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Federico Crespi

Imprenditore nel settore della comunicazione, gestisco dal 1995 l'agenzia di pubblicità www.fcea.it che porta il mio nome. Nel 2006 ho creato Orchextra www.orchextra.it insieme ad altre agenzie italiane. Dal 2008, Orchextra aderisce a Eurada, netowork europeo di agenzie di comunicazione. Socio TP. Profilo completo su http://www.linkedin.com/profile?viewProfile&key=12933648&locale=it_IT&trk=tab_pro

Comunicato stampa AITO Terapisti Occupazionali: Il terapista occupazionale come risorsa per il team riabilitativo

Scritto da Federico Crespi il . Pubblicato in Comunicati Stampa

Roma, 19 ottobre 2013

Convegno:
Partecipazione ed inclusione come outcome della riabilitazione.

Il terapista occupazionale come risorsa per il team riabilitativo

Francavilla al Mare (Chieti), 26 ottobre 2013, Palazzo Sirena

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Associazione Italiana dei Terapisti Occupazionali
U.P. Roma 158 c.p. 2173
Via Marsala 39
00185 ROMA
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Per ulteriori informazioni stampa:
FEDERICO CRESPI & ASSOCIATI
ufficiostampa@fcea.it
+39.392.970.91.24

“L’Albania che non ti aspetti” e le proposte coraggiose di Globotour

Scritto da Federico Crespi il . Pubblicato in Comunicati Stampa, Lifestyle, Viaggi

“L’Albania che non ti aspetti” è il titolo di una interessante proposta di viaggio in pullman offerta da Globotour Viaggi di Sanremo. Una proposta che si unisce al consueto calendario di viaggi, prevalentemente in pullman ma non solo, che la storica agenzia sanremese produce ogni anno, destinato ad un pubblico affezionato, alla ricerca di nuove méte da vedere.

Come sostiene la nota rivista turistipercaso “Albania e turismo potrebbe sembrare un binomio difficile, una realtà stridente al limite del paradosso. Invece se per una volta si oltrepassano i limiti del concetto tradizionale, e riduttivo, di turismo vacanziero e spensierato per giungere ad un legame più profondo, turismo–cultura, possiamo comprendere la scelta dell’Albania”.

Un viaggio in Albania è da consigliare agli amanti della storia, delle tradizioni: nella proposta di Globotour (1.400 € tutto compreso) non mancano le visite, ovviamente con guide locali, di Durazzo, Kruje, Apolllonia, Berat, Valona, Saranda, Gjirokaster, e dei siti più importanti di questo paese dimenticato dall’Europa, che conserva straordinarie tracce del suo passato.

Per ulteriori informazioni: Globotour Viaggi – Corso Imperatrice 96 – 18038 SANREMO (IM) – Tel. +39 0184 532466 – www.globotour.itfacebook.com/globotourviaggi

L’orgoglio di Carpasio, il Museo che racconta una storia viva. Un viaggio nella Liguria occidentale, rurale e senza tempo, dove le montagne uniscono.

Scritto da Federico Crespi il . Pubblicato in Comunicati Stampa, Viaggi

Nota introduttiva: Ogni paese arroccato sulle montagne del ponente ligure ha una storia tutta sua da raccontare: a meno di due mesi dal 25 aprile abbiamo scelto di raccontare quella di Carpasio e del suo gioiello più raro, il Museo della Resistenza. La storia della Storia parla di un passato prossimo che sembra già leggenda; la realtà è un paese magnifico, d’inverno come d’estate.

I partigiani erano ormai accerchiati, nascosti nel bosco di Rezzo – il Bosco nero, ci si perde nel folto ancora oggi, una reliquia vivente – e nei dintorni: murati negli sgabuzzini delle case, sepolti in buche scavate nel terreno e ricoperte di foglie, nelle grotte, erano qualche centinaia allo sbando, senza collegamenti, ai primi di settembre del ’44, in attesa dei nazisti e dei bersaglieri repubblichini. Che avevano organizzato nei dettagli il rastrellamento per fare piazza pulita dei ribelli, particolarmente minacciosi perché operavano sul confine con la Francia (e poco prima avevano osato fondare una repubblica indipendente a Pigna e Castelvittorio, paesini delle valli vicine).
La brigata Garibaldi “Felice Cascione” partì con due mortai presi al nemico dall’alto del Monte Grande, mentre il distaccamento Garbagnati – 17 uomini contro 500 – aspettava al riparo del Bosco nero. Ora era il nemico a trovarsi accerchiato o, almeno tra due fuochi. Liberare quei compagni di molte battaglie, marce forzate nella neve alta, notti al gelo e fettine trasparenti di pane condiviso, non era solo un dovere o una necessità strategica. La battaglia di Monte Grande durò due giorni, a ruoli invertiti: i partigiani attaccavano e i rastrellatori si difendevano. Con accanimento, sino all’assalto finale, alla fuga, alla salvezza dei partigiani nascosti. Poche armi e molta determinazione, pochi uomini e tanto cameratismo – ché non sarebbe virile parlare d’affetto in questo contesto – un finale quasi all’arma bianca, con grandi perdite da parte del nemico.
È un episodio dei tanti avvenuti in tutta Italia, i protagonisti sono famosi soltanto qui, sui loro monti, perché Felice Cascione, il giovane dottore che compose Fischia il vento, era già stato ucciso; Italo Calvino – Santiago si chiamava da partigiano – stava difendendo Baiardo; il comandante Erven – Bruno Luppi, se ne riparlerà – di cui Calvino scrisse più volte, era ferito gravemente; ma è bello e giusto cominciare a parlare della Storia con una storia, evocare certe condizioni di vita oggi inimmaginabili.

Perché ne stiamo parlando?
Perché anche la fede nella Patria è ben rappresentata nel ponente ligure, nel cuore di quel territorio che oggi ha preso il nome felice di Alpi Mistiche della Liguria. Un territorio in cui alcune fedi sono nate, altre sono passate e hanno lasciato tracce; un territorio circondato da un’aura di spiritualità quasi palpabile nell’atmosfera, nel paesaggio, nell’incanto delle incisioni e i dipinti rupestri, dei santuari. E tuttavia accade che spiritualità e sangue si mescolino, che la fede venga imposta oppure manifestata – a seconda dei casi – con azioni violente. Che lasciano segni indelebili sui corpi, talvolta, nello spirito, sempre e nella memoria. Che si fa più labile con il passare del tempo. Un paio di generazioni e via, la memoria scompare, incalzata da un presente tirannico.
E questi sono ottimi motivi per distogliere prole – e genitori – dagli sparatutto virtuali e spingerli verso la vita vera, al Museo della Resistenza di Carpasio. Che si trova nel casone rurale dove si riuniva la Brigata Garibaldi, donato dai proprietari per conservare la memoria. L’intera vallata ha contribuito a restaurarlo, ingrandirlo e riempirlo di residuati bellici, mappe, carte, lettere, foto.
È una bella passeggiata da fare in primavera; è una bella storia da riscoprire e raccontare.

Il museo.
Si trova a Costa di Carpasio, una piccola frazione raggiungibile lasciando la Strada Provinciale che unisce Montalto Ligure a Carpasio.
Il casone è a due piani, accanto c’è ancora il castagno cavo, antico e complice che, tra le radici poteva nascondere anche sette feriti. Eh, i miracoli della natura… Per tornare a Calvino-Santiago, viene in mente la complicità degli alberi in Il barone rampante.
Il materiale esposto nella grande sala al piano terra è assai istruttivo: bene in mostra si trova la grande carta topografica con le zone operative delle varie brigate del Comando della 1a Zona Liguria. Farsi un’idea è importante, anche se una passeggiata sino al museo la dice già lunga. Poi ci sono le divise originali, l’automatica Sten, i Mauser e il terribile Mayerling – capace di sparare 2000 colpi al minuto – in dotazione all’esercito tedesco, armi leggendarie, e le lanterne che illuminavano i sentieri ai partigiani nel buio della notte. La sala è arricchita da documenti e fotografie, che offrono un quadro pressoché completo della vita e dell’ambiente ligure. Particolarmente significativa la motivazione della Medaglia d’Oro concessa alla Provincia di Imperia per l’attività partigiana.
L’esposizione nella sala superiore parte dai contenitori di armi paracadutati ai partigiani dagli alleati, cassette che contenevano armi e cartucce, rottami di un aereo tedesco caduto, pezzi di una camionetta recuperata al passo Teglia, ricetrasmittenti da campo e altro materiale ancora.
A contatto con il passato basta lasciar correre la fantasia e immaginare una guerra impossibile: a piedi o con qualche mulo, contro blindati, auto, moto, cavalli, bombardieri e mitragliatori; senza ripari e cibo, contro caserme e rancio garantito; con pochi informatori, contro molte spie. Il sistema di comunicazione è molto interessante oggi: staffette e qualche apparecchio radio.
Apertura e orari: da aprile a ottobre, sabato/domenica e giorni festivi, ore 9-18 (nei feriali su prenotazione). Ingresso gratuito. Aperto nei giorni: 25 aprile, 1 maggio, 15 agosto, 1 novembre. Per informazioni e prenotazioni visite individuali: Museo tel. 0184 409008. Per prenotazioni visite di gruppo ed eventuale accompagnamento: Segreteria dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea 0183 650755.
Approfondimenti sul Museo della Resistenza: http://www.isrecim.it/it/museo_carpasio.cfm

Suggestioni: il Comandante Erven.
Italo Calvino la sua Resistenza l’ha raccontata: aveva vent’anni, suo fratello Floriano diciotto, portavano rifornimenti. Il che non toglie loro un grammo di eroismo, ma appunto, i suoi racconti li ha già pubblicati. Tra cui uno sul Comandante Erven e le sue battaglie.
Bruno Luppi, classe 1916, modenese, padre antifascista, primo arresto a 19 anni, quando esce si trasferisce a Taggia e inizia – ovviamente – a frequentare la cellula comunista di Sanremo. La seconda volta sono i tedeschi a prenderlo, nel ’43, ma riesce a scappare, raggiungere Roma e combattere a Porta San Paolo. Figurarsi se qualcosa riesce a fermarlo: eccolo di nuovo in Liguria, con il nome del fratello Erven, morto anni prima in un incidente, a mettere su il CLN locale. La 9a brigata Garibaldi – poi intitolata a Felice Cascione – viene fondata nel casone di Carpasio. E non solo quella. Ma i partigiani vivevano alla macchia, non nei casoni. Nel ’44 Erven ha il tempo di partecipare all’assalto alla caserma di Badalucco, alle battaglie di Castelvittorio e a quella di Sella Carpe. Poi, proprio in quest’ultimo posto, a luglio, partecipa all’assalto a un convoglio tedesco e viene ferito molto gravemente a una gamba. Da allora la sua resistenza sarà una lunga fuga – senza tuttavia l’abbandono del ruolo di commissario politico – con un paio di compagni, in condizioni impossibili. Alla fine della guerra pesava 38 kg, racconta il figlio Paolo.
Che cosa ci piace di Erven in particolare? L’immensa statura morale che si scopre leggendo Saltapasti, un romanzo introvabile se non in qualche biblioteca o a Carpasio. A leggerlo – è l’autobiografia di Erven vista dal suo cagnetto Saltapasti, dall’inizio della clandestinità da ferito sino all’immediato dopoguerra – si capisce perché Calvino non abbia nemmeno provato a pubblicarlo. È un romanzo antiretorico – e questo ci stava – che parla di un uomo intelligente e compassionevole, che scrive poco di battaglie e pallottole, molto della vita del partigiano e della solidarietà dei contadini, ma soprattutto, in due brani significativi, della compassione per il nemico e del nemico. La prima volta, quando i tedeschi sminano un casone dopo che l’ufficiale ha sentito il vagito di una neonata e se ne vanno; la seconda, quando Erven e il prete di Castelvittorio salvano quattro soldati tedeschi dal linciaggio, perché siano portati in giudizio. Ma il peccato mortale di Erven è stato descrivere realisticamente il dopoguerra, che non si è rivelato un mondo migliore, ma un mondo non abbastanza diverso da quello precedente, con gli stessi perdenti di sempre. Compreso Saltapasti, che finirà alla catena, in montagna, a fare la guardia, mentre il suo amico trascorrerà un tempo infinito in ospedale.
«È un bene che i luoghi e le persone che hanno vissuto e combattuto in quei luoghi, e che hanno riportato la democrazia e la pace, non vengano dimenticati» dice Paolo Luppi, magistrato, figlio di Erven, che tuttavia preferisce passeggiare per i boschi che hanno protetto il padre. «Oggi i giovani potrebbero chieder loro: ma che Italia avete costruito? Rispondo che hanno costruito un’Italia in cui si può fare questa domanda. E che i valori della Resistenza sarebbero retorica se non vivessero nella realtà della Costituzione e nell’impegno di tanti ancora oggi a difenderne i valori, come l’articolo 11, il principio di uguaglianza, la difesa della scuola pubblica. E soprattutto voglio ricordare – mio padre ne parlava sempre- che questa Nazione non è stata costruita soltanto dai Partigiani: senza la gente comune, i contadini, i preti che hanno rischiato la vita, la Resistenza non avrebbe vinto».

Il sindaco di Carpasio, la Costituzione e il Museo.
La Costituzione della Repubblica Italiana è bene in vista sulla scrivania di Valerio Verda, Sindaco di Carpasio che ha rinunciato all’indennità perché ha un lavoro retribuito correttamente e non ne ha bisogno, preferisce lasciarla alla comunità. Report voleva intervistarlo per questo, ma a lui non è sembrato il caso. L’atto, pubblicizzato, avrebbe perso il valore simbolico.
Sono fatti così i figli e i nipoti di chi ha combattuto sulle montagne. Non tutti è pur vero, ma la responsabilità è di chi non ha saputo tramandare, né i valori della Resistenza, né quelli della Costituzione che troneggia su quella scrivania come un oggetto sacro o un bene rifugio per i momenti di sconforto. Probabilmente anche come ammonimento: «Da qui non si muove mai» dichiara Verda «sono un cultore della Costituzione, nata dall’esperienza e dalle menti che hanno combattuto la Resistenza».
Di recente a Carpasio è nato anche il museo della Lavanda e l’arguto Sindaco non ha esitato a approfittarne per convogliare visitatori al casone in montagna, con una formula di biglietto economico per chi faccia le due visite: «Questo museo è costato tanto impegno e tanta fatica, per mantenere la memoria della popolazione civile, non solo quella dei partigiani» racconta Valerio Verda. «Ne siamo orgogliosi, è una testimonianza concreta e tangibile di sofferenze terribili: fame, freddo, civili torturati, donne violentate… la memoria non si è persa qui in valle. Una visita al museo, grazie alla cartografia, agli oggetti, alle fotografie e ai testi, permette di ricostruire la storia della Resistenza come una storia viva».
I visitatori sono tanti, qualche migliaio in tredici anni. Sarebbe bello arrampicarsi fin lassù d’inverno, tanto per farsi un’idea ancora più precisa. Ma è chiuso perché nevica quasi sempre e l’esperienza di Erven diventa oggi quasi irripetibile.

Carpasio, il fascino e la memoria
Basterebbe la vicenda storica di Carpasio per capire la particolarità di questo luogo. Infatti l’abitato e il suo territorio non sono mai stati politicamente legati alla valle Argentina, bensì alla valle del Maro, a Levante, al di là dello spartiacque. Perché “le montagne uniscono, i fiumi dividono”. È così che qui si ritrova una Liguria occidentale senza tempo con una ruralità profonda, un tempo ciclico legato ai fatti della campagna e della pastorizia. Qui si salda un rapporto che trova nel pane d’orzo, la “Carpasina”, un simbolo di transumanza. Conservabile, ammollato in acqua, insaporito, un tempo povera risorsa e oggi ricercata specialità. Il complesso chiesa parrocchiale-oratorio di origine medievale e ricostruzione barocca emerge dal grumo di case ancora coperte da lastre di pietra. Ancora una volta a Carpasio c’è una Liguria che non vi aspettate. Approfondimenti: http://www.alpimistiche.it/percorsi/borghi/20/carpasio-fascino-e-memoria

Da non perdere a Carpasio: http://www.alpimistiche.it/punti-di-interesse/comuni/20

Ospitalità a Carpasio: http://www.alpimistiche.it/ospitalita/all/20

Torna a febbraio la fiera della Rovere

Scritto da Federico Crespi il . Pubblicato in Comunicati Stampa, Italia

Tornerà il 2 e 3 febbraio anche nel 2013 (questa volta di sabato e domenica), come sempre da 313 anni, la fiera della Rovere (o fiera della Candelora), il mercato tradizionale all’aperto più caratteristico del ponente ligure che, con oltre tre secoli di storia, rappresenta un punto di riferimento essenziale per il commercio e le tradizioni popolari di San Bartolomeo al Mare e del golfo dianese. Storicamente legata all’inizio della stagione agricola, mantiene ancora oggi l’impostazione originaria, nella quale grande spazio è dato alla vendita di attrezzi per l’agricoltura, animali da allevamento e da cortile, sementi.
Anche per l’edizione 2013, la fiera della Rovere proporrà tante novità, iniziative ed eventi collaterali. Tra queste, i dolci e le gastronomie tipiche del Carnevale (nel 2013 le date della fiera coincidono con l’apertura del Carnevale), l’artigianato ligure (con la presenza di un gruppo di 14 artigiani coordinati dall’Associazione A Draira di Apricale, che lavoreranno sul posto e interagiranno con il pubblico e in particolare con i bambini), il concorso artistico riservato ai bambini delle scuole elementari e – per la prima volta – la gara di canto del gallo (domenica 3 febbraio ore 05:30), con almeno una ventina di partecipanti che verranno misurati per durata del canto e per numero di canti.
Come negli ultimi anni, la fiera occuperà tutta la zona compresa tra il Lungomare delle Nazioni e il Santuario di Nostra Signora della Rovere, per un totale di circa un terzo della superficie del centro cittadino. Confermata la suddivisione per aree tematiche rappresentate da colori diversi:

  • nell’Area Blu confluiranno più di 260 bancarelle di commercianti ambulanti, che metteranno in vendita le merci più varie
  • sempre protagonisti saranno gli animali: asini, ovini, cavalli, mucche, animali da fattoria e da allevamento saranno collocati nell’Area Marrone all’interno dell’uliveto della Rovere
  • accanto alla fiera classica, spazio anche alle tipicità alimentari locali, regionali e italiane con “Arti e Sapori della Rovere”, nell’Area Arancione
  • l’Area Verde ospiterà le piante, i fiori e le attrezzature agricole
  • l’Area Fucsia infine sarà dedicata agli stand di educazione ambientale, laboratori e fattorie didattiche.

Previsti anche diversi eventi collaterali curati dall’Ufficio Turismo IAT di San Bartolomeo al Mare e, in particolare, escursioni a piedi, escursioni a dorso d’asino, visite guidate alla scoperta del patrimonio storico della città, laboratori e altre novità ancora in corso di definizione.

La Storia
La fiera della Rovere (o fiera della Candelora) si svolge tradizionalmente il 2 e 3 febbraio presso il Santuario della Madonna della Rovere di San Bartolomeo al Mare. L’evento, le cui origini risalgono al XVII secolo, costituisce un momento di notevole importanza economica, sociale e religiosa, fortemente legato alla tradizione commerciale del golfo dianese e dell’intera valle Steria e rappresenta uno degli appuntamenti etnografici più caratteristici dell’intero ponente ligure.
La fiera, dal punto di vista economico, segna un passaggio tradizionale nell’ambito delle occupazioni agricole: è da poco terminata la stagione olivicola, si ha una chiara situazione della annata e si impostano i lavori per la primavera: acquisto di alberi da frutto, di concime, di animali da lavoro e si stipulano contratti di vendita e di esportazione d’olio. Tant’è che una delle figure maggiormente presenti ed emblematiche alla fiera era proprio quella del notaio, incaricato della stipula dei nuovi contratti. Attualmente la fiera della Rovere ospita circa 260 stand di vendita più lo spazio dedicato alle leccornie regionali (60 stand), lo spazio dedicato al bestiame e l’area didattica ludico ambientale per i ragazzi.
A livello sociale, una fiera così grande ed importante rappresenta un appuntamento imperdibile poiché in passato creava occasioni di affari di diversa natura e di incontro fra la gente della costa e quella dell’entroterra, tra gli abitanti del ponente ligure e i pastori, agricoltori e ricchi commercianti del basso Piemonte e del savonese.
Dal punto religioso costituisce un sentito momento devozionale, in riferimento al Santuario della Madonna della Rovere, luogo di culto ed anticamente di pellegrinaggio da tutta la Liguria ed il basso Piemonte, situato nei pressi della fiera. La solenne celebrazione religiosa del 2 febbraio ha poi un indiscutibile risvolto ancestrale per la sua funzione di purificazione, fra le festività invernali – inframmezzate dal Carnevale – prima della lunga Quaresima. Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù, popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo “luce per illuminare le genti”, come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi. La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.

Approfondimenti: http://www.comune.sanbartolomeoalmare.im.it/da-non-perdere.php?evid=2&evento=Fiera-della-Candelora

Galleria fotografica http://www.fcea.it/it/galleria-stampa/55

Per ulteriori informazioni:
Ufficio IAT San Bartolomeo al Mare
Piazza XXV Aprile, 1
Tel. +39 0183 400200
infosanbartolomeo@visitrivieradeifiori.it


Grande successo al MICS di Montecarlo per Liquid Gold Drinks

Scritto da Federico Crespi il . Pubblicato in Alimentari e Bevande, Comunicati Stampa

Si è concluso nei giorni scorsi a Montecarlo il MICS (Monaco International Clubbing Show), uno dei più importanti raduni al mondo dell’industria notturna internazionale. Al MICS ha fatto il suo ingresso nel mondo delle bevande di lusso Liquid Gold Drinks, un nuovo brand destinato ad un successo straordinario. Con packaging innovativi studiati per impreziosire prodotti di alta qualità, selezionati da professionisti, Liquid Gold ha proposto al MICS una Birra artigianale italiana (realizzata in collaborazione con il Birrificio artigianale della Franciacorta) e una Vodka da uve pregiate italiane (creata dal Maestro Luciano Brotto). Per maggiori informazioni, scaricare la cartella stampa.

Grandi nomi per la stagione di teatro del Politeama Dianese

Scritto da Federico Crespi il . Pubblicato in Teatro

Presentata oggi la stagione del teatro Politeama Dianese, che anche quest’anno si avvale della direzione artistica di Clara Costanzo, attrice, cantante, diplomata alla Scuola di Teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico: “Sarà una stagione teatrale straordinaria per Diano Marina – ha dichiarato – che abbiamo creato con molto entusiasmo. Verranno personaggi molto importanti, alcuni per la prima volta a Diano”. Il Direttore del Politeama Antonio Languasco ha voluto sottolineare come si sia riusciti, nonostante la riduzione del contributo comunale, a mettere in piedi una stagione ottima: “Grazie alla competenza e alla passione di Clara Costanzo siamo riusciti ad arrivare ad attori e compagnie di altissimo livello, uno sforzo che dovevamo ai nostri abbonati, oltre 300. Ormai tutti ci conoscono come “quelli del lunedì” e anche per questo è stato meno difficile riuscire a completare un calendario così importante”.

Durante la presentazione, il Sindaco On. Giacomo Chiappori ha voluto ribadire come il teatro sia, insieme al Carnevale e all’Infiorata, una delle manifestazioni irrinunciabili del calendario dianese: “Stiamo anche pensando – ha aggiunto Chiappori – ad una serie di interventi per arrivare al rinnovamento del Politeama”.

Il dettaglio degli appuntamenti della stagione è stato presentato da Clara Costanzo: “Quest’anno il primo appuntamento di teatro sarà prima del consueto, anche per soddisfare il desiderio  espresso nelle schede di valutazione compilate dal pubblico nelle stagioni precedenti. Proporremo quindi il 10 dicembre “InCanto di Natale”, un cocktail di benvenuto natalizio per vivere insieme l’atmosfera della festa. Scritto, diretto e interpretato da Clara Costanzo, è una favola moderna tra i canti tradizionali natalizi.
Già rappresentato con successo la scorsa stagione, lo spettacolo introduce nel classico clima natalizio fatto di poesia e buoni sentimenti. Pensato per un pubblico adulto, trova totale consenso anche tra i più giovani”.

“A Gennaio, Glauco Mauri e Roberto Sturno in “Da Krapp a Senza parole” quattro atti unici di Samuel Beckett: Respiro, Improvviso dell’Ohio, Atto senza parole, L’ultimo nastro di Krapp, regia di Glauco Mauri. Per la prima volta a Diano Marina, Glauco Mauri, classe 1930, è senza dubbio il più autorevole rappresentante dell’ottimo teatro italiano, sempre più raro e a rischio di estinzione. Per Diano Marina la presenza di questo artista straordinario ha un significato assai particolare, perché il compianto Sandro Palmieri, cui il Politeama è dedicato, ha partecipato ad alcuni dei suoi allestimenti”.

“Lunedì 28 gennaio “Tante belle cose” commedia che Edoardo Erba scrive “su misura” per la moglie Maria Amelia Monti, disegnando lo straordinario ritratto di una donna, particolare eppure vicina, in cui chiunque può riconoscere una parente, una conoscente, un’amica; di un uomo semplice e generoso, un signor nessuno capace di grandi cose. E di due malvagi della porta accanto, convinti nel loro perbenismo di fare la cosa giusta. Regia di Alessandro D’Alatri, importante regista cinematografico e musiche di Cesare Cremonini (883)”.

“Lunedì 11 febbraio “Se devi dire una bugia dilla ancora più grossa” di Ray Cooney, stesso autore e stessa compagnia di un grande successo della stagione scorsa “Chat a due piazze”, con Antonio Catania, Gianluca Ramazzotti, Miriam Mesturino, con la partecipazione straordinaria di Raffaele Pisu, e con Ninì Salerno e Licinia Lentini. Regia di Gianluca Guidi”.

“Lunedì 25 febbraio Rolando Ravello in “Agostino, tutti contro tutti”. Massimiliano Bruno (regista e sceneggiatore di due recenti successi cinematografici, “Nessuno mi può giudicare” e “Viva l’Italia”) prende spunto da un fatto realmente accaduto nella periferia di Roma e trasforma la singolare vicenda dell’operaio Agostino in una metafora paradossale. Lo spettacolo non è un monologo: lo spettatore si dimentica presto che Rolando Ravello è da solo in scena perché l’attore (protagonista del film di Ettore Scola “Romanzo di un giovane povero” e noto al pubblico televisivo per “Pantani” e “La squadra”) interpreta, diversificandoli con grande maestria, tutti i personaggi della commedia: Agostino, nonni, mogli, figli, i loro insegnanti e i compagni di scuola, sacerdoti, delinquenti e i nuovi occupanti della casa, disegnando un affresco comico e struggente della nostra epoca e dell’eterna lotta a cui si è costretti per non soccombere all’arroganza ed alla sopraffazione. Le canzoni e la musica di Alessandro Mannarino (uno dei cantautori più seguiti e più promettenti del panorama musicale italiano) fanno non solo da colonna sonora ma anche da vera e propria coscienza del protagonista, definendo, con le scene sognate e vitali di Claudia Cosenza, quell’incubo tragicomico che è lo spettacolo “Agostino”.

“A marzo arriva finalmente al Dianese, con il suo divertentissimo bagaglio, Antonello Costa, uno degli artisti più originali e di talento del panorama comico italiano. Antonello Costa non è un cabarettista, è molto di più, è un comico, cantante, ballerino, attore, un artista a tutto tondo. La sua comicità è travolgente e mai volgare: sarà perché è nato ad Augusta la stessa città di Fiorello? Il suo è uno spettacolo di varietà moderno con un susseguirsi di numeri di vario genere: personaggi originali, macchiette di tradizione, balletti, canzoni e tante sorprese”.

“Infine, lunedì 25 marzo, concludiamo con Ottavia Piccolo, per la prima volta al Dianese. Un’attrice straordinaria”.

Nei prossimi giorni inizierà la vendita degli abbonamenti. Gli abbonati dello scorsa stagione hanno il diritto, da esercitare entro e non oltre il 9 dicembre, di confermare la stessa poltrona. Per i nuovi abbonati, la vendita inizierà il giorno 10 dicembre

Informazioni e prenotazioni:
Politeama Dianese
Teatro Sandro Palmieri
Tel. 0183-495930
www.dianese.it

A Mattia Fuligni e Lorenzo Letizi di Nerodecò Thinkreative di Mondolfo (PU) il concorso Fondazione Vajont

Scritto da Federico Crespi il . Pubblicato in Comunicati Stampa

Mattia Fuligni e Lorenzo Letizi, due giovani grafici dell’agenzia di comunicazione Nerodecò Thinkreative di Mondolfo, in provincia di Pesaro Urbino, si sono aggiudicati il concorso indetto dalla Fondazione Vajont per la realizzazione del logo del cinquantesimo anniversario della tragedia del Vajont, che ricorrerà nel 2013.

La giuria composta dai Sindaci dei Comuni dell’area del Vajont, Roberto Padrin, Luciano Pezzin, Felice Manarin e Franco Roccon, dai presidenti dell’associazione superstiti, Renato Migotti e del comitato sopravvissuti del Vajont, Micaela Coletti, dal fotografo e pubblicitario, Renzo Schiratti, dal pittore, Franco Fonzo, dal grafico, Franco De Poli, dalla vicepresidente dell’associazione Pubblicitari Professionisti, Tiziana Pittia e dal direttore della Fondazione, Giovanni De Lorenzi, ha esaminato i 56 progetti giunti da quasi tutte le regioni italiane. La scelta – secondo il giudizio della Presidente della Giuria, Tiziana Pittia – non è stata facile per l’elevata qualità i lavori presentati, anche se la condivisione finale sul progetto dei due trentenni marchigiani, è stata unanime.

Al concorso hanno partecipato in esclusiva soci TP, l’Associazione dei Pubblicitari Professionisti.

Mattia Fuligni e Lorenzo Letizi hanno così descritto il loro lavoro: “Il logo ha come fulcro centrale la gola formata dalle montagne che racchiudono la diga, questo perché sia immediatamente comprensibile a cosa si sta facendo riferimento. Infatti, nell’immaginario collettivo la tragedia del Vajont è associata al profilo della diga: per questo abbiamo scelto di stilizzare i profili delle montagne che racchiudono la diga, dando una maggiore forza grafica alla potenza della natura (rappresentata dalle montagne), che ancora una volta ci ha ricordato la sua forza di fronte all’operato umano (diga). Il rosso è il colore dell’amore per eccellenza, ha una connotazione positiva e permette di associarlo a diversi moti dell’animo, ma qui rappresenta l’essere attivi, la voglia di tramandare, di far comprendere. Il logo ha un impatto visivo molto forte, il suo sviluppo verticale è anche un proiettarsi in avanti, la rappresentazione del passato che continua a vivere nel presente. Abbiamo cercato di valorizzare il concetto del ricordo, con semplicità, attraverso un logo moderno, che avvicinandosi al linguaggio dei giovani, possa far comprendere loro la storia del Vajont, cercando di sensibilizzarli alla lezione di vita che questo tragico evento ci ha insegnato. Per questo motivo nella scelta del lettering, abbiamo evitato linee troppo dure e squadrate che avrebbero reso il logo rigido e austero, privilegiando un lettering dalle linee morbide, con angoli arrotondati, vicino al linguaggio espressivo dei giovani. Il riquadro nero che sovrasta il logo rappresenta tutto il peso del lutto profondo che questa catastrofe ha provocato: 1910 Vite spezzate, un lutto che pesa ancora come un macigno e che sovrasta le montagne. Il riquadro nero è stato volutamente posizionato in alto, anche a rappresentare il lago formato appunto dal torrente Vajont, da cui prende il nome l’omonima diga. Il numero 50, chiaro riferimento al cinquantesimo anniversario, nasce dalle pareti delle montagne dove è costruita la diga: abbiamo scelto di inserire il numero 50 in maniera organica all’interno del logo per dare maggiore risalto alla ricorrenza. Per quanto riguarda il pay-off, è stata scelta la parola “anniversary”, che chiaramente si riferisce al 50°, ma soprattutto serve a rafforzare il concetto di memoria: l’anniversario, come dice la parola stessa, è infatti il ricordo di un particolare evento; in questo senso la tragedia del Vajont è un evento da non dimenticare”.

Il logo caratterizzerà tutte le iniziative del cinquantesimo del Vajont che verranno svolte con unità di intenti dai quattro Comuni del Vajont.

La Fondazione Vajont (www.fondazionevajont.org) ha come scopo il mantenere vivo il ricordo delle vittime della sciagura del 9 ottobre 1963, attraverso l’organizzazione di attività di ricerca e di studio, nonché con iniziative scientifiche, culturali e promozionali, e promuovendo ogni più opportuna iniziativa per favorire lo sviluppo sostenibile del territorio, nel pieno rispetto dell’ambiente e delle risorse naturali. Proprio il ricordo della tragedia fa si che l’Associazione si dedichi allo studio dei problemi dell’ambiente montano ed in particolare della zona del Vajont, oltre che ad effettuare ricerche in materia di difesa e valorizzazione della montagna nazionale alpina, lo studio idrogeologico della montagna e relativi rischi, in particolare della zona del Vajont.