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Silvio Farnese

Giornalista web freelance.

Una “periferia” di parole

Scritto da Silvio Farnese il . Pubblicato in Libri, Musica

Mimmo Parisi, cantautore hard rock e guitar player, ha annunciato di essere alle prese con la stesura del suo primo libro. Il titolo dell’opera è “Racconti di periferia” ed è costituito da diverse storie eterogenee. “Racconti di periferia” è, quindi, una raccolta alla quale, il cantautore, sta lavorando da alcuni mesi, e che vedono il suo impegno proiettato in territori narrativi inconsueti. Quella di Mimmo Parisi scrittore, è a tutti gli effetti, un esordio letterario. L’autore ha dichiarato: “Mi sono messo a scrivere racconti e mi sono preso una vacanza dalle canzoni, perché quest’ultime, va da se, non hanno lo spazio semantico necessario per realizzare a tutto tondo un tema”. Il volume, che uscirà a breve, ha come leitmotiv la quotidianità nella quale i personaggi esprimono le loro emozioni, i loro sogni, le loro aspettative. Per questo suo primo libro, “Racconti di periferia”, Parisi ha scelto la forma del racconto perché, come osservava l’americano Edgar Allan Poe, è la forma che più si adatta a una scrittura che possa essere fruita mentre si viaggia o mentre si aspetta. Con l’augurio di vedere viaggiatrici e viaggiatori incuriositi dalle storie del libro, si rinvia questa nota informativa, ai prossimi aggiornamenti.
Del cantautore emiliano si ricordano qui, le ultime pubblicazioni discografiche. Il 20 ottobre 2015 ha rilasciato l’album “I tipi duri non scendono dal treno”, pubblicato con Videoradio, Edizioni musicali impegnate con grandi nomi della chitarra come, Ricky Portera (Stadio), Andrea Braido (Vasco Rossi), Alberto Radius (Formula Tre), etc. Il 13 dicembre 2015, invece, Parisi ha pubblicato il singolo “Génération Bataclan”, dedicato, va da se, all’eccidio parigino di un mese prima.

Mimmo Parisi | Uscito il nuovo Cd

Scritto da Silvio Farnese il . Pubblicato in Musica

I Tipi duri non scendono dal treno è il nuovo album di Mimmo Parisi. E’ disponibile dal 26 ottobre, sui principali store digitali web, il nuovo album del cantautore emiliano. Un lavoro, questo, che arriva a qualche mese di distanza dall’ultimo singolo estivo.

Il Cd titola I tipi duri non scendono dal treno.

Nel disco Parisi racconta criticamente la realtà e la capacità degli individui di tener fede alla propria parola: I tipi duri non scendono dal treno sono, nella visione del rocker emiliano, coloro che, comunque e a qualunque costo, portano avanti un loro progetto; fosse anche l’apertura di una rivendita di panini di due metri per due. Parola d’ordine, essere responsabile del proprio ruolo nel mondo. Nel Cd si alternano intense ballate rock a brani più graffianti: canzoni con l’inconfondibile stile di Parisi, un rocker sincero nel panorama della musica italiana.

Il concept della cover e del booklet dell’album è di Gianni Testa, artista e compagno di Accademia di Belle Arti del cantautore Mimmo Parisi. Testa è esponente della “light art contemporanea”.

Tracklist: I tipi duri non scendono dal treno, Ci sarà pure un’isola, Angelo del rock, Nella notte, Ma fatti un viaggio su Marte, Bambino, Non ti guardare mai dietro, Controvento, Sembri Frozen, Solo 5 minuti, Eppure brilla la luce.

Label Edizioni Musicali e distribuzione: Videoradio (Ricky Portera, Alberto Radius, Andrea Braido, etc.).

I lupi della musica, altrimenti detti lickantropi

Scritto da Silvio Farnese il . Pubblicato in Musica

Mario Bava, Alfred Hitchkock, Dario Argento o Romero c’entrano qualcosa con l’argomento del titolo? Può pure darsi che alcuni di loro siano appassionati del tema, ma di sicuro non hanno mai diretto alcun protagonista della particolare tipologia che conosceremo. Qui si parla di lickantropi speciali. Okay, qualcuno sta protestando dicendo che, speciali o non speciali, sempre di lupacchiotti mannari, con le loro poco gradevoli abitudini, si sta parlando. Il fatto è che l’obiezione è valida solo fino a un certo punto. I protagonisti del nostro argomento sono sicuramente appassionatissimi, ma non certo di colli e altre parti fisiche di leggiadre fanciulle che troviamo nei romanzi e nei film (ma quando impareranno che, specialmente di notte e con la luna piena, non si va in giro da sole?). No, i nostri lickantropi guardano piuttosto a un’altra figura sinuosa: la chitarra. Delusi? Speriamo di no. Ma lo sento che, sotto sotto, qualcuno protesta chiedendosi che cosa possa c’entrare uno strumento con degli esseri che, ci si augura, restino per sempre confinati nella sfera dell’immaginario.

Vi dice niente la parola ‘lick’? Be’, è ovvio che se vi nutrite a Van Halen e Fender, per voi la lettura finisce qua. Per gli altri, i curiosi e quelli che giudicano utile imparare qualsiasi cosa, definiamo cosa sia il nostro famoso ‘lick’: è un piccolo motivo, una breve frase, a volte anche meno, lo si può intendere come una “termine” musicale che, usato all’interno di un discorso più articolato, porta a qualcosa di compiuto. Quindi, così come se si vuol parlare l’inglese, si deve avere un discreto vocabolario, lo stesso succede se si vuoi ‘parlare’ la musica. Da ciò, il discorso ci porta direttamente (ormai l’avrà capito chiunque) al lickantropo che non si fa scappare nemmeno un… ‘lick’ dei suoi eroi chitarra-dotati, più popolarmente definiti guitar heroes.

Giusto per la precisione e per chi si sta appassionando alla cosa, si citano qui, a integrazione di questo aggiornamento, alcuni lickisti validi. Cominciamo con Malmsteen e la sua (si fa per dire, visto che proviene dalla musica classica) scala frigia, in “Black Star” come in altri suoi motivi, è ricorrente; in Blackmore troviamo abbastanza spesso il pedale espresso su una corda, preferibilmente acuta, libera; in terra italiana troviamo Mimmo Parisi che realizza i suoi ‘licks’ fondendo scala armonica minore più pentatonica, ne troviamo traccia in “Non faccio prigionieri”; anche Ricky Belloni, ex New Trolls, crea frasi con la pentatonica, usando soprattutto la variante arricchita, ovvero la scala blues; così come di matrice blues sono le ‘parole’ chitarristiche di Joe Bonamassa, strumentista di origini italiane.
Immagino, a questo punto, che il morbo del lickantropo abbia fatto qualche vittima e, quindi, come ci si prepara ad assimilare il ‘lick’ che ci entusiasma? Be’, si può iniziare anche senza chitarra. Bisogna ascoltare, visualizzare la frase, mimarla etc. Tuttavia, questi sono approcci psicologici che portano da qualche parte se si dedica tempo e partecipazione allo studio. Insomma, la verità è che, come per tutte le cose, bisogna esercitarsi; suonate i ‘licks’ sulla chitarra lentamente, e insieme ad un metronomo: lentamente diverrete veloci e lickantropi. Buona lickantropia a tutti.

Diego Romero

Jagger e Monti, due storie. La seconda la si poteva evitare.

Scritto da Silvio Farnese il . Pubblicato in Musica, Opinioni / Editoriale, Politica, Spettacolo

Mick Jagger e Mario Monti

Mick Jagger e Mario Monti

Come una specie di gioco dadaistico alla Marcel Duchamp, qui si proverà ad avvicinare due personaggi, quasi per definizione, inavvicinabili. Stiamo parlando di Mister Satisfaction Mick Jagger, cantautore e attore britannico, storico frontman dei Rolling Stones, e il signor Tempi duri.

Chi è quest’ultimo? E’ presto detto. Il signore in questione risponde al nome di Mario Monti, ex Presidente del Consiglio in uno dei periodi più bui del pianeta Italia. Periodo lugubre anche grazie a lui. Perché, per assurda ipotesi, Marcel Duchamp dovrebbe far entrare in collisione i nostri due? Intanto per una questione anagrafica. Anno più anno meno, Mick e Mario viaggiano intorno alle 70 primavere.

Fa uno strano effetto giudicarli sotto questo punto di vista: ve lo immaginate Monti a sculettare come fa tuttora Jagger? Farebbe, probabilmente ridere polli e tacchini. O forse no. Non ci pare, dopo la prova del suo passaggio, che il signor Tempi duri, sia capace di far ridere alcuno. Con una certa percentuale (altissima!) di sicurezza si può affermare che questo personaggio sia capace solo di far piangere. Anche se si mettesse a sculettare e a far mossette, nel pubblico si diffonderebbe solo una crisi di pianto per i tempi duri che gli alitano intorno come la nuvola fantozziana.

Insomma, per quanto Mick Jagger non sia salvatore del mondo, sicuramente è molto ma molto più onesto e portatore di speranze del signor Tempi duri e del suo scellerato Governo.

A proposito, qualcuno ricorda ancora i nomi di quegli eroici (…ovviamente sulla pelle degli altri!) imbonitori del tutto incapaci di capire cosa avrebbero dovuto fare quando furono interpellati dal (si fa per dire) miglior presidente della Repubblica di sempre? Rinfreschiamoci le idee.

Ovviamente, visto che i tempi duri non appassionano, ne citeremo solo qualcuno fra i “migliori”. Ad esempio il ministro Corrado Clini all’Ambiente, Tutela del Territorio e del Mare. Di memorabile, intorno alla sua persona e in piena crisi mondiale, è rimasto il fatto di essere stato beccato a dormire in un albergo da 1200 euro a notte. Soldi suoi ovviamente. Anche l’incapacità di capire che non era il caso è suo, ovviamente. Non fosse altro che per rispetto a chi dormiva con i figli in macchina (e continua a farlo). Al Lavoro e alle Politiche sociali con delega alle Pari opportunità vi era invece il ministro Elsa Fornero. Indimenticabili le sue lacrime di coccodrillo fuori luogo. Al posto di annunciare che in un momento storico particolarmente depresso lei e tutta la combriccola si sarebbero astenuti da stipendi vari, a cominciare da quello universitario, visto che la nave Italia stava affondando (stava?), disse semplicemente che per il popolo si prospettavano tempi disperati. Sul vice ministro Michel Martone, si stende un velo plumbeo.

A proposito, come mai i tempi duri appartengono sempre e solo al popolino? Perché se il falegname sbaglia le misure di una porta è costretto, dietro giusta minaccia, a riparare il risultato impietoso della sua scarsa preparazione, e tutto quel Governo brancaleone non ha pagato un euro per la sua clamorosa “invenzione” parabiblica: gli esodati? Perché nessuno li interpella, hanno sbagliato: non se ne è accorto nessuno?

A proposito di Tempi duri, ascoltate l’omonimo brano del cantautore di matrice hard rock Mimmo Parisi, link http://www.youtube.com/watch?v=rQEugYXOL40.

Silvio Farnese, giornalista freelance

Chitarre taglienti

Scritto da Silvio Farnese il . Pubblicato in Musica, Spettacolo

Bene, qualcuno prova a dire la sua. In questo fine primavera/inizio estate di un altro annus horribilis (per fortuna che il signor Renzi, coi suoi 80 euro, ha offerto la pizza…!), due chitarristi/cantautori esternano il loro personale punto di vista. Il primo a essere citato è, va da se, visto il contributo emotivo che ha dato alla musica italiana e, ma è solo una precisazione tautologica, alla chitarra intesa come possibilità di pronunciare il futuro a sette note, è Ricky Portera. Questo visionario straordinario, a distanza di 7 anni dalla sua ultima pubblicazione ritorna sul panorama musicale internazionale con “Fottili”, un album di rabbia e all’insegna del “non ho più niente da dimostrare”. Ricky Portera, non è una novità, è un artista che per molto tempo ha caratterizzato il suono e i palchi del gigante Lucio Dalla. Un mito della chitarra per genialità ed espressività , che ha saputo in questo nuovo lavoro, dal titolo goliardico, confezionare e realizzare sapientemente un progetto per certi versi temerario. La sua voce, forse occultata dal personaggio legato allo strumento a 6 corde, avrebbe dovuto avere, nel passato, più attenzione perché particolare e, miscelata ad arrangiamenti calibrati, non sarebbe passata inosservata in altre mani e in altri tempi. Forse questa è la volta buona. Come sempre, anche per la squisitezza dei testi, questo nuovo album dovrebbe attirare l’attenzione di un pubblico largo, per non parlare dei suoi assoli, sempre sopra le righe. Ospiti importanti hanno dato il loro prezioso contributo : Gaetano Curreri , PierDavide Carone, Pino Scotto, Andrea Innesto (Cucchia), Claudio “Gallo ” Golinelli…. solo per citarne alcuni. La produzione discografica è a cura di Beppe Aleo.

Per i più appassionati, a seguire, c’è una sintesi del cammino artistico di questo personaggio sempre in movimento. Il primo approccio di Ricky Portera con il panorama musicale risale al luglio 1969, quando entra a far parte dei Club72, gruppo nato alcuni anni prima a Castelfranco Emilia del quale fanno parte Danilo Bastoni (tastiere), Augusto Menozzi (voce), Renato Tabarroni (percussioni), Gianni Suzzi (basso), Gabriele Mattioli (sax tenore e baritono), Dino Melotti (sax tenore) e Portera (chitarra solista). È fondatore con Gaetano Curreri degli Stadio, coi quali si è cimentato anche in vesti di cantante nei brani Un fiore per Hal (presente nel primo album del gruppo e nella colonna sonora di Borotalco) e La mattina (presente nel Q Disc Chiedi chi erano i Beatles). Storico collaboratore di Lucio Dalla, è stato anche chitarrista di Ron e altri autori italiani come Eugenio Finardi e Loredana Bertè. Lucio Dalla ha scritto e dedicato a Portera il brano Grande figlio di puttana, che divenne, nel 1982, il primo grande successo degli Stadio. Ha scritto per Vasco Rossi Una nuova canzone per lei (1985). Uscito dagli Stadio ha continuato la carriera di session man collaborando con Nek, Massimo Bozzi, Robert & Cara (prodotti da Dalla). Ha partecipato al Festival di Sanremo nel 1996 al fianco di Paola Turci per il brano Volo così e nel 2006 con Anna Tatangelo per il brano Essere una donna. Nel 1990 realizza il suo primo album da solista omonimo. Al disco collaborano il sassofonista James Thompson e Giovanni Pezzoli degli Stadio.
Nel 1996 torna a lavorare con Lucio Dalla in studi e dal vivo, dopo quasi dieci anni di distacco. Nel 2007 esce il secondo album solista, Ci sono cose, nel quale riprende anche il classico degli Stadio Canzoni alla radio, scritta nel 1986 insieme a Luca Carboni. Per l’occasione ricompone il nucleo originale degli Stadio, Giovanni Pezzoli alla batteria, Roberto Costa al basso e Gaetano Curreri. Lo stesso anno riceve la cittadinanza onoraria di Mistretta, in provincia di Messina, paese di origine del padre. Su iniziativa di una associazione giovanile locale, è stata inaugurata una scuola di chitarra per principianti e non, tenuta dallo stesso artista. Ha svolto insieme al gruppo Custodie Cautelari un tour con sei chitarristi italiani; da questa esperienza è nato anche un CD live dal titolo La notte delle chitarre. Nell’aprile del 2010 ha partecipato come solista all’album Piano Car del compositore minimalista Stefano Ianne, insieme a Trilok Gurtu e a Nick Beggs dei Kajagoogoo. Ha poi affiancato Ianne nel tour di promozione dell’album. Sempre nel 2010 ha fatto parte del GIG (Genuine Italian Guitars) assieme a Luca Colombo, Maurizio Vercon e Peppe Scarciglia.

Di Mimmo Parisi, invece, citiamo il suo ultimo album digitale titolato “Et c’est passé”, rintracciabile per il free download su Jamendo e altri internet store. Parisi è un artista sintetizzabile con la definizione originale di rockantautore. Rockantautore perché, pur avendo nella sua cultura importanza straordinaria l’epopea cantautorale di tutte le varie scuole italiane (genovese, milanese, romana, bolognese etc.) e internazionali, come Dylan, Springsteen o Jeff Buckley, o la scuola de chansonnier, giusto per citarne alcune, ha sempre avuto grande attenzione all’impatto chitarristico (è lui stesso chitarrista che ha sempre ammirato, neanche a dirlo, il grande Portera) e al sound da band del brano da presentare. D’altra parte i suoi testi, come “…Qui ci vorrebbe John Wayne” o “Arrendetevi siete circondati” o, ancora, “Tempi duri”, rimandano a un atteggiamento di protesta e rabbia verso una società che si fa plagiare e che accetta acriticamente chi si arroga il Potere. Il “gregge” teorizzato da Friedrich Wilhelm Nietzsche, secondo Mimmo Parisi, rappresenta in modo raccapricciante e realistico, purtroppo, coloro che accettano senza il minimo segno di critica i masnadieri del Potere: “Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi; salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo, e così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno”. Di questo artista è sicuramente apprezzabile la capacità di autogestirsi. Parisi opera rigorosamente in home recording, quindi senza gli “effetti speciali” del grande produttore o la promozione della pluripremiata major di turno. Del resto bisognerebbe smetterla di pensare all’artista come marketing e basta, non è più tempo. Se qualcuno ha qualcosa da dire, ammesso che ce l’abbia, lo metta giù se sa scrivere, lo disegni se sa disegnare, lo canti se sa cantare, lo componga se lo sa fare. Bisogna iniziare ad allontanarsi dal mondo greve dove la vita è tutta in un tweet: breve, senza contenuto e con la testa che ritorna a brucare.

Silvio Farnese, giornalista web

 

Ci sono i Bullet e i Backyard Babies

Scritto da Silvio Farnese il . Pubblicato in Musica

Il gelato venerdì sera bolognese è infiammato dal rock n’roll scandinavo al Sottotetto, club rurale  infestato di rocker pronti a inneggiare ai Backyard Babies, freschi del loro ultimo, omonimo lavoro. Il locale è accogliente e caldissimo, e stasera è colmato nella sua interezza da un pubblico entusiasta che si dimostrerà disposto ad acclamare anche gli opener. Il palco altissimo e stretto in profondità è sicuramente la particolarità del locale: tutti però godranno di ottima visibilità vista la statura fisica degli headliner…

Siano i Bullet.

Immaginiamo che l’esistenza dei Bullet sia ignorata quasi dalla totalità del locale, considerata soprattutto la scelta infelice del nome, che rende quasi impossibile reperire anche una biografia tramite Google. Gli svedesi saltano sul palco in una tenuta completamente anacronistica: capelli lunghissimi, pantaloni e giacche di pelle su petto nudo, sneakers da basket e movenze che li fanno apparire come appena usciti da Guitar Hero Rock The ’80. Fa contrasto il cantante, un ricciolone tutto tondo uguale al Pierino post-Vitali con bracciali borchiati, esilarante alla vista ma con una voce al vetriolo: potrebbero esserci loro al posto degli Airbourne, in una rilettura degli AC/DC festaiola e spruzzata di speed power ottantiano. I presenti cadono vittime in pochi minuti, e rispondono a gran voce a piccole perle come “Dusk Till Dawn”, “Turn It Up Loud”, “Rambling Man” e le altre irresistibili canzoni della setlist. Che sorpresa!

playlist artwork

 presenta Mimmo Parisi
Link: http://www.youtube.com/watch?v=rakuoJZwoCE

…E si finisce coi BACKYARD BABIES

Chi scrive non si aspettava molto dai Backyard Babies. In tutta onestà il gruppo, pur mantenendosi su standard elevati, ha calato (come è naturale che sia in anni di attività) progressivamente di intensità e potenza, adagiandosi su livelli di professionalità elevati ma tralasciando il “fattore sballo”. Perché il capolavoro “Total 13” faceva respirare una pericolosità autodistruttiva simile ai capolavori come “Appetite For Destruction”, col tempo diluita in grinta e urgenza verso altri lidi. Questa la fotografia che avevamo in mente… almeno fino a questa sera: sin dall’entrata, un Johan incazzato a morte con la spia ci fa intuire che la serata promette scintille e, sorpassando le più rosee aspettative, così è stato. Con un Nicke mai così (stra)fatto, magrissimo ed emaciato, pronto ad appoggiarsi alle casse o al locale durante un minuto di pausa, e un Dregen schizzato e nervoso come ai vecchi tempi, subito a petto nudo, l’aggressività dei Backyard si mangia problemi tecnici e calura insopportabile del locale, trasportando tutti i presenti su un ideale Sunset Boulevard di Stoccolma. La scaletta contiene molto materiale dell’ultimo self-titled: le varie “Degenerated”, “Fuck Off And Die”, “Idiots” e “Saved By The Bell” sono rese però in una versione grintosa e sono supportate da un pubblico incredibile e su di giri, che non manca di finire sul palco e causare grattacapi ai roadie. Da contorno il meglio della discografia degli Ssvedesi, che tra una “People Like People Like People Like Us” e una “Minus Celsius” smuovono anche le fondamenta del locale. Il climax si raggiunge, come al solito, quando le sirene si accendono e vengono eseguite, una di seguito all’altra, “Highlights” e “Look At You”, dopo le quali qualunque brano del quartetto avrebbe sfigurato. Felici di rimangiarci i preconcetti. Bentornati Backyard! (Di Maurizio Borghi)

Edgar Lee Masters/Mimmo Parisi

Scritto da Silvio Farnese il . Pubblicato in Libri, Musica, Opinioni / Editoriale

Quattro chiacchiere con Mimmo Parisi, autore del “Grande cielo”

D. Ciao. Da dove nasce “Il grande cielo” e come ti è venuto in mente di fare questo disco?

R. Il fatto è che sto rileggendo Spoon River che come tanti ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente, mi ripromisi che, appena qualche scintilla giusta si fosse palesata nella mia mente, ne avrei parlato anch’io. Ovviamente il rimando nel brano non si nota, sì, voglio dire che non faccio citazioni dirette, ma l’aria che si respira nella mia canzone è quella della collina americana. Rileggendolo ho riflettuto su di un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi si Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.

D. Cioè, tu hai sentito in queste poesie che nella vita non si riesce a “comunicare”? Quella che a me pare la denuncia più precorritrice di Masters, la ragione per la quale queste poesie sono ancora attuali, specialmente tra i giovani?

R. Sì, decisamente sì. A questo punto ho pensato che valesse la pena ricavarne una riflessione, parole e melodia, che esprimessero il mio punto di vista attuale. D’altra parte nei dischi racconto sempre le cose che faccio, racconto la mia vita, certo di esprimere i miei malumori, le mie magagne (perché penso di essere un individuo normale e dunque penso che queste cose possano interessare anche agli altri, perché gli altri sono abbastanza simili a me), sì, decisamente ho cercato di ispirarmi allo ‘spleen’ di Spoon River per mettere giù qualche verso sulla realtà che vivo io.

D. Bene, a questo punto ti chiedo una chiusura adatta a “Il grande cielo” e il suo autore.

R. Ti rispondo tra il serio, il faceto e l’autoironico, vorrei che Francesco Guccini, immenso cantautore che non ha bisogno certo delle mie congratulazioni, potesse dire di me che anch’io, al pari di De Andrè, ho capito la lezione di Lee Masters!

Dialogo a cura di Silvio Farnese, giornalista freelance e blogger

Qui il video:

http://www.youtube.com/watch?v=F7ghHjFG8W0

Vogliamo John Wayne come presidente del Consiglio

Scritto da Silvio Farnese il . Pubblicato in Musica, Opinioni / Editoriale, Politica

Mimmo Parisi palesa il proprio impegno diluendo insieme polemica, canzone politica (intesa come descrizione di quel che dovrebbe essere e quello che invece passa il convento) e romanticismo. E’ questo quello che lo accomuna ad altri valenti cantautori. Nelle sue canzoni, anche in quelle più “graffianti”, convivono elementi di denuncia, descrizioni ovviamente che passano attraverso la metafora, situazioni anche sentimentali (perlomeno quelle che sono situazioni sentite e provate sulla propria pelle). E’ come se all’impegno politico fosse stato dato “un cuore” e l’ideologia fosse accompagnata dal sentimento: c’è lo Stato che opprime con la sua ‘paralisis’ di marca joyciana, c’è la rabbia e la denuncia ma c’è anche la descrizione di momenti di nostalgia davanti a “ideali” che sembrano svanire con il passare degli anni. E’ come se al centro della sua poetica, Mimmo abbia messo vicino ai vessilli, “l’uomo”, con la sua precarietà e il suo bisogno di continue certezze.

Tra le canzoni emblematiche di questa “rara fusione di temi” si situa sicuramente “…Qui ci vorrebbe John Wayne”, ultimo suo grido verso la scelleratezza, di chi comanda sì, ma anche contro i sudditi contenti di essere sudditi. Inutile nasconderlo, c’è anche questo, quando un pensionato, un impiegato pubblico dicono a Grillo che deve farsi i cazzi suoi, che loro si vogliono godere i quattro soldini che si son guadagnati, beh, c’è poco da discutere: sono loro il lasciapassare per la cattiva politica e per la conseguente vita grama di chi ha niente. La redistribuzione dei beni, l’uguaglianza, il livellamento stipendiale? Macchè, macchè… la gente, certa gente non lo sa, ma è connivente con chi la sfrutta: cos’altro significa infatti che ‘…i direttori, i dirigenti, lo statista e via dicendo, hanno diritto a guadagnare di più e ad un trattamento diverso?’. Guadagnare di più… trattamento diverso… Ma per quale cazzo di ragione? Purtroppo, così ragiona il popolino ammaestrato e appartenente al gregge, quello raccontato da Friedrich Wilhelm Nietzsche. Ma, ritornando alla produzione di Parisi, quanti autori di canzoni in Italia hanno saputo fondere in un brano il sentimento e la politica di “in questa Italia di stronzi e di yes man/ qui ci vorrebbe John Wayne”? Ovviamente, il John Wayne auspicato è metaforico, il richiamo più vicino è quello del M5s, unica possibilità e vera novità dal 1948 a tutt’oggi.

Nei Rocco Siffredi, Schettino, e perfino l’incolpevole Peppa Pig, citati nella canzone, compare la disillusione, la consapevolezza di un mondo che non vuol cambiare e di partiti che non saranno mai più gli stessi (la canzone descrive l’attuale o quasi recente storia delle ‘cose’ successe e che succedono in Italia)”. Nel secolo scorso si era tentata la mediazione tra i due grandi partiti di massa di allora, DC e PCI, poi tutto è naufragato nel giro di poco tempo. Quindi, il declino del “grande partito rosso italiano” era quindi cominciato, la ricerca di “una nuova identità” continua infruttuosa anche oggi, con gente di destra che si è intrufolata alla chetichella perché, se è di moda essere di sinistra, nella vita è meglio farsi leccare il culo, come insegnano i gerarca… “…Qui ci vorrebbe John Wayne è stato registrato nello studio personale di Mimmo Parisi – Stelledicarta – , la produzione è al solito molto spartana e con mixing e mastering ‘buona la prima o al massimo la seconda tanto la Warner o la Virgin non mi cagherà mai’, la promozione si ancora ai simpatizzanti del web, ai giornalisti freelance, ai blogger appassionati, alle radio/tv e agli store che ospitano la produzione di Mimmo Parisi in modo disinteressato. (A cura di) Diego Romero, giornalista freelance e blogger

Qui il link al video: http://www.dailymotion.com/video/x1fybac_qui-ci-vorrebbe-john-wayne-by-mimmo-parisi_creation

M5S sotto assedio

Scritto da Silvio Farnese il . Pubblicato in Italia, Musica, Opinioni / Editoriale, Politica

Grillini = fascisti. Quando la Storia è stata capita male, malissimo.

 
 Dal Mario Adinolfi/blog apprendiamo che Repubblica non si è comportata in modo isomorfo in questi ultimi(?) tempi. La Stampa dovrebbe essere, nei limiti del possibile, pura voce di chi osserva e riferisce a chi non ha la ventura di assistere ai fatti – di solito importanti – che accadono nel mondo. Tra i fatti che esercitano una sicura forza sulla società, ci sono quelli oggetto di narrazioni di marca politica. Ad esempio, il suddetto giornale, ha camuffato con titolazioni politicamente un po’ sciocche i risultati del suo ultimo importante sondaggio Ipr sulle intenzioni di voto degli italiani in vista delle europee. Il quotidiano di Ezio Mauro parla di “Pd al primo posto, il M5S insegue, Grillo davanti al centrodestra”. Tutto in home page (ma sul cartaceo il sondaggio c’è?), tutto tranquillizzante per i lettori che sono in massima prevalenza di centrosinistra. Poi uno apre le tabelle e si imbatte in uno scenario che sarebbe disastroso per il Pd, che viene dato poco sopra il 27% con il M5S al 25.4%, e per Matteo Renzi che potrebbe contare su una coalizione che faticherebbe a toccare il 32%. Sul fatto che Grillo sia davanti al centrodestra la titolazione è semplicemente falsa, perché il centrodestra, cioè la coalizione di Forza Italia-Ncd-Lega-Fdi e listarelle varie veleggia poco sotto il 39%.
Attenzione, dunque, allarme rosso caro Matteo: sei 7 punti sotto i rivali e Grillo è a meno di due punti dal tuo risultato di partito. Ora, sapendo fin dalle scorse elezioni che il voto al M5S è un voto d’impeto, da cabina elettorale, che spesso non viene confessato neanche a se stessi figuriamoci a un intervistatore telefonico, il mio dubbio è che il M5S dopo l’intelligente conquista del centro della scena politica sia ampiamente sopra il 30% dei voti.

Qual è l’errore di Renzi? Lo stesso dei giornalisti di Repubblica, di Paolo Mieli e di Pigi Battista, di Corrado Formigli e di Daria Bignardi, di Giovanni Floris e di Enrico Letta. Aver deciso di dipingere il M5S come il nuovo fascismo, aver assecondato la linea Boldrini, quella del “pestaggio mediatico” contro Augias e dei seguaci del blog di Grillo come “potenziali stupratori”. Il grido dei potenti dà fastidio, suona falso e a protezione dei propri privilegi. Il grillino naif e casinista, platealmente antisistema al limite con l’eversione invece piace.
Renzi sbaglia a definire squadristi i parlamentari di Grillo. Queste cazzate le faccia dire ai robertisperanza. Lui no, lui è Renzi: la sua forza è stata tutta riposta nel saper incarnare lo spirito del rottamatore, la sua concretezza piace (piaceva?) perché era (è?) essa stessa eversiva.

Caro Matteo, devi ribaltare la linea. Il M5S incarna uno scontento diffusissimo e un’ostilità verso la classe dominante (non solo politica, ma anche giornalistica e bancaria, quasi sempre in Italia pesantemente intrecciate) che deve tornare a essere anche la tua. Paradossalmente dovresti scavalcare il grillismo a sinistra, non metterti a fare il cane da guardia del sistema. Non hai niente da guadagnarci, il sistema fagociterà anche te e infatti oggi Repubblica ti propone di andare subito alla presidenza del Consiglio.
Ti vogliono in sella, ti vogliono come garante dei loro interessi. Non dare l’impressione che fosse questo, solo questo, il motivo della tua grande e appassionata battaglia.
Un rottamatore non considera “squadristi” dei dissacratori. Un rottamatore, anzi, li guarda con simpatia. Che sia evidente questa tua simpatia, così li disinnescherai. Porta a casa l’Italicum e di’ con sincerità che è l’unica riforma praticabile che ti interessa, tutto il resto (abolizione del Senato e altre amenità) con questo Parlamento non si può fare. Con in mano la vittoria della riforma elettorale, vai da Napolitano, chiedigli di rimanere in carica e di firmare lo scioglimento delle Camere. Da rottamatore vero, fai liste senza compromessi e gioca per vincere. A ottobre, tre mesi prima di diventare quarantenne, potrai essere presidente del Consiglio praticamente eletto direttamente dal popolo italiano.
Se invece ti metterai a traccheggiare tra fregnacce propagandistiche che sai irrealizzabili con questi equilibri parlamentari, tipo il job act e la riforma costituzionale, bacchettando continuamente qualche legittima protesta del M5S invece di chiedere le dimissioni di un presidente della Camera palesemente inadeguato e privo della grammatica istituzionale di base come Laura Boldrini, allora diventerai uno dei tanti.
Uno dei tanti segretari del Pd che hanno perso le elezioni.
Silvio Farnese/Giudizio critico: ascoltatevi