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diegoromero

Born in Madrid, is a music critic and freelance journalist. Diego Romero lives in Italy from 9 years ago. He has a few, formative experiences in radio ( he made his debut a dozen years ago in various private networks and regional ). And ' developer but also a lover of books and essays ( the preferred one , written by Fegiz is "Death of a Songwriter ", the first reconstruction of the tragic end of Tenco published in 1979 by Gammalibri ) ; was referring teacher and the basic course Training for the Creative Writing for the Web, which saw a large participation of fans. In his career he has reviewed a number of live concerts , and has a personal collection of videos and disks, hard to find and even vinyl. Diego Romero lives and tells the story of Italian and foreign music in a special way: with details , glimpses of things people made, but also quick judgments sharp and synthetic. Romero seems to say, nothing academy traditionalist and dusty, but disclosure of what one sees and feels especially: a popularizer of notes and words. Essayist , of course, but also someone who can share with others what he perceives from its lightness ' tower privileged ' that gives the entertainment world. In this sense, Romero is suitable for moving juries and prizes, conduct evenings, rather willing to adapt to a variety of situations. People always leave happy and enriched by these encounters. Why blend historical memory of this analysis, projections about the future.

Nuovo cd per i Toto

Scritto da diegoromero il . Pubblicato in Musica

Mimmo Parisi, cantautore guitar oriented e grande estimatore dei Toto, ne parla con grande e rinnovato entusiasmo. In primis, si ringrazia il GGM Studios – Official TOTO Italian FanSite, per le puntuali informazioni che pubblichiamo per tutti i fans della band americana. I Toto ritornano in grande stile. Il 2015 è l’anno del loro ritorno. Dieci anni fa, l’ultimo album di inediti: “Falling in Between” (2006). il nuovo album, in studio, si chiama “Toto XIV”. Un titolo per niente casuale casuale: questo sarà il loro 14° album in studio contenente inediti, una carriera lunga circa 38 anni di musica, passione, lacrime, storie, ferite e nuove emozioni. Inoltre il numero romano “XIV” ricorda quel tanto fortunato “Toto IV” che tante gioie e fortune regalò alla Band negli anni ’80. L’intento dell’attuale line up è stato quello di tentare di fermare per un attimo il tempo cercando di ritornare proprio a quelle stagioni fantastiche. Così questi straordinari musicisti una volta riunitisi in sala di registrazione hanno proseguito con il capitolo che non era mai stato scritto del romanzo “Toto IV”, immaginando che potesse esserci anche il lato B di quel disco, condito dalle influenze acquisite dalla Band nel corso della loro lunga e gloriosa carriera.
Lead vocals affidate questa volta a Joseph Williams tornato in pianta stabile con la Band oramai dal 2010. Dalle tracce emerge quindi anche l’impronta e le influenze di “The Seventh One”, altro fortunatissimo album degli anni ’80.
Veniamo poi agli altri tre membri ufficiali della Band: Steve Lukather alla chitarra, basso e voci, David Paich tastiere e voci, Steve Porcaro tastiere e voci. Che dire, siamo di fronte a dei veri e propri mostri sacri della musica! Musicisti, arrangiatori, cantanti con anni ed anni di esperienza in studio con centinai di artisti e una vita passata sui palchi di tutto il mondo, Europa, America, Asia, Africa, Australia. Della mente e della genialità di Paich e Porcaro tutti i Toto fans ne sentivano un immenso bisogno! Aspettativa questa che non sarà tradita nel nuovo capolavoro.Gradito ritorno anche quello di David Hungate, storico bassista della Band che suonò nei primi album! Forse il modo migliore per sostituire il mitico Mike Porcaro. David si unirà alla Band anche per il prossimo Toto XIV World Tour 2015.
Alla batteria troviamo Keith Carlock batterista degli Steely Dan che ha suonato con i Toto nel Tour giapponese del 2014. Garanzia di un groove contagioso Keith si è subito ben amalgamato con il resto della Band cercando di unire groove, tecnica e musicalità. Per il prossimo tour i Toto porteranno con loro come batterista Shannon Forrest come nel tour nord americano del 2014, uno dei session-man più quotati di Nashville, già batterista di Michael McDonald, Boz Scaggs, Donald Fagen, ecc.
Altri ritorni graditi sono quelli di Lenny Castro alle percussioni e Tom Scott al sax e fiati. Questi musicisti hanno sempre rappresentato la cerchia degli amici stretti della Band ed hanno collaborato con i Toto ancora dagli album storici e fortunati degli anni ’80.
Al basso durante le registrazioni si sono alternati anche Leland Sklar, Tal Wilkenfeld e Tim Lefebvre, Martin Tillman invece al violoncello.
Alle background vocals troviamo poi Michael McDonald, Amy Keys, Mabvuto Carpenter, Jamie Savko, Amy Williams.
Infine una menzione particolare va fatta per CJ Vanston che ha curato le registrazioni ed ha preso parte alle registrazioni dei synths.
L’album sarà un mix tra differenti stili musicali, blues, funk, rock, pop, jazz……..tutto sotto il grande marchio “Toto”, sinonimo di eleganza, raffinatezza, tecnica e soprattutto gusto musicale!!
Ritmiche rock immancabili, un paio di ballads emozionantissime, parti solistiche di chitarra al punto giusto, percussioni travolgenti, arrangiamenti curati al dettaglio: questo è quello che la Band ci regalerà con il nuovo album.
Non crediamo di esagerare se ci esponiamo nel dire che Toto XIV sarà il miglior album dei Toto dai tempi di Toto IV, del resto quando musicisti di questo calibro si riuniscono in uno studio di registrazione non possono prendere vita che capolavori!!
Non perdetevi quindi l’occasione di ascoltare Toto XIV, l’ultimo capitolo del romanzo targato Toto, in uscita il prossimo 20 Marzo in Europa, 23 Marzo UK, Oceania e 24 Nord America, per Frontiers Records.

Per gentile concessione di Massimo Albertini

http://cinepoprock.blog.tiscali.it/2015/02/03/i-toto-e-il-loro-album-targato-2015/

L’ultimo applauso

Scritto da diegoromero il . Pubblicato in Aziende, Industria, Informatica, Opinioni / Editoriale

L’Italia, malandata, c’è ancora, la Fiat invece è ormai un acronimo del passato.

Sergio Marchionne

L’Italia senza la Fiat è come la Svizzera senza il cucù, Alberobello senza trulli, Parigi senza la torre Eiffel, gli scozzesi senza il gonnellino, il cane senza il gatto, Roma senza il Colosseo, l’America senza la conquista della Luna, il 1989 senza la caduta del Muro, il 1789 senza Rivoluzione Francese, l’allegria senza il sorriso, Baglioni senza “Questo piccolo grande amore”, i Beatles senza John Lennon, Bologna senza Lucio Dalla, “Il grande cielo” senza Mimmo Parisi, Malmsteen senza Fender Stratocaster, un bambino senza le bizze, l’Italia senza la Fiat è…

L’Italia è senza la Fiat, ormai, ma importa a qualcuno?

La Fiat nacque quando mancava un solo anno al secolo del passaggio al terzo millennio: l’11 luglio del 1899 Giovanni Agnelli vergava il primo documento ufficiale targato Fiat, fabbrica italiana automobili Torino. 115 anni più tardi è tutto finito.

I nomi sono quelli di John Elkann, Sergio Marchionne, Andrea Agnelli, Tiberto Brandolino D’Adda, Glenn Earle, Valerie A. Mars, Ruth J. Simmons, Ronald L. Thompson, Patience Wheatcroft, Stephen M. Wolf, Ermenegildo Zegna. Essi resteranno nella Grande Storia e nella microstoria di chi, con il trasferimento americano, ha perso le sue certezze lavorative. La crisi mondiale non è tenera con chi perde il lavoro.

Comunque, addio Fiat, lontano dall’Italia si chiamerà Fca.Dissertando di chi, perlomeno ufficialmente, ha manovrato verso questo esito (infausto?), si arriva al nome di Sergio Marchionne. Quest’uomo che si autodefinisce un metalmeccanico che tira avanti solo con la busta paga di fine mese, è il manager italo-canadese che ha (salvato?) la Fiat dal tracollo portando la produzione di automobili all’estero. Al suo arrivo in Italia parlò subito di flessibilità (cioè più lavoro e meno diritti in fabbrica): be’, capire dove voleva andare a parare è stato un gioco da bambini.

Bisognerebbe riflettere sull’aspetto esagerato di certi stipendi, in quanto segno volgare di chi li elargisce e di chi li accetta. D’altra parte, che si appartenga a una famiglia di salumieri o di qualche famiglia bene, il verbo valido impartito, è sempre quello di accaparrarsi lo stipendione. Una educazione orrida. L’aspetto economico dovrebbe permettere il decoro e le possibilità egualitarie, non spingere qualcuno a pensare “come investo tutte queste entrate” mentre a fianco si pensa “cosa metto a tavola oggi”.

Dunque, a fronte delle grandi capacità di questo genius del management, quanto la Società tutta ringrazia il signor Marchionne? Senza possibilità di errare, si risponde: tanto, esageratamente e senza il minimo bon ton. La busta paga di fine mese di questo lavoratore vale in media 400mila euro lordi, circa 15.500 euro al giorno. In un anno un operaio prende, cosa più cosa meno, quello che a lui viene concesso in un di.

La Società è fatta sia da dipendenti pubblici, sia da quelli privati: non può valere quello che alcuni ingenui dicono sul privato abilitato a dare quel che gli pare a chi gli pare: i beni del pianeta sono limitati e definiti, se dai tantissimo a uno lo togli a venti sfortunati nati nel Congo. Anche se quello che paghi tantissimo è un genio, è disumano quell’atteggiamento; ed è privo di etica. Non si ruba solo con la pistola in faccia al malcapitato, ma anche restando ancorati a dei concetti profondamente sbagliati.

“Et c’est passè”, cd digitale 2014

Scritto da diegoromero il . Pubblicato in Musica

(A cura di Diego Romero)

Autoprodotto, 2014

‘Et c’est passè’ è un titolo collegato al nome del cantautore Mimmo Parisi. E’, sostanzialmente, il risultato delle sue ultime fatiche artistiche che ha presentato come cd digitale, scaricabile, fra l’altro, in perfetto free download, su Jamendo al seguente link,http://www.jamendo.com/it/list/a133344/et-c-est-passe.

Parisi è un autore sui generis, in quanto non limita il proprio operato all’interno del binomio parole/musica, ovvero il classico sentiero percorso dal cantautore di marca classica, ma spazia, complice anche la possibilità offerta dalla registrazione digitale, verso tutti gli aspetti strumentali dei quali è costituito un album di canzoni. Mimmo Parisi ha una naturale predisposizione per il rock, un rock che sfuma attraverso i colori del pop, del hard rock e, perfino, e a sconfinare, nel metal. E’ autore di due precedenti cd usciti solo in forma digitale dal titolo ‘Quando Non 6 Totti o Ligabue’ e ‘Non Faccio Prigionieri’, qui si ripresenta con sette brani (non tutti inediti) racchiusi in un cd che si chiama, per l’appunto, ‘Et C’Est Passe’.

Quindi, quello che ci propone potremmo definirlo un cd rock dove la sua chitarra dirige le trame. I testi sono interessanti, sicuramente hanno quel quid che potrebbe portare in emersione il nome di questo autore: nel marasma musicale italiano, dove chi è arrivato pensa a conservare il posto al sole facendo magari canzoni che non hanno bisogno di grandi riflessioni, la sua proposta risulta invece chiaramente frutto di una voglia di raccontare il personale punto di vista sul mondo. D’altra parte, basta chiudere gli occhi e l’alta tensione presente all’interno dei brani più critici, si fa spazio con naturalezza e spontaneità. Apre la title track, che risulta un brano che rimanda al mondo dei cantautori francesi, ma con arrangiamenti hard rock. Veramente centrata ‘Qui Ci Vorrebbe John Wayne’ con un testo molto diretto e mirato all’attualità della nostra derelitta Italia e non da ultimo, una buona prova alla chitarra.

Con ‘Il Grande Cielo’, siamo in pieno trip azzurro. Il brano è molto intimistico ed è una sorta di soliloquio, arpeggiato e cantato con passione; forse, per chi è abituato a ragionare per categorie a compartimenti stagno, potrebbe risultare staccato dai canoni rock: è un errore interpretativo/ermeneutico, forse che ‘Yesterday’ è inquadrabile in qualcosa di non rock? Quando un brano è bello, basta dichiararlo e non etichettarlo, e ‘il grande cielo’ è bello. Il rock continua la sua corsa in ‘Tempi Duri’, composizione dal riff scintillante e che calamita l’attenzione. Più incazzosa ‘Arrendetevi Siete Circondati’ molto politicizzata e dai ritmi più serrati. Gli interventi di tastiera segnano con decisione la temperie sciorinata dal testo.

Con ‘Il Dolce Tempo di Maria’ si vira verso una ballatona rock. La canzone mette in mostra l’ottimo potenziale che Mimmo Parisi ha nel disegnare una ballad di spessore. Chiude ‘Non Faccio Prigionieri’ che, come concetto ideologico, ricorda ‘Combat Rock’ dei Clash, come aspetto… notarile (n.d.r. da nota: croma, semibiscroma, etc.), invece rimanda, con il suo carico metal al rock fatto con le chitarre e non con le nacchere o qualsiasi altro strumento spacciato per ‘nuovo linguaggio rock’: il rock va fatto con le chitarre, altrimenti è altro, magari più bello, ma altro.

Insomma, giusto per ricollegarmi a quanto appena detto, se vi piace il rock, qui c’è il rock. Fatto con le chitarre. Va detto che Parisi lavora nel suo piccolo studio, chiamato romanticamente Stelledicarta, interessandosi in prima persona della distribuzione (sui digital store che sostengono la sua musica), della promozione (i classici amici blogger, i giornalisti di larghe vedute, il passaparola) e, dulcis in fundo, della produzione fatta all’insegna di Sparta. Quindi se ci si aspetta la produzione di Danger Mouse, Paul Epworth, Ryan Tedder, Declan Gaffney e Flood, ovvero quelli che hanno prodotto l’ultimo degli U2, ‘Songs of innocence’, be’, bisogna attendere: nel disco di Mimmo Parisi c’è solo dell’ottimo rock sincero… ed arrabbiato.

TrackList
1. Et C’Est Passe
2. Qui Ci Vorrebbe John Wayne
3. Il Grande Cielo
4. Tempi Duri
5. Arrendetevi Siete Circondati
6. Il Dolce Tempo di Maria
7. Non Faccio Prigionieri

Simple Minds ferraresi per un giorno

Scritto da diegoromero il . Pubblicato in Musica

La band attuale con Jim Kerr

Erano i famigerati anni ’80. Ci hanno spiegato, i dotti, che si veniva dagli anni di piombo di marca settantiana. Le rivoluzioni giovanili dei ’60 e ’70 avevano marchiato in modo indelebile il secondo ‘900. Il mondo era un subbuglio strepitoso, era tutto uno sparo: presidenti sparati a Dallas, uomini sparati sulla luna, uomini sparati per strada, Beatles sparati in America… Ora, negli ’80 e con quei trascorsi, la storia non poteva essere che in discesa: finalmente ricchi premi e cotillons! Niente più spari. Ma andò veramente così? Prendiamo come lente di ingrandimento la musica e, nella fattispecie, una band troppo avanti, tanto avanti che è rimasta indietro. Molti loro compagni di cordata sono ancora in auge perché il loro passo è lumacoso e chi sta intorno li sostiene ad ogni vagito gridando al miracolo. Loro no. I Simple Minds avevano munizioni buone e le hanno mandate fuori, nel mondo dotato di orecchie per sentire e menti per capire, but not simple minds!

I Simple Minds, come già gli svedesi Europe di Tempest (quelli di The Final Countdown, insomma), devono qualcosa a Mister David Bowie. Simple Minds è infatti un connubio di parole preso in prestito da un verso del Duca Bianco (i secondi invece, da una dichiarazione dello stesso Joey Tempest, devono a Space Oddity di Bowie l’ispirazione per la canzone dalle squillanti trombe epocali già citata). Ora, nel secondo decennio di questo millennio scontroso e arido di promesse, i Simple Minds, dopo alcune prove discografiche inaugurate nel post 1999 e che hanno contentato alcuni e scontentati altri, sono in giro con disinvoltura. Come è giusto che sia. A Ferrara hanno tenuto, nemmeno un mese fa, un concerto strepitoso all’insegna della ‘pazzia’ (così ha dichiarato un Jim Kerr allegro, usando un italiano stentato).

La band scozzese apre con l’energia mai sopita degli anni d’oro, investendo il pubblico con “Waterfront”. Smartphone e iPad si alzano al cielo, si vuole portare via gli istanti bloccati in quelle immagini estive di un evento eccezionale. Poi è la volta della recente “Broken Glass Park”, una delle incursioni dei Simple Minds nel repertorio meno lontano nel tempo. Quindi è la volta degli album storici “New Gold Dream” e “Once Upon a Time”, anticipati da una “Love Song” che riporta indietro di un bel po’ l’orologio di questi artisti. Non potevano mancare, in rapida successione, quattro “classici” immortali come “Mandela Day”, “Hunter and the Hunted”, “Promised You a Miracle” e “Glittering Prize”. Jim Kerr dialoga con il pubblico in estasi mistica. I suoi “evergreen” vengono affrontati, da un punto di vista vocale, con alterna fortuna ma sempre con grande carisma. A chiusura di questi appunti vale la pena segnalare come, in quegli anni da tutti ritenuti sbarazzini, i Simple Minds inizino a impegnarsi politicamente, alla stregua di Edoardo Bennato o De Gregori, o, per arrivare ai nostri tempi, il cantautore Mimmo Parisi. Kerr & company sostengono Amnesty International e producono concerti contro l’apartheid sudafricano. Proprio a questo momento storico appartiene l’album Street Fighting Years, comprendente il brano Mandela Day, scritto espressamente per il leader anti-segregazionista Nelson Mandela.

Diego Romero (Grazie a Massimo Albertini per la riproduzione)

Un autunno di cd

Scritto da diegoromero il . Pubblicato in Musica

Marco Ligabue, fratello del più noto Luciano, ha rilasciato il primo singolo che farà parte del cd che sarà lanciato nel post estate. La canzone si chiama “Ti porterò lontano” ed è disponibile sui principali digital store. Il brano si avvale di un videoclip diretto da Maurizio Bresciani e visibile su Youtube e realizzato negli Usa. Marco Ligabue ha dichiarato su Facebook che, in una società che vuol plagiarti, spesso gli succede di voler fuggire senza nemmeno la valigia. Il cantautore di Correggio fa notare come uno dei meccanismi che incatenano l’individuo in modo errato a questo mondo che passa il minimo sindacale, è il fatto che ‘qualcuno’ ci convinca che esista un unico colore e un unico modo di intendere la vita. Questo porta la persona ad abbassare gli occhi. Ci vuole poco però, alzando gli occhi, per rendersi conto che mille sfumature sono pronte a colorare l’esistenza.

Per il cantautore Mimmo Parisi e per la sua Stratocaster Marshalldipendente è disponibile sui digital store “Dammi una mano”, brano che anticipa l’album d’autunno che titola “La polvere del ring”.

Sul suo canale Youtube è possibile anche vedere il videoclip associato al brano. La canzone ha come tema il ‘curioso atteggiamento’, giusto per usare un eufemismo, di chi si interessa di fatti importanti usando una profonda superficialità. L’ossimoro si impone perché esistono personaggi che creano continuamente neologismi improbabili per indicare disturbi e patologie che avrebbero bisogno di altra attenzione.

Cosa c’è di inaccettabile nelle parole cieco, sordo, zoppo o altro? Questi ‘studiosi’ apparentati all’Accademia della Crusca sono dei giocolieri della parola, essi inventano termini e perifrasi pensando di poter modificare la realtà. Così, dopo gli audiolesi, sono nati i visulesi!

Le parole non possono modificare la sostanza delle cose: ciechi e non vedenti sono sinonimi e non muteranno di una virgola lo status dei fatti. Per contro, se qualcuno ha bisogno, diamoci da fare… ma per favore: non a parole!

Ecco, questo è il filo conduttore della canzone “Dammi una mano” del cantautore bolognese Mimmo Parisi.

Io nella vita ho qualcosa da dire/ io nella vita non sono un bluff/ tu prendi il diavolo per la coda/ ma esser famosi è già fuori moda per me/ e non c’è più niente da dire/ e non c’è più niente da capire perché quando l’ostacolo è solo un nuovo gioco politico tutta la gente va in panico ed io mi agito e non mi va di essere normale“.

Queste parole appartengono invece a Gianluca Grignani, cantautore appena assurto agli onori della cronaca per lo scontro con alcuni carabinieri. La canzone è “Non voglio essere un fenomeno”, brano apripista per il cd d’autunno “A volte esagero”.

Che dire? Testo e titoli sembrano una premonizione di ciò che gli è capitato. Tuttavia e al di là della cronaca va detto che Grignani è un artista che ha fatto della sincerità la sua bandiera. Va ricordato come, tempo fa, ospite in una delle trasmissioni della De Filippi (quale? E chi lo sa… Tra amici, poste, uomini, donne, nonni ringalluzziti e talent per ogni uso ed evenienza, vai a capire quale fosse!), comunque in quell’occasione alla domanda su come cantare meglio, il cantautore rispose in modo spiazzante: “Ah, io faccio come mi viene, non sto mica lì a perdere ore”, concluse ridendo.

A conti fatti, dopo questa estate tutto sommato scarsa di sole, si preannuncia l’arrivo di un autunno di cd roventi.

Diego Romero, blogger

E’ questa la nostra parte?

Scritto da diegoromero il . Pubblicato in Opinioni / Editoriale, Politica

Qualunque individuo, qualunque bambino, quando apre i suoi occhi sul mondo, è accompagnato da un angelo. Non ci credete agli angeli? Fa’ niente, potete immaginarlo come uno di quei signori che, nel buio della sala cinematografica, vi illumina il vostro posto e, educatamente, sottovoce, vi da’ indicazioni. Il nostro tipo con le ali o con la torcia, a chi è completamente digiuno degli usi e costumi di questo pianeta, dopo averlo portato in uno spiazzo/mostra e di fronte a un costrutto architettonico da far invidia ai vari e noiosi programmi di cucina (a proposito, la gente è tutta a dieta, ma questi hanno un successo strepitoso… mah!), dice al nuovo venuto che si trastulla col biberon: “ecco, quella che vedi di fronte a te, è la Torta Mondiale delle Opportunità, appartiene al Genere Umano, è fatta di alberi, denaro, successo, lavoro, possibilità, cibo, vacanze, caramelle e tutte quelle cose che, crescendo conoscerai. Lì, fra le altre, è presente la tua fetta, tua per diritto, perché hai due gambe, due orecchie, occhi, etc. insomma, quella fetta è tua perché è giusto che gli uomini (che sono per definizione uguali) abbiano le stesse possibilità, e ricorda, nessuno te la può togliere! Nessuno!”.                                                                                

Il tempo passa e molti, adulti, infanti, adolescenti, bianchi, neri, rossi, invece, si ritrovano così, senza niente nelle tasche, senza niente nello stomaco, senza niente… da poter dire: condannati, ma perché? La parte nodale, a questo punto, è chiedersi: chi è che ha preso la loro porzione? Ovviamente si può fare una ricerca globale per venire a capo di questa indifendibile situazione di grande vergogna, ma, in questo luogo e in questo momento ci possiamo limitare a cercare, senza alcuna voglia di incolpare nessuno in modo definitivo, ma indagando con qualche legittimo sospetto (almeno questo!), nella penisola italica. Anche qui, parlando della situazione italiana, non citeremo tutti, diciamo che possiamo partire a segnalare alcuni casi che umiliano chiunque faccia un lavoro ‘veramente utile’ (diversamente da quest’ultimi, se quelli che andremo a segnalare civilmente domattina sparissero in un eremo sul monte Athos, non creerebbero grande disagio nell’utente… sì, insomma, non è lo sciopero degli autisti dell’autobus che ci porta a scuola o al lavoro, no?). Bene, cominciamo con i compensi giornalieri di alcuni nomi di spicco della Rai. Da Bruno Vespa, passando per Carlo Conti e il direttore generale Gubitosi. Ecco, dunque, i numeri: Il dg di viale Mazzini percepirebbe un compenso giornaliero di 1780 euro, mentre il presidente Rai, Anna Maria Tarantola, guadagna 1095 euro al giorno. Passando ai volti noti, secondo alcune indiscrezioni, ogni volta che il sole sorge Fabio Fazio guadagnerebbe 5479 euro. Un po’ meno fortunato Bruno Vespa, con i suoi 3287 euro “quotidiani”. Lo supererebbe di poco il conduttore de “L’Eredità”, Carlo Conti, con 3561 euro al giorno. Certamente più rosee le giornate per Antonella Clerici, che con la sua “Prova del cuoco” incasserebbe 8219 euro al dì (o al mese? Scusate ma le notizie circolanti sul suo aspetto economico sono meno chiare degli altri… e comunque non muore di stenti con quella cifra, vi pare?). Ma non possiamo non citare anche il ‘fustigatore’ Renato Brunetta che, confrontato a Fazio sembra uno dell’osteria, ma, fuori da tutte queste scandalose cifre, invece risulta nababbo anche lui, eccome!

Sentite qua,
E’ venuto così fuori che i 279.129 euro dichiarati lo scorso anno Brunetta li ha usati tutti per pagare i mutui (al plurale) delle numerose case che ha in giro per l’Italia: una a Venezia, dove possiede anche un magazzino ereditato al 50%, e poi altre a Roma, in provincia di Perugia e a Ravello, sulla Costiera Amalfitana.
Fonte: http://politica.excite.it/renato-brunetta-imu-non-ho-i-soldi-per-pagarla-la-replica-dei-politici-e-del-web-N132260.html
Ma è evidente che se quel che guadagna lo usa tutto in mutui e IMU il ministro deve avere qualche altra entrata (occulta? No, occulta no, quale politico ingannerebbe i suoi amministrati?) perchè da quel che ne so mangiano anche i ministri.
E ancora, Brunetta, che è in aspettativa a stipendio zero da professore universitario, percepisce il trattamento economico della presidenza del Consiglio dei ministri (46.113,60 euro annui lordi), e quello da deputato, composto dalle seguenti voci: indennità parlamentare (5.486,58 euro netti al mese per 12 mensilità); diaria, a titolo di rimborso spese di soggiorno a Roma, pari a 4.033,11 euro al mese (206,58 euro in meno per ogni giorno di assenza del deputato da quelle sedute dell’assemblea in cui si svolgono le votazioni); rimborso spese forfetario, 4.190 euro al mese; tessere varie per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea su territorio nazionale, nonchè altri rimborsi per raggiungere l’aeroporto; e poi una somma annua di 3.098,74 euro per le spese telefoniche. Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2008/07/brunetta-stipendio-staff.shtml?uuid=a7d72a86-5e4c-11dd-9471-6dc657b6d9ec

tengo a precisare che lo staff del ministro ci costa molto più di lui ,  ad esempio:
Tra gli «emolumenti accessori» legati alla funzione ministeriale dello staff il maggiore spetta al capo di gabinetto Filippo Patroni Griffi, che oltre allo stipendio di consigliere di Stato, riceve circa 85 mila euro.
Vi prego di leggere questo articolo:
http://www.dazebao.org/news/index.php?option=com_content&view=article&id=1888:ecco-quanto-guadagna-lo-staff-di-brunetta&catid=106:congresso-prc&Itemid=312

Insomma, questa è la situazione. Voglio aggiungere che questi signori, dei quali  pur apprezzo la capacità professionale (mi riferisco comunque solo a Fazio e Littizzetto), sono, nonostante ciò, passibili di indegnità morale: per quanto possano avere talento per qualcosa, quel qualcosa è solo un lavoro(?) che andrebbe remunerato come qualsiasi altra occupazione (…con riserva, visto che in alcuni casi si sta parlando solo di intrattenimento e non di trovare la soluzione a una patologia endemica e planetaria!). Quindi, a nome di quell’esercito di infelici che frequenta il suolo della Terra, ripetiamo la domanda, dalla Torta Mondiale delle Opportunità, chi si è appropriato indegnamente della fetta di tanta gente che ha cancellato la parola speranza dal suo vocabolario?

Quello che amareggia, inoltre, è che questi ‘lavoratori’ milionari, hanno dalla loro parte il consenso di una società malsana che non mette tetti economici e giudica democratico guadagnare in quel modo indecente: questa è una società che dice che puoi diventare legalmente padrone della fetta di torta che apparterrebbe agli altri abitanti di questa palla che gira nello spazio! E’ sbagliato, questi signori sono come i ladri e peggio: quest’ultimi ti mettono la pistola in faccia e ti chiedono  soldi in cambio della vita, ma questi sono chiari e non c’è niente da fare se non cercare di convincerli a usare uno stile di vita diverso; i primi sono più virali: ti dicono che, legalmente, sono autorizzati a prendersi anche il tuo pezzo di pianeta, e tu che non hai avuto la loro botta di culo, sei costretto a cederglielo!

Diego Romero

(Grazie all’apporto fotografico di Mimmo Parisi)

Gocce

Scritto da diegoromero il . Pubblicato in Libri, Musica

Gocce di pioggia

(Racconto breve del cantautore Mimmo Parisi)

Non è molto educato esprimersi in questi termini nei suoi confronti. Si rischia una caduta di bon ton, lo so. Lo sappiamo tutti che è la miss delle stagioni. Non per niente Botticelli le ha dedicato un’opera. Non è comunque un buon motivo, questo va detto, creare scompiglio nel popolo delle rondini (e non solo) che trepidanti hanno più volte chiesto all’infreddolito vento del nord-est notizie sul bel paese. Sfiduciate, come viaggiatrici di un aeroporto in sciopero, hanno bivaccato in riva ai fiumi della grande madre Africa nell’attesa dello sparo di partenza; ognuna ha sostato guardinga e pronta con la sua piccola valigia di sogni: rivedere il vecchio nido sotto la grondaia, salutare i cervi della montagna o meravigliare, con una sortita nel cielo della città, i ragazzini che si foraggiano da Mc Donald’s. Alla fine è arrivata: è una primavera recalcitrante, indolente. Ormai siamo in maggio. I programmi televisivi cominciano ad andare in vacanza: bisognerà sorbirsi i vari ‘il meglio di…’ o qualche film mitologico riciclato.

Per fortuna che con la bella stagione lei è ritornata a visitare questo parco tutti i giorni, come l’anno scorso. Biondina, con gli occhi scurissimi come il cielo notturno zampillante di stelle. La trovo bellissima ma non saprei dire perché. Più volte ho analizzato la sua figuretta dal fascino color pastello. In genere veste semplice, casual: T-shirt, jeans e, raramente, camicette, una delle quali color fiordaliso. Le sta d’incanto su quella gonna lunga che indossa di rado. In lei leggo il Kunstwollen della natura, la sua volontà d’arte. Ormai vivo il mio tempo in completa funzione di lei. Aspetto l’alba con impazienza, poi scruto attentamente la sua finestra: eccola! Anche oggi come un sorriso si apre verso me. Se avete letto ‘La vita di Maria Wuz, il giocondo maestrino di Auenthal’ di Jean Paul, mi capirete. Infatti, nell’attesa delle sue visite al parco, ho organizzato le mie giornate puntellandole di piccoli impegni, come avrebbe fatto il compito Maria Wuz. Cose ordinarie come ascoltare il concertino pomeridiano del canarino della signora Tina, lo stormire delle chiome della betulla, e altre amenità del genere.
A pomeriggio inoltrato, quando mancano due ore alla caduta del sole, la vedo arrivare puntuale. Si siede sulla solita panchina, gioca con un passerotto curioso che le si avvicina saltellando, apre il suo libro e vi si tuffa dentro. Spesso alza la testa e, incuriosita, mi guarda e mi sorride. Ce ne stiamo in silenzio a guardarci.
Così non può andare avanti! Devo decidermi, basterebbe un gesto, una parola. Basterebbe inventarsi qualcosa…

L’estate è arrivata come un treno tedesco o, come dicono gli inglesi, o’ clock. C’è una felicità rovente nell’aria. Non per me. Lei è via. Maledetto chi ha inventato le vacanze, le ferie e tutta quella massa di ragioni che me l’hanno portata via! Mi tengo su pensando che come l’altro anno, trascorse le vacanze al mare, lei tornerà alle sue letture e a me, certo dopo l’autunno ci sarà il Natale, il freddo e la neve, lei non passeggerà più. Questo non va bene, ma tuttavia la primavera prima o poi soffierà di nuovo e ritornerà. non si può avere tutto, via! Sono già così fortunato ad avere la sua compagnia.

L’autunno e alle porte. Sono emozionato come un bambino al suo primo giorno di scuola. Eccola! Sta superando il cancello. E’ appena abbronzata. Ma, chi è quello che l’accompagna? Si siedono sulla solita panchina. Lui le ruba un bacio. “A proposito”, fa lei divertita e prendendolo sottobraccio per portarlo verso me, “ti presento un amico, mi ha fatto tanta compagnia…”. Una foglia stanca si stacca dal ramo suicidandosi al suolo.
Lui mi guarda appena. Poi scruta pensieroso il cielo: “Claudia, sarà meglio incamminarsi sulla via del ritorno, ho paura che ci sia in agguato un acquazzone”. “Cosa? Ma non può essere, non ci sono tuoni e non c’è nemmeno una nuvola!”. “Sarà, tuttavia  il tuo amico, sì… insomma la statua del parco, ha già il viso rigato, non possono essere altro che gocce di pioggia”.

Guerra e Pace

Scritto da diegoromero il . Pubblicato in Musica

Sono arrivato all’ascolto di “Non Faccio Prigionieri” attraverso una via, come dire, obliqua: in uno degli ultimi soleggiati pomeriggi ottobrini di quest’annus orribilis targato 2013, ero presente in corpo e spirito nei Giardini Margherita, parco di Bologna ultraconosciuto, ultrafrequentato, ultralberato, ultrasportivo per la presenza congrua di atleti jogginanti, insomma, ultra.

Me ne stavo lì combattuto tra l’alzarmi dalla panchina e andarmi ad abbeverare con un caffè macchiato o ritirarmi nelle mie stanze geograficate in Bolognina, a sorbirmi il secondo terribile mattone di “Guerra e Pace”. Decisi che ero già abbastanza nervoso e che le moine della caffeina le avrei gradite in altra occasione. Quindi mi alzai per avviarmi alla fermata della diligenza arancione delle 15. All’orizzonte urbano purtroppo i cavalli e la diligenza non si vedevano, qualcuno parlò di sciopero improvviso (non dei cavalli!). Il destino va rispettato. Presi un caffè gigantesco (così me lo vendette il caffettaro: a me sembrò il solito nella solita tazza, grande esattamente quanto una normale tazza da caffè… comunque non val la pena contraddire i caffettari). Mentre mi riavviavo alla riconquista della mia panchina mi arrivò la voce di un ragazzino che, nei ciuffi d’erba rinsecchita del prato autunnale, e accompagnandosi con una simil Martin cantava a squarciagola “…’sto mondo di merda che non cambia mai, scusate ma io sparo a zero/ma niente paura sorcino renato/l’attacco è per qualche tanghero/che affida il potere ai ladroni/ai rubagalline/non faccio prigionieri…”. Mi avvicinai e, quando ebbe finito di dar fuoco alle polveri, gli feci i complimenti: “Hermosa canción, acabas de escribir?” gli chiesi sorridendo. Quello mi guardò strano. Il fatto è che a volte mi succede di dimenticarmi di essere in Italia ormai da ben 9 anni: “Scusa, volevo dirti che la tua è una canzone che mi piace e mi chiedevo se l’avessi scritta tu e da quanto” mi corressi. Il ragazzo sorrise e mi spiegò che non era sua, l’aveva semplicemente trovata sulla rete, le era piaciuta, aveva fatto il free download e ogni tanto la cantava, aggiungendo che si chiamava (la canzone non lui!) “Non Faccio Prigionieri”.

Quando tornai a casa “Guerra e Pace” mi guardò sbilenco. Io altrettanto. Me ne andai al computer e iniziai a bighellonare on line. Cercai, (toh…!), “Non Faccio Prigionieri” e ascoltai l’album di Mimmo Parisi. Questi i titoli contenuti: Non Faccio Prigionieri”, “Io Mi Gioco Tutto, “Che Vita E’ ”, “Ciao Verdone”, “Vamos”, ”Excalibur”, “L’Aquilone”, ”Tweetta, “Corri Corri Corri!”.

Bisogna immediatamente dire che se si è in cerca di canzoni iperprodotte, con mixing e mastering fatto alla Sony, post/produzione in presenza di Corrado Rustici o altra figura equivalente, beh, necessita rivolgersi altrove. Siamo nelle vicinanze di una produzione di chiara provenienza home recording, il missaggio e il mastering sono fatti all’insegna del ‘…speriamo di beccare treble, middle & bass quel tanto che rendano carino l’ascolto della composizione… San Mixer aiutami tu e intercedi con Chi sta più su!’. In altre parole, siamo di fronte a un lavoro essenziale, spartano e da Carboneria (come lo stesso Mimmo Parisi ha dichiarato in qualche colloquio/intervista). Se invece volete andare oltre la superficie, si può fare.

Detto questo e superati Scilla e Cariddi (non sono marito e moglie, ne tanto meno 2 tecnici di ascendenze trinacriali!), le composizioni presentate in “Non Faccio Prigionieri”, sono quanto di più sincero e fuori dalle regole commerciali (…per forza di cose!) un cantautore, anzi, come preferisce definirsi, un rockantautore possa presentare al proprio (qualcuno ci sarà pure, no?) pubblico. Ed ora qualche parola sull’autore.

Songwriter, chitarrista e cantante, dopo alcune esperienze canoniche nelle altrettante canoniche band liceali, Mimmo Parisi comincia a proporsi come “rockantautore one man band”, nel senso che inizia ad auto prodursi anche da un punto di vista commerciale e promozionale.

La sua musica, pur incarnando inevitabilmente influenze mediterranee, è caratterizzata dallo spirito hard rock e dal cantautorato del Bel Paese, così come dai songwriters mondiali come Bob Dylan, Nick Drake o Jeff Bukley e, ancora, dai grandi esponenti della musica Rock-pop.

I testi di Mimmo Parisi sono spesso ironici e dissacranti, rivolti in modo graffiante contro il potere, a qualsiasi livello ed in qualsiasi forma esso si manifesti.

“Non Faccio Prigionieri” esce nel 2013 e prosegue sulla strada dell’impegno sociale dei testi, ma con venature musicali (nella title track) più vicine al rock/metal. Il disco contiene tutti i temi cari a Parisi che si schiera contro la guerra (in fondo ‘Non Faccio Prigionieri’ è una frase tipica da scontro frontale, no?), l’arrivismo, l’arroganza e il divismo della sua categoria.  Il disco stupisce per l’attualità dei testi e la forza delle parole in essi contenute, unitamente ad uno stile musicale incisivo, a volte martellante.

Qualche breve accenno ad alcune delle canzoni che sono presenti in questo lavoro: “Non Faccio Prigionieri” e “Excalibur” (questo secondo brano paga dazio agli Europe di “The Final Countdown”) sono quasi metafore del potere, che impone la propria cultura e la propria nozione di normalità, respingendo e opprimendo chi si allontani dalle regole prefissate e osi cercare una propria, personale visione del mondo.

“Tweetta” è sì la storia di un amore al capolinea, ma, anche una denuncia o attenzione all’uso massiccio degli strumenti massmediali che, come può essere un telefonino che gli manca solo da saper fare il caffè, stanno portando tutti a una rinuncia della propria natura relazionale e conseguente abbandono delle proprie capacità, superate dalla passiva assuefazione alla cultura commerciale dominante.

Ora, una piccola digressione sull’autore di quest’album. In altre occasioni, inoltre e in continuità retrograda con “Non Faccio Prigionieri”, Parisi ha anche trattato di problematiche strettamente legate alla relazione tra industria e forgiatori di musiche e parole. La cosa non sarebbe di particolare interesse, se, in un’ottica olistica della società, gli stessi problemi non ferissero anche, per l’appunto e per analogia, altri lavoratori.

Insomma e per restare in ambito canterino, Mimmo Parisi si mette nei panni di chi, come lui, cerca di proporre la sua musica al pubblico scontrandosi inevitabilmente con la dura realtà: molti artisti infatti non riescono ad ottenere un contratto discografico rimanendo così nell’anonimato. E gli artisti in possesso di un contratto discografico non necessariamente sono più fortunati e destinati a raggiungere il successo.

Un contratto, in virtù della sua natura giuridica, vincola per diversi anni il musicista all’etichetta discografica: pena l’essere multati con cifre esorbitanti ed insostenibili per un artista di piccolo calibro. E se, per qualsiasi motivo, l’etichetta discografica decidesse di non puntare più su di lui ma su un altro cavallo della sua scuderia, cosa succederebbe? E se il produttore si rivelasse un cialtrone e non investisse realmente nella promozione come aveva promesso? Semplice, la carriera dell’aspirante cantautore sarebbe bruciata. Sicuramente per 4-5 anni l’artista verrebbe paralizzato da un contratto capestro.

E non crediate che queste eventualità siano esclusive di qualche povero malcapitato: questa è la realtà discografica che purtroppo un aspirante cantautore deve imparare a conoscere e ad accettare. Egli può realizzare un album con la Major più importante al mondo, ma se quest’ultima non investe nella promozione, può mettere il suo bell’album marchiato Sony nel cassetto. La politica del fare di tutto, anche lo spendere cifre spaventose per realizzare un cd con una grande etichetta, non è sempre così vincente come si crede. Valanghe di sconosciuti l’hanno fatto, li abbiamo incontrati di sfuggita nei supermercati, dal fruttivendolo, in posta…

Eppure sono rimasti sconosciuti! Non sempre perché non erano bravi, ma forse per alcune scelte sbagliate della casa discografica stessa, che magari ha optato per un prezzo di mercato troppo elevato per un cd di un artista emergente, il quale invece, almeno inizialmente, avrebbe il diritto di farsi conoscere ed apprezzare mediante un collocamento dei sui cd sul mercato a prezzi più contenuti rispetto ad un artista già affermato. Ovviamente, tutto questo pallottoliere di parole accartocciate all’aspetto tecnico di chi fa words and music, ha voluto essere solo il tentativo di dare un’occhiata alternativa al mondo da ‘ricchi premi & cotillons’ al quale è abituata la cosiddetta, gente della strada.

Diego Romero
Qui il free download: http://www.reverbnation.com/mimmoparisi/album/47503-non-faccio-prigionieriE qui il video: http://www.youtube.com/watch?v=GASEiT_1S5s&feature=c4-overview&list=UUUJzvgah1nDZlsvkrL1W7fw