversando.

Ritengo che l’industria italiana si trovi realmente a un punto di non ritorno. Questo vale sia per pochi grandi gruppi manifatturieri rimasti nel Paese, tra i quali Finmeccanica, sia per le decine di migliaia di piccole e medie imprese che continuano a fare la ricchezza dell’Italia e la cui diffusione capillare sul territorio rappresenta una delle più importanti risorse su cui il Paese può ancora contare.

Sono infatti le Pmi che consentono all’Italia di confermarsi, nonostante la crisi, seconda nazione manifatturiera in Europa, dopo la Germania. Benché vi siano molti lacci e lacciuoli, giustamente richiamati da Bricco, ad ostacolare lo sviluppo delle aziende italiane, dando ai nostri concorrenti stranieri vantaggi significativi, oggi l’industria manifatturiera italiana di ogni dimensione riesce ancora ad imporsi a livello internazionale grazie alle proprie eccellenze, in particolare dove c’è l’esigenza di capacità manifatturiera qualificata e attenta all’innovazione tecnologica. Delle tre componenti necessarie per la creazione di un prodotto – costo del lavoro, capitale e tecnologia – solo quest’ultima costituisce ancora un fattore competitivo favorevole alla nostra industria, incluse le Pmi: su questo aspetto, dunque, l’industria manifatturiera italiana deve basare sempre di più la propria competitività.

Finmeccanica è impegnata con grande determinazione ad innovare il proprio patrimonio tecnologico, i propri prodotti, i metodi di produzione, la propria supply chain, per attuare il nuovo indirizzo strategico approvato un anno fa dal consiglio di amministrazione, che punta ad uno sviluppo “sostenibile” del Gruppo per farne un leader mondiale nell’alta tecnologia. Il nostro futuro non si baserà più soltanto sulle pur importanti produzioni per il settore della difesa, ma sarà focalizzato anche su alcune aree strategiche in cui Finmeccanica ha, o può raggiungere, posizioni di leadership sfruttando per il mercato civile le tecnologie originariamente sviluppate per il militare. Penso alle opportunità della cybersecurity a protezione delle infrastrutture critiche, alla gestione delle moderne città attraverso tecnologie smart, alle comunicazioni satellitari, alle necessità di una mobilità intelligente: tutte aree soggette a grande sviluppo, nelle quali Finmeccanica può giocare un ruolo determinante per una effettiva modernizzazione del Paese. Raggiungere questo obiettivo è possibile, a patto che maturino condizioni di contesto chiare e precise, animate dalla consapevolezza che le attività di ricerca e sviluppo rappresentano il motore indispensabile per creare innovazione tecnologica in Italia, in generale, e nel nostro settore, in particolare. L’industria aerospaziale ed elettronica italiana, civile e militare, rappresenta oggi uno dei principali settori manifatturieri strategici per lo sviluppo del Paese: ha un giro d’affari superiore ai 13 miliardi di euro annui, di cui oltre il 50% esportato; ha più di 50mila addetti, altamente specializzati, tra cui w mila ingegneri; investe in Ricerca e Sviluppo circa il 12% del proprio fatturato; dispone di un indotto qualificato di oltre 150mila persone e di una presenza capillare in quasi tutte le regioni italiane.

Tuttavia, il rischio di una significativa recessione per questo comparto industriale è molto concreto, in un contesto di mercato nel quale i concorrenti internazionali continuano a ricevere dai rispettivi governi un sostegno attivo e strutturato, fatto di interventi sistematici di supporto alla ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e programmi. Tale supporto, che potrei definire di “partenariato strutturale”, è stato sempre assicurato dai governi delle nazioni più avanzate alle proprie industrie dell’aerospazio, difesa e sicurezza, nella consapevolezza che un settore strategico come questo necessita di investimenti in ricerca e sviluppo che, per dimensioni e tempi di ritorno, non sono sostenibili dall’industria in maniera autonoma.

Tale settore rappresenta, peraltro, una delle filiere produttive con i maggiori tassi di ritorno degli investimenti sia in termini economico-finanziari, sia di mantenimento delle competenze tecnologiche e di livelli occupazionali qualificati. Basti considerare che il moltiplicatore della domanda aggregata degli investimenti in sistemi di difesa è pari a 1,83, il più elevato tra quelli relativi alla spesa pubblica; 1 euro di investimenti in ricerca e sviluppo genera 6-7 euro di Pil; 10 milioni di euro creano 300 nuovi posti di lavoro, altamente qualificati.

Al pari degli altri grandi Paesi europei, anche l’Italia si è dotata a suo tempo di una specifica legge, la 808/85, dimostratasi un importante strumento di sostegno alla R&S nel settore aerospaziale ed elettronico. Questa legge, finanziata dal ministero dello Sviluppo economico, ha garantito interventi dell’ordine di 400-500 milioni di euro l’anno, il 30% dei quali destinati alle Pini, ed è riuscita ad attivare ulteriori investimenti, da parte delle imprese, pari ad almeno il 45% di quelli pubblici, consentendo così all’industria nazionale di sviluppare nuove tecnologie che hanno contribuito in maniera decisiva al successo dell’industria italiana, e di Finmeccanica, in questo settore.

Tra queste, lo sviluppo di materiali compositi per le costruzioni aeronautiche, di sistemi avanzati ad ala rotante, di radar per il controllo del traffico aereo e navale, di velivoli e sistemi di addestramento avanzato. La vendita di prodotti basati su queste tecnologie ha generato per Finmeccanica un fatturato, in gran parte di esportazione, pari a circa dieci volte l’investimento in ricerca e sviluppo.

Nel 2012 la legge 808/85 non è stata rifinanziata, interrompendo così, per la prima volta in oltre vent’anni, un’azione costante di “partenariato strutturale” tra Stato e imprese che aveva dato riscontri altamente positivi in termini di tecnologia, sviluppo, occupazione e innovazione. Pur in assenza di tale fondamentale finanziamento, Finmeccanica ha continuato ad investire, nei limiti sostenibili dal proprio conto economico, per proseguire programmi di ricerca avviati negli anni passati e per avviarne di nuovi. Vi è ora il rischio concreto di vanificare queste attività di ricerca e sviluppo già avviate, non solo da Finmeccanica, ma dall’intero comparto industriale dell’aerospazio e difesa italiano, in quanto il rifinanziamento della Legge 8o8/85 non è previsto nell’ambito del Ddl relativo alla Legge di Stabilità 2013: sarebbe il secondo anno consecutivo senza finanziamenti della R&S. In un momento tanto delicato per la nostra economia, il mancato finanziamento della ricerca equivale a minare alla radice una delle poche avanguardie tecnologiche presenti in Italia, che al contrario dovrebbe essere rafforzata proprio in un periodo di crisi, per trovarsi pronta, con prodotti più competitivi, nel momento della ripresa. Così come accade in altri Paesi (Germania, Regno Unito, Francia), le cui industrie del settore sono nostre concorrenti su tutti i mercati del mondo, pronte a cogliere ogni occasione di espansione che un nostro indebolimento competitivo potrebbe aprire sul mercato.

Questo significherebbe fermare il processo di miglioramento continuo che qui, come e più che in altri settori dell’economia, continua a garantire all’industria italiana la possibilità di essere leader credibile nel settore dell’alta tecnologia, su molti mercati e in tutti i continenti. Equivarrebbe, inoltre, a rendere sempre più precaria un’occupazione altamente qualificata, riducendo il patrimonio tecnologico del Paese e costringendo Finmeccanica a ridimensionare in modo significativo il proprio perimetro di competenze, fino ad intaccare il core business. Al contrario, basterebbe rifinanziare la legge 808 con 5o milioni di euro all’anno (con impegno di spesa di 15 anni) per garantire all’industria italiana dell’aerospazio e dell’elettronica, quindi anche a Finmeccanica e al suo indotto, il supporto necessario per proseguire lo sviluppo di progetti innovativi che permetterebbero di continuare ad eccellere nel mondo, assicurando decine di migliaia di posti di lavoro altamente qualificati ai nostri giovani.

Siamo consapevoli che il momento è tutt’altro che facile, che vi sono risorse limitate e che bisogna competere sempre più duramente per vincere sui mercati. Siamo tutti impegnati per rispondere alla continua sfida attraverso la nuova Finmeccanica che stiamo costruendo: una Finmeccanica più sostenibile, più trasparente, più competitiva, maggiormente inserita nelle tante comunità di tutto il mondo dove operano, con professionalità e intelligenza, i nostri 68.000 dipendenti. Dipendenti che, come il sottoscritto, non si sentono né “deboli” né “soli”, ma che vorrebbero giocarsi le loro capacità ad armi pari con i concorrenti degli altri Paesi.

Giuseppe Orsi, Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica

Fonte: Finmeccanica
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